SONO VOLATI VIA!

18 Giu

IMG_20180618_084934[1].jpgMentre qualche anno fa eravamo stati scelti dalle api che avevano fatto il loro magnifico alveare proprio nello spazio tra l’imposta di legno chiusa e il vetro della finestra, quest’anno è toccato ad una famiglia di pettirossi.
Torniamo a casa dopo alcuni mesi e quando ci apprestiamo ad aprire la finestra vediamo il nido, ma anche il piccolino completamente senza piume che pulsa di vita. Risultato: anche quest’anno una finestra in meno. Ci accorgiamo, però, che la mamma è alquanto disturbata dalla nostra presenza perché vola via tutte le volte che entriamo nella stanza per guardare. Quindi applichiamo una tenda per garantire alla famiglia di pettirossi la privacy indispensabile. La tentazione è forte però e, ogni tanto, al buio e con la massima circospezione, sbirciamo dalla tenda assistendo alla crescita rapidissima del pettirossino che mette le piume e cresce a vista d’occhio. Sì, avremo anche una stanza al buio, visto che è l’unica finestra (in quella delle api, almeno, ce n’erano due!), ma solo l’idea che a pochi passi c’è un nido abitato con un piccolino che sta crescendo, ci mette addosso una buona dose di felicità ed energia. In qualche strano modo ci sentiamo parte della famiglia, ci sentiamo di condividere uno spazio dove c’è posto per tutti. Perché il lieve disagio che dobbiamo vivere è proprio niente in confronto al miracolo che sta accadendo là fuori. E visti i tempi così tristi e oscuri, ci viene anche da considerare che a volte l’accoglienza è davvero qualcosa di molto più normale e naturale del dover intervenire per rifiutare e respingere. Questa è casa nostra, d’accordo, ma anche per i pettirossi e per le api si trattava di casa loro, una casa che hanno costruito faticosamente, un riparo che gli è indispensabile alla sopravvivenza, alla riproduzione. Ieri mattina se ne sono andati. Il piccolo è cresciuto, nel giro di due settimane è diventato un uccelletto impettitto e bellissimo con tutte le piumette in regola. Siamo andati a sbirciare e il nido era vuoto. Ce l’aveva fatta! E’ stato bello pensare che era volato via a far la sua vita, ma ci sentiamo anche un piccolo vuoto dentro perché ci mancano. Dicono che probabilmente potrebbero tornare il prossimo anno perché il nido lo usano solo per la riproduzione, per far crescere i piccoli. Noi li aspettiamo, finchè ci saremo saranno sempre i benvenuti.

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No Pet è un’occasione da non perdere

28 Mag

no petE’ stato proiettato anche a Catania il bellissimo documentario No Pet di Davide Majocchi. Una serata davvero speciale e anche una grande occasione perché si tratta di un film che per la prima volta esplora con attenzione, professionalità e sensibilità il mondo dei cani liberi, da sempre considerati e definiti randagi, da sempre considerati soltanto una sorta di piaga sociale che deve essere estirpata. Nel documentario di Davide questi cani diventano individui che, attraverso le immagini e le spiegazioni di Michele Minunno (figura oramai divenuta basilare nel mondo della cinofilia moderna) ci danno un segnale forte che è impossibile continuare ad ignorare.
Il documentario è girato con graffiante creatività e, forte della grande esperienza di Davide, ci induce a ribaltare il nostro modo di osservare i cani, ma apre conseguentemente, in modo traslato ma efficace, anche molte altre questioni (dall’antispecismo al femminismo, dell’antipsichatria alla resistenza animale) perché in gioco ci sono le grandi tematiche legate alla Liberazione. In gioco c’è la nostra perduta capacità di osservare l’altro da sé, il diverso, la bestia come opportunità, con nuovi occhi e atteggiamenti che finalmente rifiutino la superiorità, ma anche il pietismo, il protezionismo, il moralismo e quella colonizzazione dei bisogni e degli immaginari che ci opprimono in modo sempre più stringente.
No pet è un’occasione da non perdere perché sta circolando in sempre più piazze d’Italia coinvolgendo dal basso, scatenando dibattiti, producendo quel disturbo indispensabile a riprendere la strada di un movimento che aspira a cambiamenti forti.

BESTIE FUORI POSTO

8 Mag

COPERTINA BESTIE

BESTIE FUORI POSTO rientra in un progetto più ampio: una serie di pubblicazioni autoprodotte che cercano di scardinare l’immaginario specista. Per il momento, oltre a questo, abbiamo realizzato
MUSI DI PIETRA (il posto degli animali nei monumenti)
GRAFFI(TI) CREATIVI (gli animali e la street art)
CARI CANI DI SICILIA (la nostra esperienza diretta con cani liberi in Sicilia).


PER RICHIESTE POTETE CONTATTARCI SU TROGLOTRIBE@LIBERO.IT

 

LA PAROLA BESTIA

La parola bestia è insultante per antonomasia.
Nel linguaggio comune serve a sottolineare la profonda differenza tra l’essere civile e l’essere che ne sta al di sotto. Le bestie  sono brutte e brutali, volgari e sporche, violente e irrazionali. E poi le bestie sono irrecuperabili, hanno varcato una porta dalla quale non si può più rientrare. E’ per questo che non contano più nulla. Le bestie sono anche l’esempio da rifuggire, il metro di paragone, lo spauracchio che ci permette di definire e argomentare la nostra superiorità. Le bestie quindi ci servono, alimentano continuamente quella vuota illusione che ci fa sentire eletti, coloro che possono giudicare, coloro che, da sempre, sanno come si deve vivere.

In questo libello che intitoliamo “Bestie fuori posto” la parola bestia è usata per provocare, per pungolare, per creare una dissonanza, un cortocircuito linguistico rispetto al significato discriminante e cinico che ha acquisito.
Le bestie fuori posto di questo libello sono uomini e donne, ma anche cani. Altra provocazione dissonante. Le bestie, sì, le bestie fuori posto che si riuniscono in un unico branco abbandonando anche l’ultimo illusorio tabù: la differenza di specie. Sono individui che, improvvisamente, per i motivi più disparati, non hanno più il loro posto, quello assegnato a tutti dalla nostra civiltà. Una casa, un divano, una cuccia, un lavoro, un guinzaglio, uno status sociale, un senso che giustifichi l’esistenza, che permetta di incasellarla e definirla. Alcuni, fuori posto, ci sono caduti a causa della povertà, della malattia, del disagio, altri lo hanno semplicemente rifiutato non riuscendo più a sopportarne il peso. Fuori posto ci puoi finire in milioni di modi differenti, basta un abbandono, un licenziamento, un trauma, una violenza subita, basta poco e perdi i classici punti di riferimento essenziali che ti qualificavano come individuo inserito in questo mondo. E può capitare a tutti, in qualsiasi momento, basta poco, basta inciampare e si scende di un gradino della scala gerarchica globale diventando una bestia fuori posto.

Sarebbe semplice affermare che in realtà siamo tutti bestie, e che quella superiorità di cui ci vantiamo, in cui sguazziamo, non solo è illusoria, ma è anche la base delle peggiori ingiustizie e delle peggiori discriminazioni. Semplice perché suonerebbe come vuota teoria che cambia poco o nulla rispetto ai drammi e alle difficoltà di chi vive sulla strada condannato all’esilio quotidiano. Perché le bestie fuori posto ci sono, sono tantissime, ma non sono solo un numero e non sono neppure un fenomeno, un problema sociale, un aspetto buio, il rovescio della medaglia della nostra civiltà. Sono, molto più semplicemente, individui  che attendono un riscatto, a cui dobbiamo restituire qualcosa.

E questo qualcosa non possono semplicemente chiedercelo, venire a prenderselo, pretenderlo, e neppure conquistarlo. Questo qualcosa può scaturire solo da un incontro, un incontro di sguardi che possa finalmente giocarsi sullo stesso piano, sullo stesso livello.

Questo libello è quindi il tentativo di osservare le bestie fuori posto, i loro oggetti, i loro rifugi, le loro panchine, il loro eterno vagare alla ricerca di calore e cibo da un altro punto di vista. E’ come sedersi sul marciapiede e scoprire che il panorama è completamente diverso da come l’avevamo sempre dato per scontato. Non l’epica dei randagi quindi e neppure l’aspetto poetico della libertà estrema che solo sulla strada puoi conoscere davvero. E neppure un sottolineare pietistico il destino crudele che li colpisce duramente. Ma un  tentativo di avvicinamento che spezzi le categorie a cui l’immaginario ci lega, che ribalti il senso acquisito dalla parola bestia, che permetta finalmente questo incontro bestiale tra bestie libere e diverse. Preludio indispensabile a che nessuno sia mai più fuori posto.

 

 

Il veleno è l’arma dei vigliacchi

22 Feb

cani-avvelenati-sciaccaA Sciacca (AG), uno o più umani, hanno messo del veleno utilizzato in agricoltura dentro polpette di carne e le hanno distribuite sul territorio abitualmente frequentato da cani liberi che sono morti tra atroci sofferenze. Si dice che siano morti circa quaranta cani, ma è difficile fare delle stime precise, è difficile pensarli tutti, ricordarli tutti, è difficile elaborare un lutto del genere, una strage così efferrata e insensata, una strage perpetrata da mani che si nascondono e che, nella loro vigliaccheria, ignoranza, arretratezza, non hanno, probabilmente, neppure la consapevolezza della gravità di un gesto così ripugnante.

Ma si tratta di gesti che conosciamo molto bene, che registriamo e denunciamo in continuazione, che avvengono in ogni parte d’Italia, che ci ricordano senza via di scampo che abitiamo un mondo dove la vita animale è considerata come un elemento di scarsa importanza, così scarsa che possiamo schiacciarla tutte le volte che ci infastidisce, tutte le volte che disturba, tutte le volte che vogliamo.

Ma ci sono persone, invece, che questa consapevolezza, questa coscienza relativa alla pari dignità della vita animale, l’hanno acquisita, la sentono nel profondo, la vivono come elemento essenziale della loro lotta quotidiana per costruire un mondo diverso. Ogni avvelenamento, allora, diventa una ferita profonda e dolorosa che lacera, offende, indigna e scoraggia. Ogni avvelenamento ci rende un po’ più miseri, un po’ più cattivi, un po’ più brutali. Ogni avvelenamento, nella sua truce e vigliacca spirale di morte, ci fa compiere un passo all’indietro. E’ come se gli avvelenatori, con questi loro gesti ignobili, cercassero di farci cadere nel loro stesso terreno melmoso. Morte attira morte, violenza scatena violenza, superficialità ed ignoranza possono generare pensieri e azioni poco edificanti, per nulla orientati verso il cambiamento radicale e indispensabile che auspichiamo, per cui lottiamo.

Ma alla fine è sempre nostra la scelta e anche la responsabilità.
Possiamo lasciarci andare nella direzione proposta da questo modo fondato sul dominio e il torpore mediatico restando comodamente posizionati nella nostra eterna impotenza, magari scaricando tutte le responsabilità sui siciliani cattivi. Ma allora dovremmo isolare, incolpare, boicottare ogni regione, ogni stato, ogni città visto che ovunque avvengono atroci violenze su animali, stupri su donne, torture ai danni di innocenti.
Oppure possiamo scegliere di incanalare la nostra sacrosanta rabbia in parole, azioni, inziative, manifestazioni, informazioni, denunce, produzione di materiale. Possiamo informarci e informare, possiamo approfondire il fenomeno del randagismo per arrivare a capire che ne siamo tutti coinvolti direttamente, che il modo in cui scegliamo di gestirlo è anche il modo in cui scegliamo di rispondere alla richiesta di vita e di spazio che le altre specie animali ci stanno chiedendo. Possiamo trasformare le nostre idee, la nostra visione del mondo, la nostra sensibilità, la nostra consapevolezza sulla pari dignità del mondo animale, in una serie di azioni collettive, condivise, coinvolgenti che pensino finalmente gli animali come soggetti. Perché è solo così che si crea un vero movimento con e per gli animali, perché è solo così che si cambia un mondo fondato sullo sfruttamento animale.

Un’altra orsa braccata

25 Lug

bear-1564447_1280Eppure non dovrebbe essere particolarmente complesso da capire.
Noi non possiamo sterminare o catturare e ingabbiare ogni animale selvatico che, in qualche modo, potrebbe mettere in discussione la nostra sicurezza. Sarebbe un’impresa impossibile e folle, faremmo prima ad incendiare tutti boschi rimasti per allestire parchi del divertimento e centri commerciali.
Eppure, per la seconda volta, l’aggressione ad un uomo da parte di un orso nei boschi del Trentino scatena la caccia, proprio come nel caso di Daniza che difese i suoi piccoli e che poi venne uccisa.
Ancora non si conosce la sua identità, ma subito, prima ancora dell’indispensabile riscontro del dna, quest’ultima aggressione è stata attribuita a KJ2 un’esemplare di 15 anni e di circa 130 chili che, secondo diverse testimonianze, sarebbe riuscita anche a disfarsi del radiocollare.

Tralasciamo pure il lato demenziale della faccenda, ovvero che i primi cinque esemplari di orso sono stati catturati in Slovenia per essere immessi in Trentino con lo scopo di assicurare la continuità della specie proprio in quei boschi, dove hanno prolificato e dove oggi, in diversi casi, rischiano di essere ammazzati perché creano problemi. Tralasciamo pure che questi problemi, oltre che di immagine turistica, sono anche direttamente economici, visto che, nel 2016 (fonte l’Adige.it) sono stati liquidati ben 73 mila euro per presunti danni da orso.

Concentriamoci invece sulla questione della sicurezza che è poi la reale motivazione addotta per giustificare la caccia, per far mandar giù all’opinione pubblica il fatto che un’orsa, quando si comporta come una qualunque orsa, come un qualunque animale selvatico della sua stazza e della sua forza, debba essere immediatamente ridotta all’impotenza, oppure uccisa.  Subito dopo l’incidente, infatti, una frase che coglie molto bene il concetto è stata pronunciata da un esponente della Lega Nord Trentino: “Vogliamo tornare ad essere padroni a casa nostra”. E per meglio interpretare il senso di questa frase, per centrarlo pienamente nel dibattito sulla convivenza tra umani e animali, basta pensare alla festa organizzata dalla stessa Lega Nord per protestare contro l’operazione di ripopolamento degli orsi, una festa con pranzo a base di carne di orso proveniente dalla Slovenia. Festa annullata a seguito dell’intervento dei NAS che hanno sequestrato la carne (qui l’articolo).

La sicurezza invocata, quindi, più che altro, è quella basata sul dominio del territorio, di tutto il territorio, dominio che vede i suoi abitanti non umani  solo come intriganti elementi decorativi e che, comunque vadano le cose, devono rivelarsi un buon investimento.

E quando allora capita un incidente (ma gli incidenti capitano sempre e ovunque) bisogna costruire l’immagine mediatica del mostro assassino, del killer che deve essere catturato per il bene di tutti. Bisogna suddividere i pochi orsi liberi dei boschi del Trentino in buoni e cattivi, in innocenti e colpevoli. Solo così, infatti, è possibile giustificare intere squadre che battono le foreste con trappole e fucili per catturare un animale selvatico, per mostrare potenza e ostentare  quella sicurezza che nessuno potrà mai garantire davvero.
E la caccia all’orsa, allora, è già partita, senza neppure sapere se si sta braccando davvero l’animale che ha effettivamente partecipato a quell’incidente. Catturare e rinchiudere o uccidere è per ora l’unica soluzione finale presa seriamente in considerazione.

Catturare e rinchiudere o uccidere le tigri, gli squali, i cinghiali, i coccodrilli, gli orsi  perché uno di loro ha aggredito un umano? Solo l’idea mette i brividi da quanto è stupida, irrazionale, superficiale. E’ solo uno squallido tentativo di vendetta che serve a confermare il delirio di onnipotenza sul mondo selvatico, su ciò che ancora rimane di esso.

Pensare che un’orsa possa essere giudicata e condannata alla perpetua prigionia o alla morte solo perché selvatica, solo perché immessa con la forza in un territorio dove ancora non si è abituati alla sua presenza, dove ancora non si è in grado di accettarla e di gestire i problemi che ne possono derivare, è agghiacciante, è il segno di una decadenza culturale, sociale, politica, spirituale. E’ qualcosa che contribuisce e ci avvicina inesorabilmente alla sesta estinzione di massa, quella che sta caratterizzando la nostra epoca, quella già iniziata da tempo e da noi fortemente e continuamente voluta e sostenuta.

Gli orsi liberi in Trentino sono una cinquantina e a differenza di quelli che portiamo sulle magliette, di quelli che vediamo nei cartoni animati, di quelli che vorremmo impacchettare e far vedere ai turisti paganti, hanno il vizio di confrontarsi con noi senza sottomettersi al primo sguardo. Sono molto più grossi e più forti. Sono orsi per davvero. E nonostante le catture, gli studi, i radiocollari e il disturbo ininterrotto della nostra pesante invadenza in ogni anfratto del loro ambiente, delle loro tane, dei loro territori, della loro aria, della loro acqua, della loro libertà insistono a resistere, a fare gli orsi.
E questo non riusciamo a perdonarglielo.

Quindici anni di Eco-Editoria Bestiale

23 Mar

child-1244531_640.jpgIn questi giorni facciamo quindici anni di Eco-Editoria Bestiale, ovvero di attivismo libresco in favore degli animali. Ma non libresco dal classico punto di vista dei libri da libreria, in questi anni abbiamo scritto, composto, costruito, cucito, inventato, assemblato, strappato, ritagliato, macchiato, timbrato ogni genere di materiale cartaceo cercando, ogni volta, di lasciare tracce originali e creative sul sentiero della Liberazione Animale.

E’ praticamente impossibile fare una stima precisa perché non archiviamo, non numeriamo, non registriamo le tirature, ma in questi quindici anni abbiamo emesso diverse migliaia di elementi librari sulla questione animale, tutti fatti a mano utilizzando scarti cartacei, tutti senza copyright, tutti diversi fra loro.

Dai primi micro libelli da taschino che decidemmo di autoprodurci per “cambiare stile” rispetto al classico materiale che girava all’inizio, fino agli ultimi e più specifici dedicati all’esplorazione di nuovi immaginari sul mondo animale. In mezzo c’è un marasma creativo, colorato e caotico di materia editoriale (minestre animaliste, collage in equilibrio bestiale, asinità, lotte sorelle, raccontini crudeli, sconfinamenti animali, animal liberation thriller e animal liberation poems, lessico resistente, animal plaquette, pop-opuscoli ecc….) che abbiamo presentato nelle situazioni più diverse: dalle fiere di paese ai presidi, dai festival vegan alle librerie, dalle palestre ai festival ecologisti, dalle associazioni agli studi radiofonici, dai centri sociali agli eventi casalinghi, dalle aule scolastiche alle accademie di belle arti.
Testi che abbiamo ripetutamente letto in pubblico, che abbiamo condiviso affinché altri lo facessero, che abbiamo pubblicato sulle pagine di diverse riviste.

Naturalmente non avremmo mai potuto festeggiare questo singolare compleanno se non avessimo avuto il sostegno, l’entusiasmo, la complicità, l’ospitalità e la fiducia di tante tante tante persone che hanno collaborato con noi… Grazie!

Al lupo Al lupo!!!

29 Gen

lupo-di-rotella

Opera di granito verde (cm 120 x 147 x 38,5 ) con propria base (cm 17 x 180 x 88).
Si trova in Corso Mazzini a Cosenza ed è parte del Museo all’aperto Carlo Bilotti.
Opera di Mimmo Rotella inaugurata nel 2007.

Si tratta dell’ultima opera che il celebre artista Mimmo Rotella ha voluto dedicare al lupo della Sila.
Per secoli cacciato e bistrattato, considerato come l’emblema della cattiveria , spesso sull’orlo dell’estinzione, viene ritratto nell’atto di ululare proprio in una delle più importanti vie di Cosenza.
Dopo le infinite stragi, in Italia, gli ultimi esemplari superstiti erano asserragliati proprio nei boschi del Parco della Sila. Nel 1976 divenne finalmente un animale protetto  e ne fu vietata definitivamente la caccia.
Da allora, il Lupo della Sila è diventato il simbolo di questo parco e anche di tutte le montagne della Calabria.
Da spauracchio ancestrale usato per spaventare i bambini, da animale nocivo e pericoloso che andava spazzato via dai boschi a colpi di fucile, si pretende, oggi, con una sommaria antropomorfizzazione, di farne il simbolo della cultura e delle radici di questi popoli montanari.
Certo, non è mai troppo tardi per valorizzare un animale che sconta ancora oggi, anche nel linguaggio parlato, assurde mortificazioni, ma questo monumento, questo bellissimo lupo in mezzo alle vie di Cosenza, è un lupo  il cui ululato ci parla di stragi inutili,  del continuo folle tentativo  di schiacciare, violentare, domare e distruggere tutto ciò che è selvatico, libero, nomade.
In realtà, ad un osservatore più aperto e consapevole, questo mitico e un po’ mistico ululato viene a ricordare la persecuzione subita dai lupi, viene a ricordare che le popolazioni di montagna davano premi e doni di ogni tipo a chiunque si presentasse con una carcassa di lupo ucciso.
E ci viene anche a ricordare quanto dure siano state le battaglie animaliste in favore degli ultimi lupi sopravvissuti nella Sila. Battaglie che non hanno ceduto alla rassegnazione, che hanno insistito anche quando pareva impossibile competere con una visione così distorta e superficiale, eppure ancora così diffusa, di una natura cattiva proprio come lo stereotipo del lupo cattivo.
E quindi, nonostante tutto, quest’opera di Mimmo Rotella, resta un caldo omaggio al lupo, al suo indomabile spirito che non si rassegna.
Un omaggio, almeno così noi lo leggiamo, che va anche a tutti quegli animali che resistono, che si ribellano, che scappano nell’ininterrotta ricerca di spazi ancora non occupati, cementificati, urbanizzati, coltivati, recintati, avvelenati e trasformati in discariche. Una fuga e una resistenza che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono destinate a fallire, ma che ci mostrano gli animali da un nuovo punto di vista.
Non più delle povere vittime passive da proteggere e aiutare, ma compagni e complici di una lotta comune per la Liberazione.

Tratto da “Musi di pietra (Il posto degli animali nei monumenti)” autoprodizione di Troglodita Tribe