Un’altra orsa braccata

25 Lug

bear-1564447_1280Eppure non dovrebbe essere particolarmente complesso da capire.
Noi non possiamo sterminare o catturare e ingabbiare ogni animale selvatico che, in qualche modo, potrebbe mettere in discussione la nostra sicurezza. Sarebbe un’impresa impossibile e folle, faremmo prima ad incendiare tutti boschi rimasti per allestire parchi del divertimento e centri commerciali.
Eppure, per la seconda volta, l’aggressione ad un uomo da parte di un orso nei boschi del Trentino scatena la caccia, proprio come nel caso di Daniza che difese i suoi piccoli e che poi venne uccisa.
Ancora non si conosce la sua identità, ma subito, prima ancora dell’indispensabile riscontro del dna, quest’ultima aggressione è stata attribuita a KJ2 un’esemplare di 15 anni e di circa 130 chili che, secondo diverse testimonianze, sarebbe riuscita anche a disfarsi del radiocollare.

Tralasciamo pure il lato demenziale della faccenda, ovvero che i primi cinque esemplari di orso sono stati catturati in Slovenia per essere immessi in Trentino con lo scopo di assicurare la continuità della specie proprio in quei boschi, dove hanno prolificato e dove oggi, in diversi casi, rischiano di essere ammazzati perché creano problemi. Tralasciamo pure che questi problemi, oltre che di immagine turistica, sono anche direttamente economici, visto che, nel 2016 (fonte l’Adige.it) sono stati liquidati ben 73 mila euro per presunti danni da orso.

Concentriamoci invece sulla questione della sicurezza che è poi la reale motivazione addotta per giustificare la caccia, per far mandar giù all’opinione pubblica il fatto che un’orsa, quando si comporta come una qualunque orsa, come un qualunque animale selvatico della sua stazza e della sua forza, debba essere immediatamente ridotta all’impotenza, oppure uccisa.  Subito dopo l’incidente, infatti, una frase che coglie molto bene il concetto è stata pronunciata da un esponente della Lega Nord Trentino: “Vogliamo tornare ad essere padroni a casa nostra”. E per meglio interpretare il senso di questa frase, per centrarlo pienamente nel dibattito sulla convivenza tra umani e animali, basta pensare alla festa organizzata dalla stessa Lega Nord per protestare contro l’operazione di ripopolamento degli orsi, una festa con pranzo a base di carne di orso proveniente dalla Slovenia. Festa annullata a seguito dell’intervento dei NAS che hanno sequestrato la carne (qui l’articolo).

La sicurezza invocata, quindi, più che altro, è quella basata sul dominio del territorio, di tutto il territorio, dominio che vede i suoi abitanti non umani  solo come intriganti elementi decorativi e che, comunque vadano le cose, devono rivelarsi un buon investimento.

E quando allora capita un incidente (ma gli incidenti capitano sempre e ovunque) bisogna costruire l’immagine mediatica del mostro assassino, del killer che deve essere catturato per il bene di tutti. Bisogna suddividere i pochi orsi liberi dei boschi del Trentino in buoni e cattivi, in innocenti e colpevoli. Solo così, infatti, è possibile giustificare intere squadre che battono le foreste con trappole e fucili per catturare un animale selvatico, per mostrare potenza e ostentare  quella sicurezza che nessuno potrà mai garantire davvero.
E la caccia all’orsa, allora, è già partita, senza neppure sapere se si sta braccando davvero l’animale che ha effettivamente partecipato a quell’incidente. Catturare e rinchiudere o uccidere è per ora l’unica soluzione finale presa seriamente in considerazione.

Catturare e rinchiudere o uccidere le tigri, gli squali, i cinghiali, i coccodrilli, gli orsi  perché uno di loro ha aggredito un umano? Solo l’idea mette i brividi da quanto è stupida, irrazionale, superficiale. E’ solo uno squallido tentativo di vendetta che serve a confermare il delirio di onnipotenza sul mondo selvatico, su ciò che ancora rimane di esso.

Pensare che un’orsa possa essere giudicata e condannata alla perpetua prigionia o alla morte solo perché selvatica, solo perché immessa con la forza in un territorio dove ancora non si è abituati alla sua presenza, dove ancora non si è in grado di accettarla e di gestire i problemi che ne possono derivare, è agghiacciante, è il segno di una decadenza culturale, sociale, politica, spirituale. E’ qualcosa che contribuisce e ci avvicina inesorabilmente alla sesta estinzione di massa, quella che sta caratterizzando la nostra epoca, quella già iniziata da tempo e da noi fortemente e continuamente voluta e sostenuta.

Gli orsi liberi in Trentino sono una cinquantina e a differenza di quelli che portiamo sulle magliette, di quelli che vediamo nei cartoni animati, di quelli che vorremmo impacchettare e far vedere ai turisti paganti, hanno il vizio di confrontarsi con noi senza sottomettersi al primo sguardo. Sono molto più grossi e più forti. Sono orsi per davvero. E nonostante le catture, gli studi, i radiocollari e il disturbo ininterrotto della nostra pesante invadenza in ogni anfratto del loro ambiente, delle loro tane, dei loro territori, della loro aria, della loro acqua, della loro libertà insistono a resistere, a fare gli orsi.
E questo non riusciamo a perdonarglielo.

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Quindici anni di Eco-Editoria Bestiale

23 Mar

child-1244531_640.jpgIn questi giorni facciamo quindici anni di Eco-Editoria Bestiale, ovvero di attivismo libresco in favore degli animali. Ma non libresco dal classico punto di vista dei libri da libreria, in questi anni abbiamo scritto, composto, costruito, cucito, inventato, assemblato, strappato, ritagliato, macchiato, timbrato ogni genere di materiale cartaceo cercando, ogni volta, di lasciare tracce originali e creative sul sentiero della Liberazione Animale.

E’ praticamente impossibile fare una stima precisa perché non archiviamo, non numeriamo, non registriamo le tirature, ma in questi quindici anni abbiamo emesso diverse migliaia di elementi librari sulla questione animale, tutti fatti a mano utilizzando scarti cartacei, tutti senza copyright, tutti diversi fra loro.

Dai primi micro libelli da taschino che decidemmo di autoprodurci per “cambiare stile” rispetto al classico materiale che girava all’inizio, fino agli ultimi e più specifici dedicati all’esplorazione di nuovi immaginari sul mondo animale. In mezzo c’è un marasma creativo, colorato e caotico di materia editoriale (minestre animaliste, collage in equilibrio bestiale, asinità, lotte sorelle, raccontini crudeli, sconfinamenti animali, animal liberation thriller e animal liberation poems, lessico resistente, animal plaquette, pop-opuscoli ecc….) che abbiamo presentato nelle situazioni più diverse: dalle fiere di paese ai presidi, dai festival vegan alle librerie, dalle palestre ai festival ecologisti, dalle associazioni agli studi radiofonici, dai centri sociali agli eventi casalinghi, dalle aule scolastiche alle accademie di belle arti.
Testi che abbiamo ripetutamente letto in pubblico, che abbiamo condiviso affinché altri lo facessero, che abbiamo pubblicato sulle pagine di diverse riviste.

Naturalmente non avremmo mai potuto festeggiare questo singolare compleanno se non avessimo avuto il sostegno, l’entusiasmo, la complicità, l’ospitalità e la fiducia di tante tante tante persone che hanno collaborato con noi… Grazie!

Al lupo Al lupo!!!

29 Gen

lupo-di-rotella

Opera di granito verde (cm 120 x 147 x 38,5 ) con propria base (cm 17 x 180 x 88).
Si trova in Corso Mazzini a Cosenza ed è parte del Museo all’aperto Carlo Bilotti.
Opera di Mimmo Rotella inaugurata nel 2007.

Si tratta dell’ultima opera che il celebre artista Mimmo Rotella ha voluto dedicare al lupo della Sila.
Per secoli cacciato e bistrattato, considerato come l’emblema della cattiveria , spesso sull’orlo dell’estinzione, viene ritratto nell’atto di ululare proprio in una delle più importanti vie di Cosenza.
Dopo le infinite stragi, in Italia, gli ultimi esemplari superstiti erano asserragliati proprio nei boschi del Parco della Sila. Nel 1976 divenne finalmente un animale protetto  e ne fu vietata definitivamente la caccia.
Da allora, il Lupo della Sila è diventato il simbolo di questo parco e anche di tutte le montagne della Calabria.
Da spauracchio ancestrale usato per spaventare i bambini, da animale nocivo e pericoloso che andava spazzato via dai boschi a colpi di fucile, si pretende, oggi, con una sommaria antropomorfizzazione, di farne il simbolo della cultura e delle radici di questi popoli montanari.
Certo, non è mai troppo tardi per valorizzare un animale che sconta ancora oggi, anche nel linguaggio parlato, assurde mortificazioni, ma questo monumento, questo bellissimo lupo in mezzo alle vie di Cosenza, è un lupo  il cui ululato ci parla di stragi inutili,  del continuo folle tentativo  di schiacciare, violentare, domare e distruggere tutto ciò che è selvatico, libero, nomade.
In realtà, ad un osservatore più aperto e consapevole, questo mitico e un po’ mistico ululato viene a ricordare la persecuzione subita dai lupi, viene a ricordare che le popolazioni di montagna davano premi e doni di ogni tipo a chiunque si presentasse con una carcassa di lupo ucciso.
E ci viene anche a ricordare quanto dure siano state le battaglie animaliste in favore degli ultimi lupi sopravvissuti nella Sila. Battaglie che non hanno ceduto alla rassegnazione, che hanno insistito anche quando pareva impossibile competere con una visione così distorta e superficiale, eppure ancora così diffusa, di una natura cattiva proprio come lo stereotipo del lupo cattivo.
E quindi, nonostante tutto, quest’opera di Mimmo Rotella, resta un caldo omaggio al lupo, al suo indomabile spirito che non si rassegna.
Un omaggio, almeno così noi lo leggiamo, che va anche a tutti quegli animali che resistono, che si ribellano, che scappano nell’ininterrotta ricerca di spazi ancora non occupati, cementificati, urbanizzati, coltivati, recintati, avvelenati e trasformati in discariche. Una fuga e una resistenza che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono destinate a fallire, ma che ci mostrano gli animali da un nuovo punto di vista.
Non più delle povere vittime passive da proteggere e aiutare, ma compagni e complici di una lotta comune per la Liberazione.

Tratto da “Musi di pietra (Il posto degli animali nei monumenti)” autoprodizione di Troglodita Tribe

 

 

 

Ancora una domanda su Veganismo, Antispecismo, Liberazione Animale…

24 Gen

image-1.jpgAbbiamo deciso di concludere il nostro progetto di Veg-Interviste (Libere Conversazioni Animali) che si è protratto per circa due anni – sulla questione/Liberazione Animale. In questo periodo siamo riuscit* a “far parlare” attivist*, filosof*, prof, maestr*, cuoch*, artist*, giornalist*, blogger, veterinar*, fumettist* vegan… cercando di fornire un panorama che fosse il più variegato possibile. Siamo riuscit* a realizzare venticinque interviste senza limiti di spazio e ringraziamo di cuore tutte le persone che hanno accettato di rispondere regalando il loro tempo, aprendosi e scoprendosi all’esterno con le loro personali considerazioni.

Vogliamo però concludere questa intensa esperienza salutando con un’ultima domanda che rivolgiamo a tutt* e venticinque. L’abbiamo inviata a tutt* contemporaneamente mettendo, questa volta, per ovvi motivi organizzativi, una precisa scadenza per inviarci la risposta.

ECCO L’ULTIMA DOMANDA:

Alcune parole, in questi ultimi anni, sono state molto importanti per la vita di molt*. Parole che ci hanno spinto a lottare, sperare, impegnarci, cambiare radicalmente ribaltando concetti che davamo per scontati. Parole che abbiamo difeso, che per noi hanno avuto un significato profondo. Parole che si sono trasformate in azione, sulle quali abbiamo investito tanta energia, sulle quali abbiamo impostato parte delle nostre vite. Parole come Veganismo, Animalismo, Antispecismo, Liberazione Animale, Resistenza Animale.
Come sono cambiate, nel tuo immaginario, queste parole? Rivestono ancora la stessa importanza? Dove sono andate a finire, oggi, queste parole? Ne hai forse trovate di nuove?

Di seguito pubblichiamo le risposte nell’ordine in cui ci sono arrivate.
Cliccando sul nome dell’autore di ogni risposta è anche possible leggere l’intera intervista che ci ha rilasciato.
Le risposte mancanti non sono pervenute entro la data fissata.

ANDREA MALGERI/SELVATICO LAPIS
Fumettista Antispecista

La mia attenzione, più che alle parole, va ai concetti che vi stanno a monte: sono quelli a rimanere vivi nel mio cuore e nelle mie idee. Se la parola vegan oggi è diventata un po’ “commerciale”, o abusata, per me la sua valenza rimane fortissima. Ma la mia è una visione particolare, lo riconosco, perché in fondo la valenza delle parole che usiamo evolve nel tempo ed è designata dal sentire comune.
Se l’evoluzione delle parole mi tocca relativamente, ciò che invece mi riguarda più da vicino è l’approccio che la gente ha verso le tematiche. Innanzitutto sono sempre più accessibili, grazie ad internet e si inizia a parlarne anche in televisione. Dunque parrebbe che la consapevolezza si sta piano piano diffondendo. Ma è una marcia molto lenta. Tant’è che anche il mio approccio è cambiato nel tempo, è ho deciso di affiancare ai miei fumetti più “militanti” e diretti, altri lavori che prendono l’argomento più “alla larga”, in modo da non spaventare chi non l’ha mai affrontato (penso al bambino ma soprattutto al genitore!)
Una nuova parola che richiama sempre più la mia attenzione, ultimamente, è Auto-Liberazione. Ho trovato affascinante realizzare che una seppur piccola parte degli animali detenuti nel mondo riesce a trovare autonomamente la via della libertà. Non ci sono numeri certi, naturalmente, ma i casi sembrano sempre più numerosi. C’è da dire che le informazioni viaggiano sempre più velocemente, dunque è facile che questi episodi siano sempre avvenuti, pur non arrivando all’attenzione mondiale). Se però ci fosse effettivamente un aumento di questi casi, mi entusiasma pensare che i nostri fratelli animali si stanno davvero preparando ad una rivolta generale, proprio come nei miei fumetti! Per precauzione, però, io continuo a parlare di loro nelle mie storie! Meglio informare più persone possibili: non si sa mai che gli esseri umani si possano trovare a dare un contributo decisivo verso la liberazione Animale, Umana e della Terra!

EMILIO MAGGIO
Cinemologo e Antispecista Visionario

Le parole sono materia incandescente, soprattutto per chi, come me, le usa come attrezzi per comunicare una visione. Anche adesso mentre scrivo cercando di rispondere alla vostra domanda le parole sfuggono, cercano una loro strada autonoma e indipendente che non sia associabile alla dimensione propedeutica e argomentativa con cui siamo abituati a ordinarle affinchè acquistino senso, soprattutto quando il senso che vogliamo loro conferire ha a che fare con concetti come CAMBIAMENTO TRASFORMAZIONE RESISTENZA DISSENSO.  Le parole sono di per sé imbarazzanti. Mi provocano un disagio quasi insostenibile. E’ per questo che le soppeso, le guardo come se fossero vive, le immagino libere dalla loro inerzia assertiva. L’imbarazzo per me diventa ancora più evidente quando si ha a che fare con termini che hanno finito per rivestire un significato assiomatico. Ha cioè prevalso l’assolutezza categoriale del lemma come verità inconfutabile, che non ha bisogno di spiegazione né tanto meno di dimostrazione. Veganismo Antispecismo Animalismo sono diventati contenitori vuoti, usati in modo indiscriminato per affermare un’appartenenza supposta e ideale e per tanto aleatoria.  Per questo credo che, oltre alla riconsiderazione linguistica che darebbe nuova linfa a termini chiusi purtroppo nella loro obsolescenza storica e autoreferenziale, queste parole dovrebbero essere declinate al plurale, non solo per correttezza storica, ma soprattutto in quanto suoni (scusate il gioco sinestetico) della possibilità, voci che rimettono in discussione il già dato, segni che instillano dubbi più che risposte. Non basta sostituire, per esempio, una a o una i con un asterisco. E’ un gioco fine a se stesso, un codice criptato per comunicare tra persone che si suppone condividano le stesse idee e le discriminazioni e qualora valido e giustificato solo se lo scopo è quello di far cortocircuitare la declinazione specifica e di genere delle parole stesse, il loro ruolo. L’attuale presa necropolitica del dominio ha finito per influenzare anche le nostre parole di rivendicazione trasformandole in dichiarazioni di fede identitaria. L’abecedario animalista e antispecista non è più in grado di decifrare la realtà. Non si tratta di sostituire un termine con uno nuovo e forse neanche di rendere l’ontologia vegana animalista e antispecista concreta e fattuale, propedeutica al gesto , il bel gesto sinonimo del disincanto anti identitario – mangio vegano invece che sono vegano per esempio- ; piuttosto bisognerebbe riflettere sul fatto che io sono in quanto esisto, e se la specie è un’ invenzione (e per questo rinvio all’ultimo libro di Massimo Filippi) non si può continuare a contrapporsi ad un fantasma che continua a produrre illusione, per quanto questa illusione sia performativa, cioè produttiva di normatività sociale politica e giuridica. Il valore che queste parole assumono oggi è allora quello di considerarle come appartenenti ad un passato che può far luce sul presente e viceversa. Avere un approccio “archeologico” , cioè non un approccio storico che veicola un’ idea univoca e consequenziale di un passato che condiziona inevitabilmente il presente, significherebbe attualizzare queste parole con il senno del poi, nel segno e nella prospettiva del possibile, del sogno del desiderio e dell’evento. Un processo di visione di un futuro anticipato che passa attraverso un passato tutto da ricostruire.
Forse non ho risposto esattamente alla vostra domanda, ma il mio disagio è dettato anche dall’assolutezza delle parole Veganismo Antispecismo e Animalismo che hanno smarrito la loro dimensione conflittuale nel mare dell’opinionismo trasversale. Il populismo odierno (l’idea della fine della storia come esaurimento dei processi conflittuali e politici tacciati come ideologia) ha finito per egemonizzare anche i movimenti per la liberazione animale. Entrando nel dettaglio dovremmo pensare alla attuale evanescenza concettuale di tali parole. Il Veganismo viene percepito ormai come stile di vita e non più come forma di vita, cioè, per citare Agamben, come la possibilità di una vita in comune, una vita usata insieme – è qui che il lessico marxista può essere ancora valido, nella differenza, ancora discriminante, tra valore d’uso e valore di scambio – piuttosto che una vita spesa consumata e certificata dal brand Vegan ok. La parola Antispecismo, presa superficialmente come d’abitudine, diventa sostanzialmente antinomica, generando una contrapposizione a qualcosa che IMMAGINIAMO essere il prodotto viziato dal peccato di superbia dell’umanità,una lotta tra bene e male. L’Animalismo è ormai del tutto egemonizzato dal qualunquismo politico che trova e cerca nella casta umana il facile capro espiatorio, così come l’animale sacrificale e sacrificato lo è stato per l’umanismo. In questo quadro la questione della Liberazione animale e quella della loro Resistenza acquistano senso solo se messi nella giusta prospettiva rivendicativa di sottrazione alla presa biopolitica e necropolitica dei poteri governamentali . Non si tratta di evitare qualunque confronto con le istituzioni che dovrebbero vigilare sul benessere animale di cui si occupano gran parte delle associazioni animaliste, quanto di far luce sui processi di animalizzazione su tutta quella soggettività definita e ritenuta docile -umani e non umani- proprio perché priva dei mezzi di produzione per agire la vita e poterla modificare relazionandosi con gli altri e l’ambiente in cui si vive.

MARCO REGGIO
Attivista antispecista, membro dell’associazione Oltre la Specie e redattore della rivista Liberazioni.

È sempre un po’ difficile dover avere a che fare con delle parole, soprattutto se iniziano con una lettera maiuscola… Prima di tutto, forse, un augurio a queste locuzioni: che possano ritrovare, ciascuna, la propria lettera minuscola. Molte di queste, infatti, sono state brandite, in questi anni, come vere e proprie armi – talvolta come se rappresentassero la “soluzione finale” – nelle contese sulle strategie del movimento (movimento animalista? antispecista? di liberazione animale? di solidarietà alla resistenza dei non umani? appunto), sull’interpretazione di fatti di cronaca, nella discussione del valore di azioni pubbliche, e così via. Non che le parole non siano importanti, o che siano slegate dalla realtà, anzi. Anni fa, negli ambienti dell’animalismo radicale, le dispute fra persone “del fare” e persone desiderose di riflettere sulle prassi di opposizione allo sfruttamento animale si concentravano sullo slogan “azioni, non parole!”. Ora credo che abbiamo superato, in parte, quell’ingenuità: è banale dirlo, ma le parole sono azioni, e i loro effetti di realtà sono tutt’altro che trascurabili. Non solo perché abbiamo scoperto che importanti filoni teorici, come quello del carattere performativo del genere (penso a Judith Butler), hanno dei risvolti anche nell’ambito del binarismo di specie, nei dispositivi di svalutazione e sottomissione di chi si colloca nel secondo polo di tale binarismo (i non umani); ma soprattutto perché abbiamo toccato con mano come una serie di atti linguistici siano rilevanti nelle prassi antispeciste, dalla capacità di dare un nome al “nemico”, a quella di descrivere la realtà dello sfruttamento animale, o anche solo di rendere conto in modo articolato di cosa si prova ad entrare in un allevamento. Certo, alcune forme di anti-intellettualismo sono sempre in agguato, con tutto il loro portato sessuofobico di stigmatizzazione delle “seghe mentali”; e, d’altra parte, anche il nominalismo può essere un pericolo altrettanto preoccupante. Animalismo, Antispecismo, Liberazione Animale, Veganismo: le locuzioni che ho citato (ne ho volutamente omessa una sola) sono state mobilitate per incasellare emozioni e persone nelle varie categorie di attivismo, saltando a piè pari, spesso, le questioni più importanti, sacrificandole cioè alla necessità di definire chi sia un vero antispecista, un vero vegano, ecc., o quali argomentazioni, quali azioni siano davvero antispeciste, vegane, ecc.. Eppure, io proprio questa necessità non la sento. Anzi, trovo che sia piuttosto fuorviante. Si prenda il caso, recente, di quella giornalista rampante che, evidentemente per motivi carrieristici e commerciali, pubblica un libro di successo sugli allevamenti intensivi, per poi diffondere foto di conigli in gabbia entusiasti della quarta ristampa del libro (a proposito: qui un po’ di sano disprezzo per i libri mi sembrerebbe più che legittimo) e stringersi in un abbraccio pubblico con un noto cuoco vegefobo, all’insegna del “volemose bene”. Nel primo atto di questa piccola commedia, la giornalista viene attaccata sui social network da un ampio settore di attivist* vegan, che non le perdonano, soprattutto, la seconda oscenità (anche se la prima era forse più triste) e il fatto di essersi definita “quasi-vegan”, mentre le sue difese vengono prese, oltre che da qualche sostenitore ad oltranza della logica dei piccoli passi, da un suo simile, un aspirante ricercatore che ha fatto del proprio rapporto con il mondo animalista (e della propria fama di “estremista vegan” sapientemente costruita negli anni) il trampolino di lancio per un briciolo di notorietà che ora gli consente di “scaricare” gli animalisti stessi, evidentemente scomodi compagni di strada in un contesto in cui gli acquirenti dei suoi libri possono essere reperiti altrove. Fra gli attacchi emotivi e spesso identitari, emergono scritti che mettono a tema, correttamente, la questione della “carne felice”: la giornalista ha parlato sempre e solo di allevamenti intensivi, rafforzando l’idea che in fondo esiste la possibilità di uno sfruttamento “buono”, sostenibile. Vecchia storia, ma è sempre bene parlarne e provare a decostruire le retoriche che la sostengono. Nel secondo atto, l’aspirante filosofo di cui sopra perde le staffe e confessa l’inconfessabile (un lapsus? un rigurgito di onestà intellettuale?): bisogna usare diversi linguaggi a seconda dei contesti in cui ci si trova, lui lo fa da sempre, anzi, bisogna sostenere proprio strategie diverse, lui quando va in tv dice che il problema sono gli allevamenti intensivi, fra attivist* vegan lancia strali contro la carne felice, appunto, fra intellettuali parla solo di “animalità”, antropocentrismo e concetti teorici il più possibile innocui, quando è ospite di operatori dei mattatoi, addetti zootecnici o ideologi di Slow Food, allora evviva le piccole fattorie di una volta; insomma, bisogna essere consapevolmente opportunisti. Ma, a parte queste piccole storielle, è interessante ciò che accade nel terzo atto. Entrambi gli “accusati” perdono definitivamente l’appoggio e la stima della maggiorparte degli interlocutori. La sentenza è però certamente identitaria: lo chef vegefobo è un avversario, chi lo abbraccia non è “uno di noi”. Nel quarto atto, come da copione, emergono le prese di posizione più “radicali”: in fondo, chi è rimasto deluso da una giornalista mainstream e dal suo modo di denunciare alcuni aspetti della tragedia animale, sarebbe un ingenuo che evidentemente, prima che costei abbracciasse il “nemico”, la reputava una vera antispecista. Come spesso accade il finale è all’insegna dell’identitarismo, appunto. Si parla poco della funzione oggettiva di questi discorsi – quelli della carne “felice”, della logica dei piccoli passi o della necessità di mandare messaggi rassicuranti al grande pubblico per ottenere non si sa bene quale avanzamento verso una generale presa di coscienza animalista – e molto più di chi può dirsi animalista o antispecista, di chi fa parte della comunità vegan, di chi ne è stato espulso, di chi non ha mai avuto titolo per entrarvi. Forse per il disinteresse che mi suscitano le discussioni così esplicitamente impostate sull’uso forte di termini come “antispecista”, “animalista”, “vegan”, utilizzo queste parole ormai in modo molto laico, per la loro utilità semantica immediata (“vegan”, per esempio, è un ottimo termine per designare sinteticamente chi non mangia derivati animali né utilizza altri prodotti derivanti dallo sfruttamento animale). Con la minuscola, appunto.

Vengo dunque alla locuzione di cui non ho parlato, ma che voi avete inserito nell’elenco, la “resistenza animale”. Può quest’ultima correre il rischio di assurgere a marca identitaria, a cartina di tornasole per ciò che è ammesso nella discussione politica antispecista e ciò che non lo è? Spero di no. In effetti, quando il collettivo che ha dato vita a resistenzanimale.noblogs.org (collettivo di cui facevo e faccio parte) ha scelto questo nome, lo ha fatto con cognizione di causa, intendendo mettere in luce la capacità degli schiavi non umani di ribellarsi, di contestare il potere che li schiaccia, di lottare, e di farlo con modalità che non possono essere ricondotte alle visioni “classiche” (e forse superate ormai anche in ambito umano) di opposizione alle varie forme di assoggettamento, quelle visioni che una volta si definivano “rivoluzionarie”, perchè legate all’idea di progettualità, magari anche di partito politico, in ogni caso figlie di una concezione del conflitto fra classi, o fra sudditi e governanti, che era un conflitto frontale, una strada che conduceva dritta alla presa del Palazzo d’Inverno. La resistenza, invece, è inevitabilmente molecolare, continua, sotterranea, ostinata, non sempre intenzionale, non sempre verbalizzabile, non sempre prevedibile. A rigore, non dovremmo neppure parlare di resistenza animale, ma di resistenze animali, così come non dovremmo parlare di “Animale”, includendo in questo calderone individui che vanno dalla zecca allo scimpanzè. Tutto ciò mi sembra già un antidoto all’appropriazione di questa “idea” da parte delle tendenze identitarie che pervadono la galassia antispecista umana, ma non basta. Bisogna augurare alle resistenze animali di non essere un “marchio”, un blog, una linea di pensiero, ma di essere una realtà, molto concreta: quella degli atti di ribellione che avvengono in ogni momento in tutti gli allevamenti, gli zoo e i circhi del mondo. Il nostro compito, dunque, è quello di dare luce alla resistenza, darle coraggio, darle solidarietà attiva, e, naturalmente, anche di discuterla, “interpretarla”, se vogliamo, ma senza paternità né maternità da rivendicare, senza pensare di poter arrivare alla “giusta” lettura del senso della resistenza. Si verificherebbe, in fondo, la solita sottile violenza paternalistica: “loro” si ribellano, “noi” gli diciamo perchè lo hanno fatto. Una violenza epistemica, per usare le parole di Gayatri Spivak.

Poco tempo fa, grazie ai/lle compagn* di Agripunk e alla mobilitazione promossa (anche) da resistenzanimale.noblogs.org, Scilla, il torello fuggito dal trasporto verso il macello a Messina, è arrivato nella sua nuova casa. L’ho incontrato di persona circa un mese fa. Scilla non è un “esempio” di resistenza, o un “caso di studio”, ma un corpo che si è liberato. Pensando a lui, o a Camilla (che dopo settimane di latitanza nelle campagne pistoiesi si è guadagnata la libertà), o ancora a Tilikum, l’orca ribelle di SeaWorld morta in questi giorni nella sua cella di isolamento, le vostre domande mi fanno pensare proprio al fatto che la resistenza, quella vera, fatta di corpi che soffrono, di fughe, di violenze anche, viene prima della “resistenza”, cioè dell’idea di resistenza. Per questo, anche se abbiamo tremendamente bisogno di parlarne, di concettualizzarli, di discuterli, i due movimenti della resistenza e della solidarietà sono prima di tutto una questione di desiderio, di voler rompere le gabbie, di voler correre fuori, e, per chi come noi umani non è quasi mai carne macellabile, di sapere senza mezzi termini da che parte si vuole stare.

MASSIMO FILIPPI
Emergenza Instabile

Le parole non crescono sugli alberi, ma sono forgiate socialmente. Il linguaggio è la principale delle istituzioni e le parole sono attraversate da campi di forza che ne modificano il significato e la valenza; le parole sono sede di conflitti politici. A questa regola non sfugge neppure il lessico che ci è caro; anzi, con la popolarità che certe parole hanno guadagnato di recente, lo scontro per la loro (ri)significazione è più incandescente che mai. Alla luce di quanto detto, consideriamo uno a uno i termini che avete proposto alla nostra riflessione.

Un tempo veganismo era una parola con una notevole portata destabilizzante. Dire: «Sono vegan*» corrispondeva a un vero e proprio coming out che spiazzava familiari, amici e conoscenti. Oggi, grazie alla capacità digestiva del sistema capitalistico, veganismo (o quasi-veganismo) è sinonimo di moda più o meno passeggera, di uno stile di vita tra gli altri, di una sezione del supermercato. Quindi, o il movimento di liberazione animale avrà la forza di riappropriarsi e di risignificare questo termine, oppure è meglio lasciarlo a salutisti, soubrette e distributori di marchi di autenticità vegana.

Animalismo è sempre stato un termine generico, una sorta di parola-ombrello per chiunque nutrisse una qualche simpatia per il mondo non umano. Oggi è, se possibile, un termine ancora più compromesso a seguito della massiccia infiltrazione delle destre nel movimento di liberazione animale (neo-animalismo). In questo caso, quindi, la situazione è ancora peggiore di quella del termine “veganismo”: animalismo va usato esclusivamente per prendere le distanze da populisti, qualunquisti e filosofi da baraccone.

Antispecismo è un termine fondamentale – da tenersi molto stretto, almeno per ora –, ma ancora in fase di definizione tanto che è possibile affermare che è la parola che ha subito le maggiori risignificazioni nei poco più che 40 della sua vita. In questo caso, si è assistito a un movimento opposto a quello indicato per i due termini precedenti: il significato di antispecismo si è andato radicalizzando, passando dalla considerazione benevola nei confronti di qualche animale a noi somigliante al riconoscimento della comunità transpecifica e vulnerabile del mondo-della-carne in cui tutti i viventi sensuali sono immersi.

Liberazione animale è la “parola”, il fine auspicato e la fine agognata di ogni sforzo in questo ambito. Due considerazioni, però, sono importanti: a) è necessario ribadire che “liberazione” non è qualcosa di statico, ma un processo di crescita collettiva e accomunante in continua evoluzione; b) che l’aggettivo “animale” dovrà rimanere parte di questa espressione fintanto che non saremo in grado di far capire che o la liberazione è anche animale o semplicemente non è quello che promette di essere. In futuro, quindi, questo termine dovrà trasformarsi in “liberazioni”.

A differenza degli altri termini considerati, resistenza animale è un’espressione di recente introduzione ed è il segno più evidente di quella che dovrebbe essere l’evoluzione del movimento di liberazione animale. Con resistenza animale si vuole indicare che, nonostante millenni di domesticazione, gli animali continuano a opporsi al potere che gli umani esercitano su di loro. In molti – (neo)animalisti compresi – faticano a cogliere l’importanza di queste ribellioni. Spesso, infatti, si interpreta il mancato successo di questi episodi di rivolta non come il segno della sproporzione delle forze in campo, ma come un’impossibilità ontologica (l’Uomo è l’unico animale capace di fare le rivoluzioni: ricordate la favola antropocentrica?). Riconoscere la resistenza animale è allora un modo per esprimere una doppia affermazione accomunante, un sì (quello di chi solidarizza) che risponde a un sì (quello dell’agire di chi si ribella), che innesca un processo che si oppone radicalmente alla negazione annichilente dell’antropocentrismo.

Infine: ho trovato nuove parole? Sì tante, ma forse tanto nuove non sono. Ne elenco quattro per fare da contrappunto a quelle indicate da voi: corpo, comune, moltitudine, desiderio. In altre sedi ho discusso ampiamente questi termini. Per cui oggi mi limito a dire che insieme costituiscono la vita impersonale e gioiosa grazie a cui viviamo contrapposta alla miseria della vita che viviamo.

 

VERONICA DI BASTA DELFINARI!
Attivista di Basta Delfinari

Quando,circa 12 anni fa, mi sono avvicinata a queste tematic
he i termini “Antispecismo”, “Vegan” o “Liberazione Animale” sono stati una scoperta per me, che non ero in grado di “dare un nome” a quello che pensavo e a cui mi stavo affacciando.
Sapere che qualcuno da tempo aveva dato nome e cognome a quello che avevo in testa era illuminante e rassicurante, mi faceva sentire meno sola in un ambiente che non aveva niente a che fare con quello che pensavo, mi ha dato sicurezza e voglia di approfondire.
Con il passare del tempo, vedendo l’ evoluzione (e purtroppo anche l’ involuzione) dell’ attivismo, ho visto che queste parole sono state troppo spesso inflazionate o utilizzate a sproposito e a causa di questo uso sbagliato a volte è arrivato un messaggio distorto alle persone, agevolando la nascita di luoghi comuni sbagliati e fuori luogo.
Tutte le parole hanno un peso enorme e quando sono usate a sproposito i rischi di fraintendimenti sono grandi e pericolosi.
A volte una semplice parola può rischiare di creare “etichette”, che secondo me sono di difficile comprensione (quella giusta) ai più: ognuno può dare a un termine il significato che crede.
O forse, semplicemente, non amo queste “etichette” perchè nella mia mente sono concetti interiorizzati che non hanno bisogno di essere “catalogati”, ma mi rendo conto che per molte persone possono non esserlo.
Non ho una risposta alla vostra domanda; quando penso ai termini che ho scoperto quando mi sono avvicinata a un certo modo di vivere non nego di provare anche un po’ di egoistica nostalgia; non penso servano nuovi termini, nuove etichette, anche perchè non mi vengono in mente termini più chiari e incisivi di “Liberazione Animale” o “Antispecismo”.
La speranza è che i loro contenuti siano portati avanti con chiarezza e coerenza.

ELISABETTA MOLINARIO E ARIANNA ABIS
Cuochesse eXtra-Ordinarie e Filatrici di Reti e d’Idee

Le parole rimangono, i significati apparentemente cambiano. Eppure sono sempre loro: che abbiamo imparato, che non conoscevamo, che ci hanno accompagnate e che ci hanno poi lasciate ad interrogarci sul come potessero essere davvero delle alleate. Ma a volte ritornano, come vecchie amiche che si erano allontanate lungo percorsi differenti.
E’ il caso della parola Veganismo. Una parola nata con l’intento di spiegare un modo di fare: concretizzare un pensiero con un’azione.
Quella parola che ha spinto all’agire, oltre che al riflettere, una meditazione fisica a voce alta, un modo di cominciare da se stessi per rompere  le catene che ci legano a una società pervasa da sofferenza e ingiustizia.
Oggi quella parola appare ovunque, nei discorsi più futili, a raccontare qualcosa che non è, che non è mai stato: moda, salute, mercificazione. Un’offesa per il suo significato originale, per la rivoluzione che ha rappresentato, per la frattura con il capitalismo e con il sistema che racchiudeva (e racchiude) nelle sue lettere.
Il senso che oggi gli si attribuisce non è il suo senso.
Il veganismo non è la cotoletta di seitan surgelata. Non è “finalmente faccio la spesa velocemente”. Per un lungo periodo abbiamo trascurato di usare questa parola, l’abbiamo messa in un angolo, perché ad essa,  nella visione corrente, si accompagna una scelta lontana dall’essere scelta etica e rivoluzionaria; la sua apparenza attuale, piuttosto, si lega al disagio del capitalismo alla deriva, che fagocita e divora per ottenere il suo scopo di profitto. Eppure non è la parola “veganismo” ad essere sbagliata, è tutto il resto che l’ha distorta e ha cercato di appropriarsi del suo significato per riproporlo in un’ottica deviata, a fini di lucro.
Ultimamente pensiamo che sia importante riprendersi il suo vero significato, non lasciarla morire. Non odiarla, scongelarla talvolta dal suo stato di ricordo ibernato, prendersi il tempo di spiegare cosa – davvero – rappresenta, per toglierla dall’aberrante stato di mercificazione selvaggia i cui la si vuole porre, in cui tutti la conoscono in modo superficiale e distorto, per ridarle il valore che ha e la frattura col sistema che ha rappresentato.

BARBARA BALSAMO
Professoressa Antispecista

Premettendo che detesto le etichette e che ho sempre tentato e cerco ancora di non incasellare le battaglie che porto e portiamo tutt* avanti all’interno di un termine, credo che oggi, più di ieri, sia importante analizzare i fenomeni che vogliamo combattere e individuare gli obiettivi da raggiungere in modo chiaro e puntuale. Per questo sono persuasa che definire le nostre lotte in termini di resistenza e liberazione sia la scelta migliore. Non solo in virtù delle mie posizioni e delle mie idee ma anche perché come abbiamo potuto vedere attraverso le esperienze condivise degli ultimi anni i termini come veganismo e animalismo hanno da un lato perso valore nell’immaginario collettivo dall’altro restituiscono un significato distorto sia delle ragioni intrinseche che rappresentano sia degli effetti che le pratiche ad essi legate hanno di fatto innescato. Se vogliamo tornare a dare valore alle parole allora penso che l’antispecismo sia, nelle sue varie declinazioni, l’elaborazione e l’analisi teorica di una società liberata, egualitaria e a-specista mentre la lotta di liberazione e la resistenza rappresentano i modi in cui si traduce in azione l’antispecismo. Pertanto, rispondendo alla vostra domanda, ritengo che tutte le idee, gli obiettivi, le prassi, le strategie si possano tradurre e definire una lotta di liberazione totale pluralista e contestualista ( riprendendo la definizione di Steve Best).


CRISTINA BARBIERI
Artista Antispecista

S/FORTUNA
Dalla visuale privilegiata di questa parte del mondo, noi tendiamo a considerare la nostra esistenza come iscritta nell’ordine naturale delle cose. Siamo nati con dei diritti, in genere rispettati, non abbiamo sofferto la fame, non siamo stati schiavizzati, abbiamo passato un’infanzia in cui siamo stati accuditi, curati se ammalati, abbiamo giocato, studiato, fantasticato, pensato al nostro futuro. Qualcuno si è occupato di noi, genitori, parenti, insegnanti,ecc..Siamo cresciuti in un contesto sociale in cui i rapporti con una cerchia sempre più allargata di persone ci hanno fatto sentire parte integrante di una comunità. Occupiamo un posto ben definito e difficilmente qualcuno potrà non considerare i nostri interessi o abusare di noi. Varie protezioni sociali ci tutelano. E tutto ciò per noi è acquisito naturalmente, solo per il fatto d’esser vivi. Eppure lentamente, fin da piccoli, cominciamo a renderci conto che non tutti sono fortunati quanto noi. Alcuni bambini che ci capita di conoscere sono nati in famiglie disagiate, sono poveri, sono stati abbandonati. In paesi lontani addirittura soffrono la carestia o muoiono per malattie terribili. Molti sfortunati non possono giocare o frequentare la scuola, poichè ancora in tenera età sono costretti a lavorare. Altri devono combattere guerre che neppure capiscono. E noi? Quali meriti abbiamo avuto per non essere nei loro panni? Avremmo potuto nascere in un periodo storico, in una latitudine o in un contesto sociale ben più svantaggioso rispetto al nostro. Avremmo potuto essere anche noi semplicemente “sfortunati”.
Ed ecco affacciarsi la prima riflessione morale sul concetto di “fortuna e sfortuna”. Da questa riflessione nasce la coscienza sociale. La moralità si fonda proprio sulla capacità di immaginare alternative all’arbitrarietà delle mere contingenze. Parimenti dovremmo renderci conto che sfruttare il potere gratuito che abbiamo solo per un caso fortunato, non fà altro che contribuire a determinare la posizione svantaggiata di altri. Ciò è particolarmente evidente nei rapporti di predominio della nostra specie su tutte le altre. Gli umani sottovalutano il ruolo che la sorte biologica svolge nell’assicurare la dominazione sul resto dei viventi. Così la coscienza non è quasi mai tormentata dal pensiero che la nostra specie d’appartenenza avrebbe potuto arbitrariamente trovarsi molto più in basso nella scala del potere. Solo il pensiero antispecista risale il buio dell’incoscio, proietta all’estremo sfortunato le nostre certezze antropocentriche, distrugge tutti i miti dell’umanità sovrana e ci libera dalle sovrastrutture create per sfuggire alle conseguenze pratiche del riconoscimento dell’orrore che accade, anche per causa nostra, ma che non vogliamo vedere.

DAVIDE MAJOCCHI
@utostoppista @ntispecista @ntiautoritario

Io credo che le parole siano tentativi di interpretare il linguaggio e che il linguaggio si stabilizzi su piani mobili che a loro volta oscillano in relazione alle condizioni sociali e alle condizioni degli individui coinvolti. Il linguaggio non è altro che cercare un contatto con gli altri che altrimenti non riusciamo a procurarci.
Nella mia vita le parole mutano di significato a seconda del mio percorso che cerca di incrociare l’idealismo che mi anima con le circostanze che mi propone la realtà. Analizzandole una per una “veganismo” un tempo assunse il tono di una rivendicazione etica che si faceva forte della possibilità di non sfruttare animali per vivere: un pertugio che indicava, a me e a chi avevo vicino e di fronte, che la liberazione poteva tendere a mettere in reciproco rapporto le dimensioni utopiche e pratiche. Successivamente, approfondendo via-via gli aspetti sociali correlati al concetto di vegan/esimo, è emersa l’opportunità di opporsi al regime commerciale imposto da forme di supposto cuelty-free promosse dallo stesso sistema che, cercando di introiettarci in sé, depotenzia le rivendicazioni tradendo le circostanziali prassi rivoluzionarie.
Animalismo è un termine che ho caro come posso provare affetto per un parente che mi ha cresciuto ma che, allo stesso tempo, ho deciso di salutare terminando di essergli un coinquilino riconoscente. Vedo questa dicitura come una grossa casa in cui nessuna stanza mi poteva più offrire adeguato riparo rispetto alle crescenti difficoltà del vivere e lottare per vivere. Lasciare i luoghi dove sei cresciuto non comporta necessariamente un disconoscimento, ma richiede il saperci tornare –occasionalmente- scevro dalle aspettative di potervi trovare fonti d’ispirazione e rivelazione di un presente che si allarga. Animalismo come causa singola gravata dalla predisposizione irrisolvibile al protezionismo è diventato un fardello pesante, un portato di tensioni iniziali sulle quali sospendere il giudizio volto ad interessarmi alle spinte liberazioniste che reputo promettenti.
Antispecismo è stata un’altra scommessa di cambiamento, fondata sul voler evolvere il proprio grado di critica riguardo la questione animale per quanto è vasta e strutturalmente permeante. L’aver individuato una questione di specie alla base della discriminazione odiata e sofferta ha contribuito a ridurre in me le considerazioni di stampo moralistico tipiche dell’atteggiamento animalista, indirizzandomi maggiormente verso analisi politiche dei fenomeni connessi. La ricerca di radicalità ha sempre informato il mio agire per gli animali generando superamenti concettuali in modo graduale, pur nella convinta sete di avvicinarmi all’origine dei problemi (che ancora mi sfuggono, nella freddezza del concetto sottinteso dalla stessa parola “antispecismo”).

Liberazione animale è un amore ininterrotto. Questo binomio coniuga l’agire e il pensare, l’ambire e il determinare, la volontà e il fluire partecipativo. La parola liberazione è emblematica del mio modo di cercare di stare al mondo: ci si libera da qualcosa e per un qualcosa che non si conosce. Liberare implica il liberarsi per quanto stringe a doppio filo in un processo molteplice l’agente, l’azione, il soggetto e il complemento inseriti nella morsa in cui languono l’oppresso e l’oppressore medesimi. Liberazione è altresì una sintesi non sintetizzabile poiché volta alla complessità delle questioni ininterrotte. Liberazione è mettere piedi e mani sul ponte che collega la felicità alla sofferenza, la vita alla morte, la reazione all’accettazione che non sono mai del tutto antitetiche. Liberazione è sfidare l’impossibile a partire dalle possibilità espletate da una trasformazione che si fa inevitabile. Ogni volta che dico liberazione mi viene la pelle d’oca. Mi sento –dunque, in potenza e privazione- un animale!
Resistenza animale costituisce la mia strada attuale. Il pormi lontano dalle mire veganizzatrici, fuori dal movimento animalista, di passaggio rispetto alle tesi antispeciste, nel fascino del sogno di liberazione animale permanente, mi ha condotto (vicino a chi sento vicino) a mettermi in sintonia con gli attori principali dell’anche mia lotta per l’esistenza. Gli animali non umani desiderano far valere le proprie energie vitali per coinvolgerci in prospettive che non rispecchiano una maniera di vedere, vivere ed organizzare il mondo di stampo uni-specista. L’RA ritengo contenga in sé il fulcro dell’attuale indefinito spaesato mondo che volge all’emancipazione animale in senso ampio. Modificare aspettative, direttive, metodologie, idee, pensieri, sogni… io credo passi dall’aprirci ad una rivoluzione che sia dei “vinti”, in cui la convivenza cessi di essere un principio astratto da adottare, per addentrarsi nella perdita di senso proprio che permette l’acquisizione di un senso comune. Nel senso comune suggerito dalle resistenze abbiamo sempre trovato contatto con un io attraversato dal suo autentico. Dispersione (come le mucche sotto attacco del cow-boy) e ricongiungimento (per riaffrontare il pericolo). Zoomorfizzare l’umano è un’arma fantastica per ritrovarsi in vari momenti, laddove il vento della liberazione può portarci, oltre i parametri in cui è confinato lo statico “noi stessi”.
Per rispondere in cosa trovo del “nuovo” vi dico che lo percepisco nelle coppie di parole che si depistano l’una con l’altra. ‘Troglodita tribe’ può essere un bell’esempio. Mi piace sentire l’aspirazione alla libertà manifestarsi vicina all’opera di cura (Cane libero accudito-dalla mia troglo/intervista). Mi piace la cultura popolare. Mi piace la rivolta compassionevole. Mi piace l’opposizione silenziosa delle mucche negli allevamenti. Mi piace l’isolazionismo aperto delle politiche antagoniste. Mi piace la solitudine compartecipativa delle amicizie. Mi piacciono cose che non ci sono. Mi piace pensare che non devo averle. Mi piace perseguire sempre un metro dietro al raggiungere. Ciò che conta, alla fine, è correre durante. Dove non si sa ma si sente di poter volare. Trovo la mia concretezza nel predispormi a cavallo delle onde, nel fronteggiare la paura che indirizza la sopravvivenza, quando ci riesco.
La paura e la sopravvivenza. Due emozioni, per lasciarvi, che continuano a rappresentare due spauracchi per l’attivazione della liberazione animale, al punto che mi sembra ci diciamo di non doverne più temere. La paura degli animali, di noi stessi, di quello che potremmo fare per sopravvivere a loro e a noi stessi, a chi amiamo indistintamente. Assolutizziamo per convincerci che vinceremo la paura e la sopravvivenza. Mi interessa immaginare e partorire una parola che sappia localmente incrementare il bisogno di sensibilità che esprimiamo, diventando capace di attenuare le spinte conservative insite nel preoccuparci di ciò che ci può succedere. Sarebbe bellissimo liberare la sensibilità permettendole di esistere da più libera, di sbagliare, di contraddire, di non attenersi, di conoscersi al di là dei precetti animalisti, vegani, protezionisti, liberazionisti, antispecisti.
Liberare la sensibilità forse è il grande compito che si prova a dare l’ipotetico movimento animalista.
In fondo le parole sono dei versi che le poesie mescolano fra loro conferendo agli umani sensi e dissensi.

(ho scritto di getto e per scelta non rileggo; sono in canile e i cani abbaiano forte; se non mi si è capito del tutto non lo pretendo, vuol dire che ho reso almeno un po’ il senso di quello che ho dentro :>

GRUPPO ANTISPEFA
Antifascisti Antispecisti Milano

Dal nostro punto di vista queste parole mantengono la stessa importanza di sempre.
Ad alcune, anche se le riteniamo molto limitate, rimaniamo affezionate perchè hanno rappresentato la nostra porta di ingresso nel percorso che stiamo facendo. Il sistema, il consumismo, l’economia o la moda possono anche essersene appropriati negli ultimi tempi stravolgendone il significato, ma per noi mantengono un valore e un significato profondo e preciso, antecedente a questa nuova forma di washing.
Se da sempre la parola Antispecismo non ci ha mai entusiasmate, al contrario Liberazione Animale (a cui aggiungiamo “e della Terra”) rappresenta probabilmente la frase che preferiamo e che più ci rispecchia. Resistenza Animale ci piace tantissimo sia perchè non distingue la resistenza umana da quella non umana, sia perchè riesce a rendere la forma di attacco anche per le ribellioni dei non umani. Inoltre, si tratta di una pratica immediata e impossibile da fraintendere: individui oppressi che reagiscono all’oppressione, senza intermediari né bisogno di interpretazione.
Siamo più predisposti alle pratiche che alle teorie, quindi non ci siamo ancora soffermate seriamente su proposte di cambiamento di linguaggio, pur riconoscendo che il linguaggio è la base dei costrutti teorici, della forma mentis e che anche il linguaggio partecipa ad abbattere muri e aiuta i cambiamenti.
Quello che ci ha portato ad agire e lottare non sono comunque state le parole, quanto piuttosto il riconoscimento della tragica realtà del sistema che ci circonda, basato su prevaricazioni e dominazioni dalle diverse forme (fascismo, razzismo, omonegativà, capitalismo, colonialismo etc/etc).
Il fatto che il sistema si sia impossessato anche di queste parole e cercando di assimilare le lotte per limitarne la portata, ci interessa relativamente, nel senso che è sempre stato così e sempre sarà e come abbiamo già detto nell’intervista del 2015, infatti, non è sufficiente abbattere lo sfruttamento degli animali non umani se non abbattiamo anche quello fra gli animali umani.

GRAFFI(TI) SUL MURO DELL’IMMAGINARIO

18 Lug

foto copertina street artOcchi di gufi, zampe di zebre, code di gatti, musi di topo, ma anche gigantesche api e coccinelle, pipistrelli, famiglie di galline e mandrie di mucche appaiono sui muri, lungo le strade, ma anche sui treni, alle fermate della metropolitana, sui chioschi, sopra i manifesti, nelle fabbriche abbandonate, nelle città fantasma, negli spazi sociali occupati e ovunque sia possibile spruzzare colore. Come in uno strano sogno, o come all’interno di un’ardita scenografia fantascientifica, gli animali invadono le città, si riprendono gli spazi. Meravigliosamente sovradimensionati, opportunamente mimetizzati tra gli arredi urbani, finalmente liberi dalle costrizioni delle vecchie fantasie da ipocrita fattoria felice, entrano nel nostro immaginario con corpi che contano e cantano nuove storie. Sono certamente anche storie di disgregazione, sopruso, ingiustizia, ma contrariamente alle narrazioni del passato, oggi, su questi muri, troviamo dei complici: animali che, proprio come noi, resistono e ricercano vie d’uscita.

Questo libello, dunque, è una piccola incursione, un deciso punto esclamativo su un possibile e raccomandabile assalto nei confronti di un immaginario ancora colonizzato, condizionato, rassegnato. Un arrembaggio, inoltre, che potrebbe rivelarsi risolutivo per  oltrepassare i limiti di una generazione di attivisti che si è concentrata troppo su una visione morale e paternalista dell’animalismo. La street art, in questo senso, potrebbe venire in aiuto perché coniuga l’etica con la creatività e l’ironia, la politica con l’arrembaggio pacifico e gioioso agli arredi urbani, un arrembaggio consapevole del suo tentativo sovversivo. Un arrembaggio che finisce per insinuarsi anche nelle nostre fantasie sul mondo animale, destabilizzando un immaginario che per secoli li ha rappresentati come carne da macello, come corpi ridicoli e incapaci. Un arrembaggio, poi, che non scaturisce da un rigido indottrinamento e neppure da una programmazione strategica, ma che si prefigura come il risultato spontaneo di un sentire che spacca l’asfalto e il cemento per uscire allo scoperto. E la street art, infatti, questo immaginario, lo colora, lo rappresenta, lo propone imponendolo forse in maniera ancor più radicale e decisa di quegli stessi monumenti che, sulle strade, hanno raccontato fino ad oggi la nostra Storia.

Libello autoprodotto manualmente da Troglodita Tribe può essere richiesto scrivendo a troglotribe@libero.it

 

Ancora Aggressioni Agli Animalisti

13 Lug

circoAlcuni attivisti che manifestavano pacificamente il loro pensiero davanti ad un circo sono stati insultati, aggrediti e picchiati. E’ successo in questi giorni, ad Ancona, nel 2016. Ma succede continuamente in tante altre città dove si registrano aggressioni, violenze e insulti da parte di chi lavora e sfrutta gli animali nei circhi.

In realtà, parrebbero episodi d’altri tempi, di quando una qualunque espressione pubblica del dissenso risultava fastidiosa e inaccettabile, di quando si era così poco abituati alla controinformazione, alla tolleranza delle altrui opinioni ed al confronto che, alla fine, il ricorso alla repressione e alla censura violenta era la soluzione più praticata.
E attenzione, qui non si sta parlando del, pur indispensabile, riconoscimento di quelle tecniche di protesta e boicottaggio proprie della critica più radicale, non stiamo parlando di atti fortemente provocatori che cercano di aprire nuove strade nell’immaginario collettivo proponendo soluzioni complesse, utopiche, al limite dell’accettabile o dell’immaginabile.

Stiamo, molto semplicemente, parlando di persone che volevano manifestare con un regolare banchetto informativo e dei volantini la loro contrarietà all’utilizzo e allo sfruttamento degli animali nei circhi. Si tratta di un pensiero sempre più diffuso e condiviso; un pensiero sorretto da studi, statistiche, denunce e ispezioni sempre più particolareggiate ed accurate che sottolineano le privazioni, i maltrattamenti, le sofferenze e le torture subite dagli animali e, da non sottovalutare, l’impatto fortemente negativo di questi spettacoli sulla formazione dei bambini e delle bambine.
Ma in fondo non c’è di che stupirsi, il circo con gli animali è un bieco e triste retaggio del passato. Un passato che rideva e ridicolizzava la bestia feroce come la donna enorme o barbuta, come gli uomini o le donne caratterizzati da nanismo, come l’uomo nero e selvaggio, un mondo che creava il fenomeno da baraccone e lo portava in mostra proprio come un mostro, come il bottino catturato di cui vantarsi in pubblico. Un retaggio in cui il diverso, per specie, per razza, per dimensioni, per stranezza era pericoloso e l’unica arma per difendersi era la sua derisione pubblica. Deridere serviva a rinforzare il proprio presunto concetto di normalità, la propria posizione centrale di dominio. Domare il leone a colpi di frusta, costringere l’elefante a stare sullo sgabello, in effetti, sono le ovvie simbologie di un dominio totale e incontrastato sul mondo animale libero e selvatico.

E’ incredibile pensare e constatare che queste rozze e grezze manifestazioni siano ancora in vita, siano ancora espressione dello spettacolo e del divertimento (per di più destinato ai bambini) che caratterizzano le nostre società moderne.
E, in effetti, il circo con gli animali, superato, vecchio, squallido, riesce comunque a sopravvivere solo grazie ai contributi diretti delle istituzioni, (ultimamente, purtroppo, grazie anche alla benedizione del Papa) che fanno di tutto per mantenerlo in vita. Ed è normale che avvenga, anche se la gente non lo vuole più, è il modo con cui una società specista fondata sul dominio, difende le sue origini e la sua storia, difende il suo spirito e l’immaginario del mondo che vuole continuare a spacciare come l’unico possbile.

LA RESISTENZA ANIMALE C’E’ E SI VEDE

19 Giu

giraffa resistenza.jpg

Giorni fa, un tale, una persona che conosce la questione animale, una persona vegan, ci ha detto che il concetto di Resistenza Animale, l’idea che gli animali evadono, si ribellano e resistono attivamente e consapevolmente all’oppressione umana, è soltanto una fantasia.

In altre parole, secondo questa persona, le azioni degli animali, il loro resistere mordendo, graffiando, sfondando, scappando, il loro lanciarsi dai camion diretti al macello, il loro tuffarsi dalle navi, il loro scavalcare recinti e cancelli, il loro scavare alla ricerca di una via d’uscita, il loro correre più lontano possibile dai luoghi di sfruttamento, tortura e morte, non sono gesti che comunicano concretamente una volontà, che intendono porsi fattivamente contro la loro stessa oppressione. La persona in questione, poi, ha specificato che si tratta di gesti disordinati e casuali e che, proprio per questo, non possono essere definiti come una resistenza consapevole.

Oggi, di fronte al ricco lavoro del blog Resistenza Animale, non è più possibile considerare le azioni resistenti degli animali come dei casi fortuiti, come dei curiosi aneddoti da inserire nello ”Strano ma vero”. Oggi, grazie a quel lavoro di raccolta, grazie all’immensa mole di notizie, articoli, video, foto, testimonianze, noi sappiamo che gli animali, questi gesti, li compiono continuamente, regolarmente, ovunque. E se consideriamo che, nella maggior parte dei casi, questi gesti non sono neppure visti, considerati, riconosciuti, possiamo anche comprendere che il loro numero è enormemente più elevato rispetto a ciò che è dato sapere attraverso i media, rispetto a ciò che è possibile raccogliere e divulgare.

Non riconoscere questi gesti, minimizzarli, ridicolizzarli, renderli un divertente spettacolo, è normale amministrazione in un contesto che non può e non vuole fare i conti con l’orrore che crea, accetta e divulga quotidianamente. Perché, in effetti, il solo fatto di inquadrare l’animale che scappa dal circo come un fuggitivo alla disperata ricerca di una via d’uscita, di uno spiraglio di salvezza, metterebbe in crisi la grossolana ipocrisia che sorregge il tutto, che tiene in piedi quel sentirsi eticamente a posto con tutto e con tutti.

La negazione dell’individuo oppresso, in effetti, deve passare anche attraverso la negazione dei suoi gesti, soprattutto dei suoi gesti di resistenza, ribellione, evasione, non accettazione, perché sono proprio quei gesti che lo qualificano come individuo, come essere che esprime una volontà, che esterna dei desideri, come ad esempio la profonda radicata e radicale aspirazione alla libertà.

E se, da una parte, tutta la storia dell’oppressione animale, si basa proprio sul contenimento di queste azioni di resistenza, dall’altra, paradossalmente, si basa anche sulla loro negazione.

Già, perché da sempre, per riuscire a sfruttarli e usarli, sono stati necessari corde, fili spinati, recinti, fruste, pungoli, muri, sbarre e un’infinità di altri strumenti che servivano e servono proprio a contrastare, ad annullare una continua e inarrestabile comunicazione resistente da parte degli animali che ci facevano capire con ogni modo e con ogni mezzo che non ci stavano, che non volevano, che consideravano e considerano tutto questo un’ingiustizia inaccettabile.
La storia dello sfruttamento animale, dunque, non si è mai basata sulla rassegnazione, sull’obbedienza e la collaborazione.

Ma poi, in un folle delirio di onnipotenza, diventa necessario negare tutto questo. La vittoria totale consiste infatti nell’annullamento del nemico oramai talmente sottomesso dall’aver perso le sue sembianze di individuo, dall’esser trasformato in una sorta di entità passivamente disponibile alle necessità di chi detiene il potere.
Cancellato, l’animale non conta più. E anche se scappa, il senso del suo scappare deve esser ridotto, svilito, ridicolizzato. Perso il significato della fuga come atto di resistenza e ribellione, l’unica conseguenza sensata è quella di riportare il fuggitivo nel posto che gli compete, allevamento, macello, zoo o circo che sia. Perché è solo in quel luogo che l’animale ritrova il senso che gli è stato assegnato nel nostro immaginario, la casella dalla quale, inesorabilmente, non può e non deve spostarsi.

Ma tutto questo, appunto, è normale amministrazione nel contesto antropocentrico e dominate che viviamo, nello spazio dei significati e delle emozioni che sono state costruite lungo i millenni intorno agli animali. Risulta, invece, enormemente più straziante e inconcepibile quando lo ritroviamo tal quale nel panorama di chi si attiva in favore di quegli stessi animali.

Il condizionamento antropocentrico, in altre parole, si rivela talmente forte, incisivo e radicato nell’immaginario collettivo da condizionare anche i pensieri e le azioni di chi vorrebbe muoversi attivamente in loro favore.
Si fatica molto, in realtà, a scendere da quella mitica ed eroica posizione dominante dei benefattori, dei salvatori nelle cui mani è collocato il destino di tutti gli animali.
Gli animali, in questo contesto, che resta drammaticamente antropocentrico, sono vittime innocenti, povere anime, esseri indifesi che non si sono mai mossi da quella loro passiva posizione, che aspettano con pazienza la morte da parte del carnefice umano, oppure la salvezza da parte dell’eroe pur sempre umano. Esseri totalmente dipendenti, incapaci, belle principessine sulla torre in attesa del cavaliere errante, magari mascherato, in attesa della morale abnegazione di chi sacrificherà il suo tempo e il suo lavoro in loro nome.

Tutto questo non scalfisce minimamente la complessa, millenaria e stratificata costruzione dell’oppressione animale. Non scalfisce il rapporto di dominio, non scalfisce l’indirizzo mentale che ci conduce fatalmente, ogni giorno, a partecipare a quella stessa oppressione sentendoci i detentori delle logiche, dei saperi, delle certezze e dei modelli a cui tutti si devono adeguare.

Vedere finalmente la Resistenza Animale, sostenerla attivamente e metterla in primo piano nell’azione di reciproca Liberazione, invece, è un atto essenziale e indispensabile senza il quale non è possibile neppure concepire il senso di ciò che stiamo facendo.
Chi nega la Resistenza Animale si comporta come quegli uomini che negavano valenza politica e consapevole ai primi atti di insubordinazione e ribellione da parte delle donne, come quegli uomini che, invece di lottare al loro fianco, pretendevano di decidere (in base ai loro parametri patriarcali) se quegli atti fossero realmente sovversivi, realmente degni d’esser presi in considerazione.

Riconoscere la Resistenza Animale ridicolizzata e mai concepita come tale, è un vero e proprio atto di insubordinazione che mette fatalmente in crisi il normale e cinico scorrere dell’etica antropocentrica. Un atto che colpisce al cuore perché, inevitabilmente, crea solidarietà con i fuggitivi e i resistenti senza creare quei pietismi che, invece, li relegano fatalmente nella fossa dell’inferiorità.

Riconoscere la Resistenza Animale nelle sue infinite e continue manifestazioni, inoltre, permette di vedere negli animali dei complici nella lotta per la Liberazione, degli individui che possono aiutarci a scardinare le dinamiche oppressive che caratterizzano la nostra esistenza quotidiana.

Riconoscere e sostenere la Resistenza Animale, ancora, è il modo migliore per arretrare lasciando spazi di senso e di libera espressione agli animali stessi. Per arretrare dalla nostra potente e onnipotente posizione ammettendo che questa resistenza c’è sempre stata e noi, nonostante la cultura, l’intelligenza e la coscienza politica che ci caratterizzano, non l’avevamo mai vista.