APPROFONDIMENTI ANTISPECISTI

 Noterelle sulla Noia del “BUONESEMPIO”

AVVERTENZA IMPORTANTE: trattasi di una Tremenda Invettiva. Chi segue fedelmente la dottrina del “BUONESEMPIO” si astenga dal leggerla perché, colto da ira, alla fine potrebbe cadere in tentazione lanciando i suoi strali a chi l’ha scritta, cadendo così nell’irrimediabile contraddizione tipica di chi si accende, dibatte e si intromette nell’altrui percorso. Il buonesempista che proprio volesse cimentarsi eviti ogni commento, si limiti, coerentemente, a dare il “BUONESEMPIO”.

gatto-nero-di-rabbiaChi si diletta nei social, chi nuota tra gli eco-post, chi comunica nel mondo consapevole, spirituale, ambientalista, etico si sarà certamente accort* che un nuovo mostro aleggia minaccioso nell’infosfera mediatica. Un nuovo modello di pensiero unico e figlio di una laica religione sonnecchiante che riesce ad ingoiare in un sol colpo centinaia d’anni di attivismo, lotte sociali, impegno politico.

Il “BUONESEMPIO” è facile da capire, pronto all’uso, una sorta di usa e getta molto cool che si adatta calzando a pennello su ogni problematica sociale, soprattutto quando occorre prendere una posizione chiara. Il “BUONESEMPIO” è la nuova giustificazione scritta, il lasciapassare in carta bollata da mostrare orgogliosi. E’ l’esaltazione finale della rassegnazione, dell’appiattimento, della superficialità.

Ma osserviamolo un po’ più da vicino nella sua disarmante semplicità. Il “BUONESEMPIO” colpisce soprattutto perchè è vago e, nello stesso tempo, preciso e puntuale fino alla ferocia.
Per il “BUONESEMPIO” l’unica ingerenza possibile, accettabile, etica e risolutiva sul tessuto sociale è il “BUONESEMPIO”. Di fronte ad un’ingiustizia, un crimine, un necessario e auspicabile cambiamento delle condizioni date, possiamo solo dare il “BUONESEMPIO” e attendere sperando che le cose cambino, che i carnefici, gli aguzzini, i criminali comprendano e scelgano di abbandonare le loro nefandezze.

Tutto il resto, tutti gli altri tentativi, tutta la storia dell’impegno e dell’azione di intere popolazioni e minoranze oppresse, tutti i presidi, i sit-in, le marce e le manifestazioni, i boicottaggi e i sabotaggi e le liberazioni, tutta l’azione diretta e le ribellioni, tutte le alleanze, i dibattiti, i picchetti e le occupazioni, tutte le resistenze e le disobbedienze insieme a tutte quelle coscienze che hanno lottato e disertato e ottenuto, che hanno convinto, spinto, mostrato e dimostrato, che hanno insistito, gridato, provocato, inventato situazioni per lanciare nuove sfide, sono da abbandonare, sono solo violenza, sono un modo come un altro per costringere il prossimo, perché, infine, noi non possiamo interferire con il suo percorso personale.

Il punto essenziale del “BUONESEMPIO” è quindi il rifiuto di qualsivoglia opzione che interferisca direttamente con il comportamento altrui. La teoria del “BUONESEMPIO”, d’altronde, è assai chiara. Non ti dico neppure che stai partecipando ad un’ingiustizia, non rivendico neppur lontanamente la mia condizione di vittima e di oppresso, non intervengo direttamente su ciò che fai, ma, attraverso il “BUONESEMPIO”, il retto comportamento che ti mostro, spero nella tua comprensione, nella tua redenzione, auspico che tu smetta il più presto possibile di opprimere, discriminare, distruggere, uccidere.

I limiti del “BUONESEMPIO” sono abbastanza evidenti ed è pure poco interessante andare a sottolinearli. Quello che ci interessa di più, invece, è notare come questa teoria, nella sua fredda e noiosa superficialità cancelli irrimediabilmente la basilare caratteristica del nostro umano destino: la socialità. Le nostre vite, i nostri percorsi, sono talmente intrecciati tra loro dal rendere ridicola la pretesa del singolo individuo che cambia l’altro perché lui ha capito ed è più buono, più intelligente, più etico, più compassionevole, in una parola superiore. I cambiamenti, in questa complessità, possono solo essere il frutto di percorsi e tensioni comuni, possono solo essere il risultato di movimenti e coscienze che si evolvono proprio perché hanno il coraggio e la forza di interferire direttamente sull’esistenza altrui, il coraggio di cambiare e farsi cambiare, la caparbietà di insistere che è il presupposto dell’esistere, l’unica via che si distacca dall’indifferenza. Senza queste interferenze dirette non può esserci confronto e senza confronto non può esserci reale comunicazione, comprensione, miglioramento reciproco. La politica è dunque questo, un’apertura che permette e apre nuove strade condivise verso il bene comune.

Il “BUONESEMPIO”, invece, ha questo forte sapore scolastico e pedagogico che presuppone, nel suo intimo, anche la suddivisione della lavagna in buoni e cattivi. Sì perché, nonostante le apparenze e le dichiarazioni, il buonesempista sa di aver ragione, ma dissimula, siede sulla rive del fiume aspettando che passi il cadavere del suo nemico, pardon, della persona a cui il suo “BUONESEMPIO” era indirizzato.

Il “BUONESEMPIO” è specista.
E’ ovviamente e radicalmente specista.
In effetti, nella realtà dei fatti, è ben difficile che anche il più estremista del “BUONEESEMPIO” metta in atto le sue stesse teorie di fronte a plateali soprusi umani. Di fronte ad episodi di violenza sui minori, tanto per fare un esempio, sarà piuttosto complicato insistere a non interferire, a limitarsi dando il “BUONESEMPIO”, a non prendere drastici provvedimenti per cercare di impedirla, a persistere nell’attesa di una redenzione. Mentre, ovviamente, per quanto riguarda la questione animale, se le vittime della violenza appartengono ad altre specie, il “BUONESEMPIO” resta intatto e qualunque ingerenza nel comportamento altrui diventa un predicozzo, diventa un’intollerabile imposizione, un estremismo talebano.

Qualcuno potrebbe sostenere che, in realtà, il “BUONESEMPIO” è legalista e, quindi, quando un crimine è dichiarato tale dalla legge, allora è possibile interferire con il percorso personale dei carnefici, in caso contrario, in tutti gli altri casi, si resta saldamente posizionati al “BUONESEMPIO”.
Occorrerebbe però riflettere sul fatto che le leggi sono il risultato di processi storici e politici, spesso di soprusi, certo, ma sono anche il risultato di lotte e movimenti, di impegno e di attivismo. Molto meno e molto poco il risultato del “BUONESEMPIO”.

Il “BUONESEMPIO” è di per se stesso discriminatorio perché non riconosce le vittime come interlocutori principali. Le vittime, ovviamente, non possono dare il “BUONESEMPIO”, non sono nelle condizioni fisiche e psichiche per poterlo dare, difficilmente hanno la possibilità di farlo. Il “BUONESEMPIO”, allora, semplicemente le dimentica, le relega ad oggetti, ad una funzione accessoria, secondaria. Sulla questione animale, ad esempio, ci sono quelli che opprimono, imprigionano e sfruttano animali e quelli che sono contrari e non lo fanno. Questi ultimi, allora, dovrebbero limitarsi a dare il “BUONESEMPIO” ai primi. Si noti come il terzo elemento della questione venga platealmente ignorato. E gli animali? E il loro percorso personale?

Ma il “BUONESEMPIO” parla spesso di amore, dice che bisogna trasmettere amore a chi commette ingiustizie. Che sarebbe una cosa perfetta e meravigliosa, se fosse autentica. Se ti danno martellate sul piede, difficilmente riesci a trasmettere amore. Per quanto tu possa essere evoluto o illuminato, riuscirai a trasmettere il desiderio che si smetta, immediatamente. Il fatto di concentrarsi esclusivamente sull’amore rivolto al carnefice, il fatto di dimenticare le vittime, pone dei seri dubbi sulla capacità di condividere realmente il dolore, le passioni, le ingiustizie. Pone seri dubbi sulla reale compassione del “BUONESEMPIO”.

Il buonesempista può permettersi di agire indirettamente, di non interferire sul comportamento altrui, sui percorsi personali del suo prossimo perché non è una vittima, perché non arriva a condividere fino in fondo il peso di essere una vittima. In quel caso, infatti, si ribellerebbe con loro attivandosi.

Il “BUONESEMPIO” è cinico e menefreghista.
Mentre l’attivismo si fa carico dell’ingiustizia perché la sente come inevitabilmente connessa ad ogni individuo, come se fosse commessa su ogni corpo, su ogni mente, il “BUONESEMPIO” è tranquillo e statico nella sua posizione. Basta dare il “BUONESEMPIO”, che importa se poi verrà seguito, che importa se le vittime continueranno a soffrire e ad essere discriminate, tanto ciò che conta è la propria immacolata posizione di maestri che danno il “BUONESEMPIO”.

Mentre l’attivismo e la coscienza politica condividono, in un percorso collettivo, i processi di cambiamento che si formano grazie alle lotte, al confronto e ai dibattiti, mentre il processo di liberazione si attua grazie a gesti che irrompono prepotenti nel normale scorrere dell’oppressione, mentre la libertà si sperimenta liberando, il “BUONESEMPIO” resta a guardare sperando (?) di essere (e)seguito.

Il “BUONESEMPIO”, quindi, non è orizzontale, ma drammaticamente verticale. E come ogni struttura di questo tipo odia farsi coinvolgere.

PRENDERE A CALCI LA LIBERTA’ DI CHI RESISTE

E’ sorprendete come un video, in soli 26 secondi, riesca a farti pensare, riesca a provocare tanti collegamenti. Siamo di fronte ad un cane che dorme sul marciapiede. Non è un cane ferito, impaurito, malato, zoppicante, perso e brutalizzato dalle conseguenze dell’abbandono. E’ un cane che dorme sul marciapiede. E’ un cane libero che sta vivendo la sua vita. Le persone passano e tutto scorre normalmente, finché un tale si ferma davanti al cane e gli dà un calcio. Vuole che si sposti, che se ne vada. Potrebbe tranquillamente passare. Il cane non ostruisce il marciapiede, non infastidisce in alcun modo, ma a lui non sta bene che un cane dorma tranquillo sul marciapiede. E’ come se questa visione smontasse la sua immagine del mondo, come se quel cane, la sua tranquilla e placida libertà, lo disturbasse mettendo in discussione qualcosa di importante. E un po’, questa persona, rappresenta tutte quelle persone che se la prendono con chi, non allineato, ritengono più debole, non rappresentato, non considerato e quindi, apparentemente, insignificante e indifeso. Il collegamento con i senza-tetto è quasi immediato. In effetti sono tanti i casi in cui queste persone, che dormono all’aperto, che mostrano senza alcuna difesa le loro debolezze come la loro libertà, vengono aggredite, malmenate a volte anche bruciate e uccise. Proprio come avviene a cani e gatti girovaghi. Accade senza alcun motivo, senza alcun litigio. Così, solo perchè questi individui, in qualche modo contravvengono esplicitamente ad un immaginario ben definito.

Ma il fatto di trovarsi in condizione di inferiorità rispetto all’ambiente circostante, rispetto alla visione del mondo a cui aderisce la maggior parte della gente, non significa essere incapaci di ribellarsi, disobbedire, reagire. E in effetti il cane reagisce. All’inizio si sposta e incassa l’ingiustizia. Rimane quieto e scende dal marciapiede accettando il ruolo dell’emarginato che, tanto, è meglio per lui se tiene la testa bassa e gira al largo. Ma la persona insiste, non si accontenta di aver raggiunto l’obbiettivo, di aver ricacciato il cane sulla strada, di aver confermato e ribadito il suo potere, la sua posizione di supremazia e superiorità. La persona dà altri calci. Il primo calcio, in effetti, serve solo per sondare, per capire fino a che punto può infierire. E quando lo capisce insiste. Ma il cane si rivolta, non accetta più quel ruolo. Torna sul marciapiede e, con il suo linguaggio, “parla”, “grida” e si fa capire molto bene dando voce al suo desiderio di essere lasciato in pace. E qui c’è davvero poco da umanizzare, qui c’è solo un’azione e una reazione, Una reazione sana, sensata e legittima. Una reazione di ribellione ad un’evidente ingiustizia, ad una chiara sopraffazione.

Non sappiamo come andrà a finire per questo cane, come per il cane che, nel video, gli dà man forte nell’atto di ribellione. Non sappiamo chi incontreranno, se manterranno la loro libertà e la loro incolumità. Il fatto più sconcertante, comunque, non è tanto determinato dalla nostra difficoltà a convivere con gli animali, ma dalla nostra difficoltà a convivere con la libertà degli animali. E quindi dovremmo favorirla immaginando, inventando, progettando città e paesi pensati per la convivenza con animali liberi, anziché costruire strutture dove rinchiuderli, controllarli, guardarli. Abbiamo invaso e colonizzato più o meno tutto il pianeta. A questo punto, abbattere i confini di specie significa ripensare i nostri stessi territori tenendo conto della libertà degli animali.

Ma la nostra difficoltà non è solo con la libertà animale, ma con la libertà in genere. Non dobbiamo dimenticare che, per esempio, non tutti i senza dimora vogliono essere ricollocati e indirizzati a strutture gestite dalle istituzioni. Anche se il nostro immaginario vede in loro solo degrado da nascondere e cancellare, dovremmo avere l’intelligenza, il coraggio e l’apertura per creare climi, atmosfere, strutture, situazioni, paesaggi a loro favorevoli. Soprattutto, dovremmo cambiare il nostro atteggiamento, dando forza e solidarietà a di chi è “troppo” libero per i nostri modelli di esistenza. A qualsiasi specie appartenga.

DISOBBEDIRE!!!

Il video di L214 Ethique et Animaux ci ha colpiti profondamente e ci ha scatenato una serie di emozioni e di pensieri.

Si vedono mucche che aprono chiavistelli per uscire dalle stalle, si vede come utilizzano il muso e le corna per azionare fontane che consentono loro di bere, anche fontane con piccoli rubinetti ovviamente pensati per mani umane, si vede come alzano perni di ferro dall’apposito fermo per riuscire a sfilare il muso dalla mangiatoia ed inserirsi in quelle dove c’è più cibo.

E’ vero che la prima reazione è quella di pensare alla loro intelligenza, alla loro capacità di utilizzare strumenti e di comprenderne il funzionamento, e anche quella di notare quanto le mucche possano “assomigliare a noi animali superiori”, a quanto, solo per questa poco significativa ragione, andrebbero rispettate. Ma in questo video c’è qualcos’altro che colpisce e stupisce. In alcuni passaggi siamo in un allevamento. Stiamo guardando animali dentro un allevamento. Siamo abituati a vederli e considerarli all’interno di un determinato percorso costruito su movimenti prestabiliti. Le mucche mangiano in una determinata posizione, mangiano solo la quantità che viene loro concessa, bevono allo stesso modo, si muovono lungo corridoi che le portano dove è stato deciso che devono andare. Per estensione siamo abituati a considerare gli animali, i movimenti e le azioni degli animali, all’interno di un particolare percorso. Queste mucche, invece, compiono degli atti di straniamento, di disobbedienza, di insubordinazione rispetto ai canoni prestabiliti. Lo stupore e l’emozione, allora, non riguarda soltanto la constatazione (che comunque resta) rispetto alla loro personale intelligenza (sanno aprire un chiavistello, sanno azionare le fontane), riguarda invece il loro modificare un comportamento prestabilito e condizionato. E’ la disobbedienza e non (solo) l’intelligenza che mostra la loro resistenza. E’ la disobbedienza e non (solo) l’intelligenza che mostra il loro essere soggetti e non mere vittime passive. Non si tratta di una fuga dettata da una reazione alla disperazione (il dolore o il terrore che spingono a sfondare un recinto), né una fuga che avviene grazie ad una fortuita casualità (una porta lasciata aperta, o un camion che si ribalta). Sono azioni mosse da un altro genere di stimolo. In questo particolare caso, poi, sono azioni più elaborate e complesse con le quali le mucche usano parti dei loro corpi per manovrare strumenti lontanissimi dalla loro portata, dalla loro vita, dalla loro natura. Quelle mucche operano una sorta di ribaltamento: utilizzano a loro vantaggio degli strumenti pensati e costruiti per la loro stessa oppressione. Tutti piccoli gesti che nel loro insieme fanno pensare, in qualche modo (e qui ci spingiamo provocatoriamente un po’ oltre) ai primi abbozzi di un piano di fuga.

Ma resta il punto che l’emozione è dettata dal fatto che riusciamo finalmente a notare questi piccoli e strategici movimenti della testa, questi millimetrici spostamenti delle corna, questo difficile adattarsi dei loro corpi forti e possenti in un universo così estraneo e così opprimente; l’emozione è anche dettata dal fatto che riusciamo a renderci conto di quanto questi episodi non sono affatto delle curiose e originali eccezioni spettacolari, e di quanto, però, restino terribilmente invisibili. Del resto, i giornali e gli altri media, ogni tanto riportano notizie di evasioni, fughe, ribellioni, ma lo fanno ridicolizzando la portata dei fatti, rendendo il tutto uno spettacolo, una sorta di piacevole intrattenimento. Impossibile, allora, che si spingano a descrivere questi particolari, questi linguaggi insubordinati. E anche quando se ne sente parlare, è solo sotto forma di aneddoto, l’atteggiamento di un animale che diventa buffo, che permette ad un “padrone” di vantarsi del “suo” animale. In effetti, anche in questo video, si sente in sottofondo, mentre una mucca aziona la fontana, qualcuno che ride.

In fondo, lo stupore e l’emozione riguardano noi e il nostro modo di guardare, riguardano il nostro scoprire con sempre maggiore evidenza la disobbedienza degli animali, il fatto di riuscire ad inquadrare, sempre di più e sempre meglio, quei particolari che ci mostrano gli animali mentre deviano e deragliano “dalla retta via del dominio”, una “retta via” alla quale il nostro immaginario domato e condizionato li ha relegati da millenni.

Troglodita Tribe

SERRA CADE DALL’AMACA

Vacca-a-terra

Michele Serra ha scritto recentemente un pezzo (per la sua rubrica “l’Amaca” di Repubblica) denunciando il solito estremismo di chi, sceso in piazza per protestare contro le “mungiture pubbliche”, si è permesso di opporsi a chi fatica e lavora appropriandosi del latte di mucche, capre, bufale…
Secondo Serra qualsiasi “buona causa” diventa odiosa e insopportabile quando chi la propone non tollera più le differenze. In altre parole, va bene essere vegani, ma solo se si accetta di buon grado che il tuo vicino non lo sia, solo se si accetta (come logica conseguenza) che, comunque, gabbie, allevamenti, macelli e torture varie debbano continuare ad esistere.
Non che ci interessi particolarmente il pensiero di Michele Serra, ma crediamo importante prenderlo in considerazione perché riassume egregiamente la percezione generale sulla questione animale.

In poche parole, per la maggior parte della gente, si tratta di uno stile di vita.
Può trattarsi anche di una buona causa, di un comportamento ecologico e virtuoso che presuppone una notevole levatura morale, ma, proprio per questo, ovviamente, non può essere gridato in piazza, non può essere preteso. Alla virtù, infatti, ciascuno arriva per proprio conto, con i suoi modi e i suoi tempi. E non è neppure obbligatorio arrivarci, anzi.
Quello che non si vede e non si considera, però, è la presenza delle vittime.
In questo particolare contesto, per esempio, ad esser presi in considerazione, sono gli “animalisti” che protestano e gli allevatori, onesti lavoratori, che difendono i loro guadagni.

E le mucche?
Semplicemente le si cancella.
Ed è proprio grazie a questo occultamento, a questa scomparsa che è possibile non vedere tante altre cose.
Non si vede lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù, gli stupri artificiali, le privazioni, le deportazioni che vengono effettuate regolarmente sugli individui senzienti interessati alla produzione del latte: la mucche, i tori, i vitelli.
Quello che non si vede e non si considera è l’ingiustizia.
Quello che non si vede sono gli individui legati, toccati, esposti come merce, valutati in base alla produzione.
Quello che non si vede e non si considera sono le conseguenze del cinico e violento luogo comune che chiamiamo “latte appena munto”.
Non si considera che le mucche, dopo quattro o cinque anni di sovraproduzione, stremate e malate, vengono spinte con pungoli elettrici verso il macello perché non hanno più neppure la forza di muoversi.
Non si considerano le urla e i pianti dovuti alla separazione della madre dal suo vitello.
Non si considera che quel latte non esce da un rubinetto, non è materia prima estratta da una miniera, ma il nutrimento che tutte le femmine dei mammiferi producono (e produciamo) per i loro (e i nostri) figli.
Non si considera come le tappe essenziali della nostra esistenza (concepimento, nascita, allattamento, svezzamento), nella filiera del latte, vengano violentate, ribaltate, modificate fino a portare morte e sofferenza, anziché vita e gioia.
E non si considera che tutti quei figli (i maschi) saranno ammazzati per via di quel latte da imbottigliare, di quella merce da vendere.
Non si considera che per ottenere la filiera del latte è strettamente indispensabile allestire un universo concentrazionario fatto di fili spinati, recinti elettrificati, sbarre, terrore, soprusi e violenze di ogni genere.
Non si considera che attivarsi per la questione animale, per la Liberazione Animale, significa lottare proprio contro questa logica: la possibilità, la liceità di trasformare qualcuno in una merce, di farlo scendere così in basso fino al punto di non contare più nulla, fino al punto di scomparire, di essere, appunto, una cosa che può essere venduta e comprata, portata in piazza e mostrata un tot al chilo, un tot al litro.
Quello che non si considera, quando si sostiene che chi protesta contro le mungiuture in piazza non rispetta le differenze, per assurdo, è proprio la differenza.

Forse in pochi lo sanno, ma proprio chi si mobilita per la Liberazione Animale, pretende che l’essere differenti (l’avere zampe al posto di gambe, l’avere ali al posto di braccia, l’avere il colore della pelle diverso dal bianco o una sessualità diversa da quella considerata normale) non possa più essere motivo di discriminazione, di dominio, di sottomissione, di utilizzo per gli interessi di qualcun altro.
Non vedendo tutto questo, ovviamente, non si riesce a dare una valenza politica al concetto di Liberazione Animale.
Se ci si riuscisse, possiamo starne certi, il collegamento sarebbe immediato. Sarebbe facile comprendere il senso di molti atteggiamenti. Non di tutti gli atteggiamenti, è chiaro! La generalizzazione, l’identificazione di un nemico ed il conseguente desiderio di distruggerlo e sottometterlo, non sono parte dell’agire politico che intendiamo.
Ma è anche vero che oggi, nessuno si sognerebbe di condannare i primi abolizionisti che gridavano con impeto quanto fosse criminale tenere un uomo o una donna in catene solo perché aveva la pelle nera. E poche, probabilmente, arriverebbero a negare che certe provocazioni del movimento femminista negli anni ’70, sebbene suonassero come intolleranti nei confronti della pubblica opinione, erano sacrosanti mezzi di liberazione.

Ma in genere si preferisce vedere la violenza di un urlo, o di una protesta, e si preferisce non vedere il dominio, che è violenza sistematica, istituzionalizzata, resa normale amministrazione. Si preferisce non vedere come l’essenza del dominio si esplica attraverso il controllo del ciclo biologico degli individui. E questo avviene quando abbiamo un padrone che decide chi deve nascere e chi deve morire, che decide quanto e come puoi muovere il tuo corpo, quanto e cosa devi mangiare, se e con chi ti puoi accoppiare, come e quando devi morire. E questo avviene in ogni allevamento e, con diverse varianti, in molte altre strutture umane.

E’ più facile individuare e condannare la violenza di una persona che alza la voce, di una frase, rispetto ad un’intera struttura fondata sulla violenza e la prevaricazione? Pare proprio di sì. Pare proprio che, da sempre, schierarsi dalla parte del più forte significhi proprio questo.

Senza spingersi ad analizzare le varie e complesse sfaccettature della questione animale, della Liberazione Animale, della Resistenza Animale e del nostro essere con gli Animali in un’unica lotta di liberazione, forse, quello che dovremmo chiederci è come fare per mostrare e far capire che il reale obbiettivo ha una portata politica.
Il salto da compiere è proprio questo.
Da una visione prettamente morale di uno stile di vita (una dieta alimentare, salutare, ecologica, virtuosa e, in ultima analisi, migliore e consigliabile), dovremmo urgentemente passare ad una visione politica.
Politica non significa riferirsi a qualche gruppo politico o a qualche istituzione.
Politica significa che intendiamo attivarci per un cambiamento sociale che coinvolga tutti e tutte, che non ci basta dare il buon esempio, essere riconosciuti come una nicchia di mercato, che non desideriamo vivere in buona armonia con gli allevamenti, i macelli, i circhi e tutto il resto, ma che vogliamo abolirli, che vogliamo farlo aprendo realmente un confronto diffuso e capillare in cui anche le vittime abbiano facoltà e libertà di esprimersi, di andarsene, di esistere.
Restando ad una visione morale potremo solo continuare a ritenerci e, in alcuni casi, ad essere ritenuti, virtuosi, buoni, ecologici. Potremo solo continuare a proporre uno stile di vita che non potrà certo pretendere di portare alla liberazione di tutti gli animali, all’abolizione di quegli orrori quotidiani che subiscono. Ci potrà portare anche a sentirci migliori e superiori, ma non consentirà mai un cambiamento collettivo, una reale liberazione.
Politica non significa pretendere che tutti seguano il tuo pensiero, non significa rinuncia ad un atteggiamento pacifico e non-violento. E non significa neppure pretendere e puntare ad un mondo perfetto che elimini ogni forma di violenza.
Significa, invece, attivarsi per un cambiamento sociale che porti ad un’evoluzione per tutti e per tutte, attivarsi per il riconoscimento di un’ingiustizia, perché si prendano provvedimenti condivisi affinché quell’ingiustizia venga arginata, scoraggiata, ostacolata.

Neppure lo schiavismo, il sessismo o il razzismo sono stati realmente e integralmente aboliti. Ma l’azione politica di milioni di individui nel corso della storia ha fatto traballare, sempre di più, quell’ideologia che giustificava e riteneva normali, accettabili e inevitabili tutte queste forme di discriminazione. Grazie ad un lungo processo storico fatto di provocazioni, confronti, cultura, arte, azioni, parole, immagini… ha fatto in modo che venissero presi quei provvedimenti, che oggi diamo per scontati, che servono a scoraggiare socialmente quelle forme di ingiustizia.

Politica, soprattutto, significa che i nostri nemici non sono né i carnivori, né gli allevatori, né i cacciatori, ma il concetto stesso di dominio e di sfruttamento animale di cui siamo parte integrante, in cui siamo inesorabilmente immersi a livello collettivo, ciascuno con le sue personali responsabilità.
Ed è solo compiendo questo passaggio, da una visione morale ad una visione politica, che potremo, tutti e tutte insieme, cominciare a delineare i primi vaghi contorni della Liberazione Animale.

Detto questo, possiamo anche andare ad analizzare la questione delle proteste alle “mungiture in piazza”.
Per prima cosa ci pare importante rilevare che entrambi, “animalisti” e allevatori stavano protestando per qualcosa.
Gli “animalisti” lo facevano per i motivi sopra riportati, e gli allevatori?
Gli allevatori che sottraggono il latte alle mucche non sono nuovi a forme di protesta anche molto forti: blocchi stradali e autostradali, disordini di vario tipo con animali e trattori, scontri con la polizia ecc… Il motivo fondamentale è il rifiuto di pagare le multe accumulate per le quote latte.

Le quote latte sono state istituite a livello europeo nel 1984 per evitare che la produzione di latte diventasse eccessiva con il conseguente crollo dei prezzi. Si decise, infatti, di fissare delle soglie annue da non superare, in caso contrario sono previste penali piuttosto salate. Moltissimi allevatori non ne hanno tenuto conto e siccome non volevano pagare, le sanzioni sono state versate all’Europa con denaro pubblico. Si parla di oltre quattro miliardi di euro.
Quest’anno le quote latte saranno abolite e questo comporterà l’apertura al libero mercato. Ma gli allevatori protestano ugualmente perché, questa apertura, comporterà comunque una diminuzione del prezzo del latte, e quindi dei loro guadagni.

Quello che ci interessa maggiormente rilevare, comunque, è il diverso livello delle due proteste, la diversa natura che spinge degli individui a non accettare ciò che ritengono un ‘ingiustizia, e anche i mezzi che utilizzano per farlo, senza tralasciare le reazioni che tali proteste suscitano nell’opinione pubblica e nei media.

Gli allevatori protestano perché vogliono guadagnare di più dallo sfruttamento di altri individui (le mucche) che producono la merce (il latte) che vogliono vendere. Lo fanno portando in piazza le mucche stesse, mostrando in pubblico il processo di sfruttamento.
Gli “animalisti” protestano perché pretendono che il processo di sfruttamento venga interrotto. Lo fanno con dei volantinaggi, con dei presidi, con dei tavoli informativi. Lo fanno anche, come dice Michele Serra nel suo pezzo, gridando in piazza il loro sdegno.
Il mondo, chiaramente, è schierato dalla parte degli allevatori. I media, i politici, l’opinione pubblica mettono in risalto la loro protesta, le loro ragioni.

Il motivo è molto semplice: la protesta degli allevatori perpetua la logica del dominio e dello sfruttamento. E’ facile, è accettabile. Anche se degrada in violenze vere e proprie, può sempre essere ricondotta al “latte italiano” e alla “qualità”, all’economia, al lavoro.
La protesta degli “animalisti”, invece, resta invisibile, confinata in un vuoto schiamazzo insultante. Bestie sparse che urlano senza ragione.

Mai come in questa occasione è stato possibile notare che il processo di sfruttamento è sempre e comunque sotto i nostri occhi, ma che resta invisibile, occultato nonostante le immagini, nonostante l’evidenza, nonostante la presenza delle vittime esposte in pubblico, che scompaiono comunque alla vista e al pensiero, e quindi alla coscienza.
Informare e mostrare la realtà dello sfruttamento, attivarsi per la Liberazione Animale, allora, assume connotazioni molto più complesse perché non basta più proporre macelli con le pareti di vetro, non basta più mostrare gli orrori, ma occorre anche decostruire un intero immaginario antropocentrico fondato sul dominio dell’esistente, sull’inevitabile convivenza gerarchica di esseri superiori ed esseri inferiori. Senza questa decostruzione, che prevede un inevitabile approccio politico, gli orrori saranno sempre accettati, giustificati, normalizzati.

PANINO CON SALAME CERCA PANINO VEGAN PER SERENA CONVIVENZA

spettacolo

I vegan aumentano, si sa, e con loro, ovviamente, aumentano anche i prodotti vegan. Li trovi sempre più facilmente, soprattutto nei supermercati. E questo fatto genera una strana effervescenza, un’assurda soddifazione da stadio che incontri postata ininterrottamente nei social network. Ci si passa parola pubblicizzando il tal supermercato che, finalmente, vende la maionese o la cotoletta vegana. Il tutto corredato da foto del prodotto con tanto di consiglio per l’acquisto…da leccarsi i baffi! Una mega-vegan agenzia pubblicitaria!

Il prodotto vegano, per molti, è diventato l’obbiettivo centrale, il fine ultimo.
Dalla lotta per la Liberazione Animale, che era lo scopo del veganismo, si è passati alla riduzione a dieta alimentare consumista di questa magnifica opportunità di cambiamento.
L’operazione è semplice quanto il ragionamento che la sostiene. Nulla deve essere cambiato, tutto può rimanere esattamente al suo posto, basta che venga veganizzato. Salsicce, bistecche, polpette…tutto può diventare vegan. Basta sostituire qualche ingrediente e il gioco è fatto: abbiamo vinto!

Si tratta, appunto, di una visione superficiale che rinuncia in partenza a comprendere le motivazioni dell’oppressione animale, le motivazioni che spingono sette miliardi di umani ad acccettare come normale amministrazione settanta miliardi di animali massacrati all’anno.
Una visione superficiale che si limita a immaginare che, in fondo, basta cambiare qualche ingrediente, basta effettuare qualche piccola sostituzione per risolvere un problema millenario, per cambiare una società che si fonda sul dominio del vivente da migliaia di anni.

Una visione superficiale che porta ad autoconvincersi di quanto siano tutti così stupidi e cattivi perchè, in fondo, basterebbe diventare vegan per avere un pianeta pulito e per essere tutti in salute. Possibile che nessuno ci abbia pensato prima? Possibile che la gente sia così stupida da non cambiare questi benedetti ingredienti, e subito?

Mantenere una visione superficiale di ciò che ci accade intorno è funzionale ed essenziale per il mantenimento dello status quo. Ma non è solo questo il punto, perchè qualunque forma di ribelllione, qualunque pratica che tenda al cambiamento, quando comincia a diffondersi e ad essere seguita e considerata, viene irrimediabilmente ribaltata, normalizzata, ricondotta sulla retta via dello spettacolo consumista che la nostra civiltà fondata sul dominio trasmette ininterrottamente in mondovisione. E’ una dinamica nota (ce ne fornisce un esempio la chiesa che, invece di cancellare i templi pagani, li trasformò in abbazie e cattedrali, invece di abolirne le feste se ne appropriò ribaltandone il significato e usandole in relazione alle sue esigenze), una trappola conosciuta, ma nonostante questo, il “popolo vegano” ci è caduto inesorabilmente dentro.

L’aumento dei prodotti, dei ristoranti, degli aperitivi vegani… coincide inesorabilmente con il riconoscimento da parte del mercato di una nuova richiesta da far fruttare. Molti vegani, dal canto loro, vedono in questo riconoscimento un traguardo. Finalmente ci considerano, finalmente contiamo qualcosa, finalmente abbiamo un’identità, finalmente qualcosa sta cambiando.

In una sociatà fondata sull’acquisto, invece, tuttto questo è normale.
Una società fondata sull’acquisto si basa proprio sul riconoscimento di tutti i bisogni, i prodotti, le idee e i pensieri disponibili che devono essere resi merce, che devono essere venduti.
La filosofia della società-supermercato si fonda sulla concorrenza (sempre più monopolio di pochi giganti) di tutte queste merci che la ingrassano nella famosa e pluricitata crescita infinita. La filosofia della società-supermercato non ha paura di niente, nulla può intaccarla perchè è in grado di trasformare tutto triturandolo a suo uso e consumo.

L’idea di veganizzare l’intera società-supermercato immettendo prodotti vegan è talmente ridicola che non andrebbe neppure presa in considerazione, ma siccome è proprio questa l’illusione su cui si fonda l’entusiasmo e la superficialità del nuovo vegan-consumista, cercheremo di farlo ugualmente.

L’idea è più o meno questa: sono contento che il fast-food offra anche un panino vegan perchè lo vedo come un primo passo verso un mondo con fast-food completamente vegani. E non solo fast-food, ma anche supermercati completamente vegani e anche ristoranti, alberghi, ecc…

L’errore di fondo rispetto a questo ragionamento è semplice: noi possiamo avere i fast-food, possiamo avere i supermercati che offrono milioni di diversi prodotti confezionati che vengono da ogni parte del mondo, noi possiamo avere tutta questa finta riccchezza, questo finto benessere, possiamo avere di tutto e di più perchè siamo direttamente coinvolti in un modello di produzione antropocentrico fondato sul dominio e sulla distruzione globale. Un modello che si basa sulla crescita infinita. Per crescere all’infinito bisogna impossessarsi di tutto il territorio, di tutte le risorse, occorre dominare, addomesticare, mercificare, piegare e trasformare tutto in relazione alle nostre esigenze.

Il fatto che più o meno da ventimila anni (alcuni sostengono con il passaggio dal nomadismo alla stanzialità) noi umani diamo per scontato che questo pianeta è solo un contenitore da depredare, il fatto che consideriamo tutti gli altri suoi abitanti come degli schiavi o dei prodotti da smembrare e incellophanare, non è dovuto a ignoranza o a mancanza di informazione. E non è neppure dovuto ad una cattiveria intrinseca che ci segna irrimediabilmente sin dall’alba dei tempi. Più verosimilmente, facciamo questo, perchè solo così possiamo tenere in piedi questo modello di produzione, questo sistema di sviluppo.

E si tratta di un modello di produzione che è andato affinandosi e perfezionandosi per secoli. Si tratta di una macchina che funziona triturando e ribaltando e mercificando ogni pulsione, ogni tentativo di cambiamento. Una macchina che continuerà a funzionare anche dopo la nostra morte. Una macchina che si muove anche attraverso i miti, i riti, i simboli. Una macchina che viene alimentata anche attraverso il nostro modo di lavorare, di parlare, di discriminare, di considerare il diverso e l’altro da sé. Una macchina globalmente interconnessa dove il lavoro di chi coltiva patate è finanziato e controllato da chi sfrutta animali, da chi avvelena e depreda.

Risulterà evidente anche al più consumista dei vegani che l’unica concreta speranza di “liberare tutti gli animali”, di “veganizzare il mondo” risiede inevitabilmente nell’abbandono di questo modello di sviluppo. Perchè è proprio questo modello di sviluppo che crea l’indispensabiile necesssità dell’oppressione animale, che ha creato e continua a rafforzare la mentalità specista e antropocentrica che consente di accettarla e di giustificarla, di considerarla normale routine quotidiana.
Questo modello di sviluppo nutre inevitabilmente le nostre fantasie e i nostri immaginari, muove e condiziona altrettanto inevitabilmente il nostro modo di rapportarci con il mondo, i nostri tentativi di mutare i nefasti sviluppi che lo contraddistinguono sempre di più.

Anche nell’ipotetico e decisamente improbabile caso in cui la gran maggioranza di noi umani scegliesse l’alimentazione vegan (con conseguenti supermercati vegan, fast-food vegan ecc…) l’oppressione animale resterebbe più o meno inalterata. Il territorio e le risorse dovrebbero restare comunque nelle nostre mani, sotto quel rigido controllo che si chiama potere, manipolazione, addomesticamento.

Nessuno può veramente immaginare un mondo in cui il concetto di Liberazione Animale trovi una sua completa realizzazione. Ma una cosa è certa: anche un suo timido abbozzo può solo coincidere con un considerevole arretramento del nostro modello di sviluppo, dei nostri consumi, della nostra folle espansione e del dittatoriale controllo che esercitiamo sugli individui e su ogni singolo ettaro di cui è composto questo meraviglioso pianeta.

Tutto ciò che questo modelllo di sviluppo (basato sul pensiero unico della produzione, sulla religione del lavoro) può offrirci, è di farne allegramente parte. Da questo modello di sviluppo è naturalmente escluso il concetto di lotta contro un’ingiustizia, il concetto di attivismo per un cambiamento sociale, il concetto di impegno politico nel senso di impegno collettivo per il bene comune. I prodotti vegani, al massimo, potranno convivere con tutti gli altri prodotti animali. Ed è proprio qui che si nota il forte arretramento che il consumismo vegan sta determinando.
In altre parole sta passando il concetto di un veganismo come stile di vita che può tranquillamente convivere con tutti gli altri, proprio come un panino al salame può tranquillamente convivere nella stessa vetrina con un panino al tofu e insalata.

Ma il consumismo vegan, comunque, non è una malattia incurabile e chi ne è affetto non può neanche diventare il nuovo bersaglio contro cui scagliarsi, a cui scaricare le responsabilità maggiori per i problemi di un movimento che tenta di muoversi verso la Liberazione Animale.
Occorre, infatti, considerare che tutti e tutte siamo coinvolti (in misura certamente differente) in questo modello di sviluppo e che, tutti e tutte, ne siamo fortemente condizionati.
In un mondo fondato sul consumismo è drammaticamente facile e immediato, quasi inevitabile e spontaneo, dare una risposta consumista, pensando pure di ribellarsi, credendo pure di aver intrapreso la giusta via verso la liberazione, abbandonandosi pure ad un vuoto ottimismo addomesticato da spot pubblicitario. Molto più difficile, invece, ammettere di essere parte integrante dello sfruttamento e dell’oppressione, pur diventando vegan.

L’antidoto è certamente quello dell’approfondimento, dell’autoproduzione, della vegan-decrescita, dello sguardo critico, del continuo confronto, dell’ampliamento degli orizzonti che non possono più limitarsi ad una dieta alimentare, ad uno scambio di ricette, ad un attivismo fondato sulla nocività dei prodotti animali. Vegan è certamente un passo indispensabile, ma forse possiamo farlo e diffonderlo smettendo di essere una vegan-agenzia pubblicitaria che lavora per questo modello di sviluppo, forse possiamo davvero costruire dal basso nuove dinamiche che ci consentano di cambiare un intero immaginario, che ci consentano di visualizzare un altro modo di considerarci e definirci umani, e quindi Animali.

UN ECOVILLAGGIO SULLA FINESTRA

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Tornando da un viaggio arriviamo a casa. Fuori non è ancora buio e, prima di accendere la corrente, Lella prova ad aprire la finestra. Stranamente è bloccata. Invece di forzare, cerca di capire che cosa stia succedendo. Si vede poco, ma alzando gli occhi sul vetro…scorge un grappolo enorme di api! Sono centinaia. Si sono sistemate tra il vetro e l’imposta chiusa. Hanno costruito un grosso alveare. Ci sono tutte le cellette, alcune piene di miele. C’è un brulicare ininterrotto, un lavorio continuo di zampette e di corpicini che corrono, volano, costruiscono… È impressionante! È un universo, una città, una comunità.. un ecovillaggio?

La situazione è complessa.
Ci sono centinaia e centinaia di api, e sono praticamente in casa. L’alveare occupa buona parte di una delle due ante della finestra.
Dopo lo spavento, la prima reazione è immediata. Se ne devono andare. È pericoloso, è casa nostra, ci dobbiamo difendere.
Ma non è semplice. Prova a mandar via un ecovillaggio di api!
Scopriamo che in questi casi occorre chiamare i pompieri.

I pompieri però, da un po’ di tempo, non intervengono più. Ora le api sono in via d’estinzione e quindi occorre recuperarle. Non si possono semplicemente “disinfestare”.
Ci danno una serie di contatti per chiamare un apicoltore convenzionnato. Solo lui, infatti, sa come comportarsi in questi casi. Che cosa farà? Semplice: costringerà le api ad uscire, con del fumo se necessario e, bardato di tutto punto, le farà entrare in un’apposita arnia artificiale. Le rinchiuderà là dentro e se le porterà via. Per lui è un bel guadagno. Un ecovillaggio di api può costare anche trecento euro. Quindi l’intervento è gratuito. E che volete di più! Gli schiavi sono fuggiti e devono tornare al lavoro, occorre trovar loro nuovi padroni.

Non siamo per niente convinti.
Se non ci piaceva l’idea di far venire i pompieri (avevamo chiamato solo per avere informazioni, per chiedere come si sarebbero comportati, cosa avrebbero fatto alle api), l’idea di consegnare l’intero ecovillaggio ad un allevatore ci piace ancora meno, ci pare una follia.
La mattina dopo le api continuano a lavorare, ad entrare e ad uscire attraverso gli ampi spiragli tra il muro e l’imposta. Scopriamo che di giorno sono di meno perché, appunto, lavorano fuori alla ricerca del nettare.

Ci si può affezionare alle api?
Tra noi e loro non c’è un muro, c’è un vetro.
Le vediamo sempre, le possiamo vedere a qualsiasi ora del giorno e della notte. La loro casa è un’opera d’arte, il loro sistema di vita è funzionale, perfetto, strategico. Ci sono riti, danze, linguaggi. C’è bellezza e intelligenza. E più guardi e più comprendi il concetto di dominio. Per avere qualche cucchiaino di miele, per avere un prodotto inutile, si entra in tutta questa bellezza, la si manipola, alcuni uccidono la regina per non farla volare via e impedire la fuga di una parte dell’ecovillaggio. Altri strappano le ali, altri mettono una vernice sulla regina per poterla riconoscere. Ma le pratiche sono tante, ignobili, violente. Alcuni dicono di lavorare bene, di lavorare in modo diverso e sostenibile. Lavorare? Ma non è più sensato e corretto il verbo rubare? Oppure sfruttare, schiavizzare, dominare? Il dominio è il controllo del ciclo biologico di qualcun altro. È come se in un ecovillaggio qualcuno, dall’alto, si prendesse gran parte della legna raccolta, gran parte del grano, dell’orzo e di tutto ciò che si coltiva per vivere. E se qualcuno vuole andarsene si usano tecniche di ogni genere per impedirlo. Non puoi andartene, devi lavorare, devi produrre per il padrone. Il padrone è buono perché se ti ammali ti cura. E tu, là fuori, non te la caveresti, dice il padrone. Già, lui lo fa per il tuo bene. Ma solo il bene di chi rende, di chi usa e sfrutta, di chi uccide o abbandona quando non gli serve più. Altrimenti avrebbe praticato anche la vespicoltura!

Scopriamo che in questo eventuale trasloco molte api moriranno, è inevitabile. Tutte quelle che sono fuori a raccogliere nettare, poi, non trovando più l’alveare resteranno senza casa e moriranno. È come tornare alll’ecovillaggio e, semplicemente, non trovarlo più. Lì c’erano le scorte per l’inverno, ogni punto di riferimento, tutta la tua vita.

Le api sono una ricchezza e noi non le consegneremo a nessuno.Hanno scelto la nostra finestra per costruire il loro ecovillaggio. Hanno mandato in perlustrazione le loro esploratrici e alla fine hanno deciso che la nostra finestra era una sorta di terra promessa. Hanno scelto l’unica finestra senza zanzariera, hanno scelto la finestra più in alto, quella più esposta al sole.

La camera ha anche un’altra finestra e quella delle api resterà chiusa, per sempre.
Le api sono una ricchezza. È bello guardarle, sapere che ci sono. Finchè staranno con noi ci sentiremo più sicuri.

L’INGIUSTIZIA DEL “CIBO GIUSTO”

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Proprio nello stesso periodo in cui è in atto la Settimana Mondiale per l’Abolizione della Carne, Serge Latouche, teorico della decrescita, sarà a Pisa per un incontro dal titolo “Il cibo giusto”.

Noi non sappiamo quello che dirà Latouche, sappiamo solo che, al termine, ci sarà un aperitivo a filiera corta con vari prodotti tra cui ricotta, prosciutti, salami, coppe…

“Il cibo giusto”. E’ proprio il titolo di questo incontro che colpisce, che punta il dito sulla questione basilare e nello stesso tempo, con plateale indifferenza, la ignora, la mortifica, la annichilisce.

Sì! Perché la questione del cibo è proprio legata alla giustizia. Prendere qualcuno e renderlo cibo, renderlo prodotto, renderlo merce significa dimenticare il proprio simile animale, significa relegarlo a qualcosa che posso usare, sfruttare, manipolare e gestire come una risorsa, come un attrezzo, come un bene. Significa anche e soprattutto ignorare (o fingere di ignorare!) che ad essere usato, imprigionato, gestito, ingrassato e ucciso è un individuo dotato di coscienza, pensieri, sensibilità, intelligenza.

Noi tutti sappiamo che cos’è un’ingiustizia. Forse non tutti riusciamo a definirla in modo corretto e impeccabile, ma per il solo fatto di essere in questa civiltà, sappiamo di cosa si tratta, lo sappiamo per averla subita, per averla vissuta, per averla vista applicare su chi abbiamo intorno. Quando vedi un’ingiustizia ne senti il peso e, un po’, ti ribolle il sangue e vorresti agire, reagire. Questo accade perché sai che anche quella, come tutte le altre ingiustizie, potrà proliferare, potrà sopravvivere ed espandersi proprio grazie alla tua indifferenza. E’ strana l’ingiustizia! Non ammette neutralità. O ti schieri contro o, in automatico, stai favorendo il carnefice, colui che la vuole applicare, colui che se ne sta avvantaggiando.

Lo specismo, quella complessa e millenaria ramificazione di condizionamenti che ci portiamo addosso, consente incredibili scappatoie, permette, ad esempio, di parlare di giustizia, proprio mentre si sta festeggiando sul cadavere di un individuo a cui è stata tolta libertà, un individuo che è stato tenuto rinchiuso, un individuo a cui è stato impedito di vivere secondo le proprie aspettative, la propria indole, il proprio modo di percepire e interpretare la realtà. La giustizia, allora, viene rinchiusa in un rigido compartimento. Il cibo è giusto se è buono e mi fa bene. Il cibo è giusto se è autoprodotto. Il cibo è giusto se non entra al supermercato, se non è confezionato, se ha la filiera corta. Il cibo è giusto finchè l’asse del ragionamento riesce a mantenersi saldo e prepotentemente ancorato all’umana superiorità, ad una visione del mondo in cui chi è diverso è anche situato su un gradino più basso. Un tempo, su quel gradino più in basso (ma ancora oggi), ci stavano gli schiavi umani. Fornivano lavoro giusto perché tanto erano “quasi umani”, naturalmente destinati ai lavori imposti, erano diversi da noi. Un tempo (ma ancora oggi) ci stavano le donne. Inferiori, usate, sfruttate. E chiaramente l’elenco di chi veniva e viene posto su un gradino più in basso si potrebbe allargare a gay, lesbiche, trans, intersex, rom e a tutte le categorie rese oggetto, feticcio, categorie ridicolizzate perché diverse dallo stereotipo condiviso, diverse da ciò che evade dal modello dominate. Gli esempi sono tanti e ciascuno ha diverse sfumature e caratteristiche, ma quello che conta è l’asse portante, perché in tutti i casi la dinamica che giustifica e fortifica l’ingiustizia è sempre uguale. Il diverso può essere usato, dominato e discriminato. Il diverso è una risorsa che può essere gestita e controllata per i nostri personali interessi.

Lo specismo consente di tenere un comportamento giusto ed etico pur continuando a sfruttare e a discriminare in modo sistematico e consapevole chi è diverso, pur continuando a togliergli la libertà, pur continuando ad impedire all’altro da sé di vivere le proprie speranze, di realizzare le proprie attitudini, i propri desideri. Lo specismo è comodo e, soprattutto, indispensabile a mantenere la status quo. Basta dimenticare chi ha un corpo diverso, basta renderlo oggetto e il gioco è fatto.

Tutto questo, per di più, può avvenire nella più totale buona fede. Guardando solo all’umano, guardando solo al maschile, guardando solo al bianco occidentale si possono ignorare le più elementari norme di tolleranza, si può dimenticare l’etica, si po’ credere di compiere azioni rivoluzionarie, si può essere convinti di lavorare concretamente per il cambiamento di questa società pur continuando a rispettarne e ad incarnarne l’essenza, pur continuando a scandirne la grammatica. In realtà, come appare ovvio, non si sta facendo altro che perpetuarla rafforzandone le regole basilari.

Perché ciò che conta non è cosa si mangia!

E’ curioso, infatti notare come il cosiddetto veganismo salutista, pur essendo vegan, segue esattamente la stessa dinamica di chi, organizzando un incontro sul cibo giusto, festeggia sulla prigionia, sulla sofferenza e sulla morte di qualcun altro. Ciò che rimane immutato, infatti, è lo specismo.

Anche nel caso del veganismo salutista, infatti, l’altro da se’ (in questo caso la mucca, il maiale, la gallina…) viene dimenticato, deprivato dal suo essere soggetto di una vita per essere trasformato in oggetto/cibo che, solo per il fatto di far male alla salute, dovrebbe essere evitato. In un caso l’oggetto/cibo deve essere trattato con determinate metodologie per essere cibo giusto, nell’altro, invece, deve essere evitato proprio come si eviterebbe una sostanza tossica. Il risultato cambia, è chiaro, ma l’essenza della società specista, il suo perpetuarsi, il suo inesorabile mantenersi come struttura che domina e dirige le nostre esistenze, non viene scalfito neppure di una virgola. E come ovvia conseguenza, in entrambi i casi, a livello globale, gli umani, gli animali e l’ambiente continueranno ad essere dominati e sfruttati.

Nonostante le intenzioni, nonostante il desiderio di cambiare le cose, si finisce per essere funzionali a ciò che si vorrebbe cambiare.

La cosa più sconcertante di questo paradosso, di questo impegno attivo verso il cambiamento che diviene asservimento alle logiche del dominio, però, è un’altra, ed è legata all’evidenza dei fatti, a quanto sia chiaro e inequivocabile che abbiamo di fronte delle persone non umane, delle popolazioni di persone non umane. Di quanto questo fatto sia stato dimostrato anche da quella stessa scienza che regge e giustifica la nostra società specista. Dopo la Dichiarazione di Cambridge del 2012 sulla coscienza, infatti, è stato sancito ufficialmente che noi umani, insieme a tutti gli altri animali che imprigioniamo, segreghiamo, sfruttiamo, ingrassiamo e uccidiamo, siamo dotati di coscienza, di quella stessa coscienza che ci permette di essere consapevoli, di prendere decisioni. In questo non c’è differenza tra noi e gli altri animali!

In realtà, anche in questo caso, ritroviamo le stesse dinamiche del razzismo del sessismo, dell’omofobia. In passato era pur sempre ovvio e visibile a tutti che le persone con la pelle nera non erano quasi umani, che le donne non erano inferiori, meno intelligenti, senz’anima, senza diritti e naturalmente votate alla sottomissione. Oggi è quantomai evidente che l’omosessualità non è una malattia mentale. Eppure occorreva crederlo, era indispensabile farlo per tenere in piedi le società bastate sullo sfruttamento, le società fondate su un preciso modello patriarcale. Il condizionamento, in realtà non ancora estinto del tutto, era talmente forte che non bastava certo vedere con i propri occhi, che non bastava certo dare ascolto alla propria empatia, al proprio senso razionale. E non sarebbe bastata neppure la dichiarazione di qualche scienziato. C’è voluto e ci vuole di più, molto di più!

Ma tornando al “cibo giusto” si potrebbe anche affermare che non importa, che posso pretendere per me il cibo buono, facile, il cibo che mi dà libertà dal sistema e gusto per il palato anche infischiandomene dell’etica, anche se questo comporta il passar sopra come un bulldozer su tutti i principi di libertà e di giustizia.

Eppure non è così, non è questo il caso.

Perchè è sempre una molla etica quella che spinge a desiderare cibo a chilometro zero, che spinge a mangiare sul mater-b invece che sulla plastica, che spinge a porsi contro un sistema che pretende la crescita infinita, che spinge a lottare contro le nocività. Ma, nello stesso tempo, se questa molla etica non allarga i suoi orizzonti, se non mira più in alto, se non prende in considerazione la radice che determina lo sfruttamento e il dominio sarà sempre destinata a fallire, sarà sempre destinata a perpetuare lo sfruttamento e la devastazione, i disastri ecologici e le ingiustizie. Nessuna società libera, ecologica, etica, infatti, potrà mai nascere o rinascere fondandosi sulla prigionia, sulla sofferenza e sullo sfruttamento.

Troglodita Tribe

LA FEBBRE DEL SALUTISMO VEGAN

gatto-lunaMa perché, sempre più persone, sostengono che cercare di convincere il prossimo a diventare vegan per motivi di salute sia un atteggiamento controproducente?

Sono forse impazziti? Più vegan ci sono e meglio è! Verrebbe da dire. E non importa il metodo, perché ciò che conta è il risultato.

No, la follia non c’entra!

E neppure l’arroganza di voler dettare il giusto percorso che ogni vegan dovrebbe intraprendere. No, queste persone non vogliono avere ragione a tutti i costi, non vogliono mettersi sul pulpito per dettare le regole. Il fatto è un altro.

Il fatto è che l’argomentazione salutista è un’argomentazione fondamentalmente specista.
Se siamo vegan significa che il nostro obbiettivo è la liberazione animale, Giusto?
Se siamo diventati vegan è perché desideriamo un mondo senza più allevamenti, senza più circhi, senza più vivisezione, senza più cani alla catena, senza più gabbie dove mettere animali, per qualsiasi motivo. Se siamo vegan è perché desideriamo un mondo senza più animali che vengono usati per le nostre esigenze, per i nostri bisogni, per il nostro divertimento.
Per ottenere questo risultato, l’unica possibilità concreta che abbiamo, è quella di cambiare la mentalità comune (che possiamo anche chiamare società, o coscienza collettiva). Questa trasformazione è un processo lungo e difficile, ma il passaggio che dovrebbe avvenire è anche molto chiaro.
Dalla situazione odierna, in cui l’essere umano è considerato il centro dell’universo, dove l’essere umano è considerato superiore e detentore di potere assoluto su tutti gli altri animali, dovremmo passare ad una posizione di parità, una posizione in cui tutti gli altri animali vengano considerati esattamente come noi. Terrestri, popolazioni di terrestri, persone non umane da rispettare esattamente come chi è umano. Appare ovvio che, senza questo passaggio, ci sarà sempre qualcuno che usa, sfrutta e uccide animali. Non è solo una questione di dieta, ma una questione legata alla superiorità e al diritto di dominare chi è considerato inferiore.
Se noi diciamo che si dovrebbe smettere di mangiare carne e prodotti animali perché fa male alla salute, non stiamo favorendo questo passaggio, anzi, tutto il contrario.

Proviamo a rifletterci con attenzione.

La salute di cui ci stiamo preoccupando è la nostra, la salute di noi umani che, appunto, restiamo al centro dell’universo, al centro delle nostre preoccupazioni. Restiamo superiori e, appunto, ci preoccupiamo della nostra salute dimenticando la dignità e l’importanza degli animali che smettiamo di mangiare. Quegli stessi animali non sono più animali sono cibo che fa male alla salute.

Per essere più chiari, però, è importante proporre un piccolo esempio.

Un bambino prende a calci la compagna di banco e la maestra subito lo riprende dicendo di smetterla immediatamente. Il bambino, visto che si diverte un mondo, chiede il perché, perché mai dovrebbe smetterla? E la maestra, allora, gli risponde che prendendo a calci la compagna di banco si fa male ai piedi, gli verranno i lividi e, addirittura, potrebbe diventare zoppo.

Perché una risposta del genere farebbe accapponare la pelle?

Ovvio, no? Si tratta di una risposta che non tiene minimamente conto che la compagna di banco è una bambina anche lei, che soffre, che ha una sua vita, una sua sensibilità, un suo modo di esprimersi e di stare al mondo. La compagna di banco viene letteralmente annullata, è come se non esistesse, diventa un oggetto. Per trasformare una persona in un oggetto basta non considerare più la sua sensibilità, il suo essere soggetto di una vita, la sua capacità di percepire e di emozionarsi. È facile, no? A questo punto, è come se quel bambino prendesse a calci un oggetto e la maestra gli dicesse di smetterla perché quell’oggetto è duro e gli farà male. Ma se l’oggetto fosse un cuscino non ci sarebbero problemi, si potrebbe continuare a prenderlo a calci!

Se noi diciamo che occorre smettere di mangiare prodotti animali perché fa male alla salute, con quella stessa frase, senza accorgercene, diciamo anche che tutti quegli animali, imprigionati, mutilati, uccisi, sono degli oggetti, proprio come nel caso del bambino e della sua compagna di banco. E diciamo anche che, se si trattasse di animali che non fanno male alla nostra salute, potremmo continuare a mangiarli. Non importa se la nostra è solo una strategia per cercare, in qualche modo, di far diventare vegan qualcuno. Quando la maestra dice al bambino di smetterla perché potrebbe diventare zoppo, rende l’altra bambina un oggetto, la cancella, anche se la sua è solo una strategia per farlo smettere. Quando diciamo che mangiare animali fa venire il cancro, rendiamo gli animali degli oggetti, del cibo, li annulliamo in quanto esseri senzienti, in quanto soggetti di una vita. E questo è l’esatto contrario di quello che vorremmo ottenere. E questo rende sempre più difficile quel passaggio essenziale ed indispensabile per ottenere la liberazione animale. Rende sempre più difficile passare dalla nostra posizione di esseri superiori con il potere assoluto su tutti gli altri animali (i nostri oggetti, i nostri schiavi, il nostro cibo) ad una posizione di parità, ad un confronto tra popolazioni, tra terrestri.

Ed è questo il motivo per cui molti stanno chiedendo che si smetta al più presto di usare il salutismo per convincere la gente a diventare vegan. Perché il salutismo sta ritardando la liberazione animale, sta rendendo ancora più difficile la strada per il suo raggiungimento.

Ma è necessaria anche un’altra riflessione che richiede una profonda onestà interiore.
Torniamo al bambino e alla sua sfortunata compagna di banco. L’affermazione della maestra suona demenziale, tremendamente demenziale. Nessuna persona sana di mente, in nessuna occasione accetterebbe un’affermazione del genere. Smettere di prendere a calci la compagna di banco perché ci si potrebbe far male al piede, perché si potrebbe diventare zoppi?! Dopo un’affermazione del genere, quella maestra sarebbe immediatamente allontanata e considerata indegna del suo mestiere.
Eppure…Eppure, se al posto del bambino mettiamo le mucche, i conigli, le galline, i maiali, se diciamo che bisogna smettere di mangiarli perché fanno male alla salute, quella stessa affermazione, non suona così terribile. Tanto che molti vegan si sentono tranquilli nel proporla.

Ma perché?

Eppure, anche confrontando le due situazioni, gli animali, comunque, sono molto più svantaggiati. La bambina, in fondo, prenderà solo dei calci e poi si riprenderà (speriamo!). Gli animali, al contrario subiranno pene e strazio e, soprattutto, moriranno tutti, senza eccezione, e moriranno in giovanissima età. Eppure, se vogliamo essere onesti fino in fondo, non possiamo fare a meno di considerare che il caso del bambino ci appare più demenziale e inaccettabile rispetto a quello degli animali.

Il motivo è molto semplice e si chiama specismo.

Lo specismo è quel fenomeno per cui siamo portati a considerare inferiori e degni di minor attenzione e rispetto individui appartenenti ad una specie diversa dalla nostra. Lo specismo ci porta a ritenere lecito e accettabile il fatto di usare questi individui per le nostre necessità, per i nostri interessi. Lo specismo non è semplicemente un aspetto negativo di alcune persone insensibili, o irresponsabili, come potremmo sostenere oggi per il razzismo, il sessismo, l’omofobia…Lo specismo, come ci stiamo accorgendo, è molto più subdolo. Lo specismo è parte integrante del nostro inconscio. Noi umani ci portiamo addosso secoli di specismo. Le nostre menti, i nostri sistemi economici, le nostre culture, i nostri riti sono fondati sullo specismo. Anche se, come individui, scegliamo di non accettarlo, dovremo, sempre e comunque, considerare che lo specismo è dentro di noi.

A questo punto si può comprendere meglio quanto il concetto di liberazione animale sia estremamente complesso da attuare e come, soprattutto, poco abbia a che fare con un semplice cambiamento della dieta alimentare e come, ancor di più, sia proprio questo il vero obbiettivo da superare.
Se ci identifichiamo troppo nel veganismo, se ci identifichiamo così tanto da ritenerlo l’unico obbiettivo da raggiungere, abbiamo già perso ogni opportunità. È come confondere il dito che indica la luna con la luna stessa. L’obbiettivo è la liberazione animale, il superamento dello specismo. L’obbiettivo non è migliorare la nostra salute e neppure quello di rendere vegan tutte le perone che incontriamo. Le persone diventeranno tutte vegan, le gabbie saranno tutte aperte e gli animali non saranno più resi schiavi solo e soltanto quando avremo superato lo specismo, solo e soltanto quando lo specismo sarà considerato come, oggi, la maggioranza di noi umani considera il razzismo.
Ma che cosa sta succedendo, oggi, nel mondo vegan?
Sempre più persone parlano di salutismo per dimostrare quanto sia importante diventare vegan. Altri parlano di antivivisezionismo scientifico, sostenendo, appunto, che occorre smettere di torturare animali per testare i farmaci, che occorre farlo perché questi test non danno buoni risultati. Si dice che queste argomentazioni abbiano una buona presa e, di conseguenza, vengono sempre più utilizzate.

Qual è il risultato di questa nuova tendenza?

E’ come se, nell’esempio precedente, sempre più bambini avessero smesso di prendere a calci il compagno di banco per paura di farsi male, di diventare zoppi.
Molti hanno smesso, certo, ma con il passare del tempo, molti altri hanno cominciato ad usare scarpe rinforzate, magari con la punta d’acciaio per non f arsi male, per non diventare zoppi.
E per tornare a noi, la risposta specista al salutismo è già in atto: allevamenti biologici, galline allevate a terra, riduzione del consumo di carne e, anche se poi gli animali finiscono tutti al macello, la salute è assicurata comunque.

Oggi la parola vegan è sempre più associata ad una scelta legata al benessere, ad una delle tante opzioni disponibili, ad uno stile di vita.

Oggi la parola vegan è sempre meno associata ad una lotta contro un’ingiustizia, ad un cambiamento radicale della nostra società fondata sul dominio e sullo specismo.

Nessuno dovrebbe avere qualcosa da ridire sugli stili di vita, perché ognuno vive come vuole.
Tutti e tutte dovremmo avere molto da dire quando siamo di fronte ad un’ingiustizia, perché questo è l’unico modo per superarla, per liberarcene.

In altre parole il concetto di vegan è stato rimodellato ad uso e consumo di quella stessa società che si intendeva cambiare.
Questo passaggio, questo rimodellamento, questo ribaltamento sta avvenendo proprio ora, proprio quando sempre più persone diventano vegan.
E, ancor più drammaticamente, sta avvenendo per mano delle stesse persone che sono vegan.

Tutte le volte che si parla di salutismo (associandolo alle motivazioni che ci dovrebbero spingere a diventare vegan) ci allontaniamo di un passo dalla liberazione animale perchè sosteniamo e rinforziamo il concetto di specismo, sosteniamo e rinforziamo le motivazioni di base che determinano l’oppressione di tutti gli animali.

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