BRICIOLE VEGAN

NON COMPRIAMO!

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A Boston, sarà vietata la vendita di cani, gatti e conigli nei negozi, nei mercati e nei parcheggi. E non si tratta solo di Boston, ma di centoventi comuni degli Usa tra cui Chicago e Los Angeles. La notizia è recente e apre nuovi scenari interessanti.

I negozi di animali, secondo queste nuove direttive, non saranno costretti a chiudere, ma dovranno lavorare (vendendo cibi e accessori) in stretto contatto con i canili ed i rifugi. Non più animali in vetrina trattati come merce da vendere e comprare, ma individui da adottare nei luoghi idonei.

Tutto questo avviene perché si sta comprendendo che il problema del randagismo non può essere affrontato con la serietà che merita senza interrompere il circolo vizioso e distruttivo di tutti quegli animali che vengono fatti nascere al solo scopo di essere venduti.

E’ facile intuire, infatti, che è proprio l’atto di comprare un individuo a renderlo una merce. E di una una merce, quando è vecchia, malfunzionante, quando stufa, o quando se ne vede una più bella, in genere, ce ne vogliamo disfare. Mentre con la pratica dell’adozione si pongono basi completamente diverse.

Purtroppo gli allevamenti di animali “di razza” continueranno ad esistere, ma l’aspetto più interessante di questa diversa e inedita “tendenza legislativa” è un’altra. Prima il negozio era l’anello di una catena che collegava gli allevatori a chi desiderava condividere la propria vita con un cane, l’anello di una catena fondata sulla riduzione a merce di individui. Oggi, invece, questo anello viene spezzato, viene trasformato, diventa un sentiero che connette il nostro sentirci vicini agli animali con l’atto di adottare quegli individui che sono stati abbandonati, maltrattati, rifiutati. Oggi desiderare la compagnia di un animale sarà direttamente associato all’idea dell’adozione e sempre meno all’idea dell’acquisto.

Un animale adottato in un canile o in un rifugio ha una sua storia che dobbiamo conoscere e comprendere, alla quale dobbiamo adattarci, se davvero vogliamo costruire un rapporto sano. Un animale di questo tipo molto più difficilmente potrà esser considerato alla stregua di un giocattolo, di uno sfizio, di una merce da dimenticare quando smette di divertirci o intrattenerci.

Certo, si tratta di un sentierino in mezzo ad un mondo specista dove tutti gli altri animali continuano ad essere venduti, comprati ed esposti anche a pezzi, ma dovremmo cercare comunque di favorirla e pretenderne la diffusione. Un sentierino che si muove nella giusta direzione perché, in qualche modo, mette in discussione la regola fondante di questo inferno antropocentrico che è il nostro modello di produzione: la riduzione a merce degli individui.

Ci siamo talmente abituati, ne siamo talmente complici che neppure più ce ne accorgiamo. Ci viene più naturale protestare ed indignarci per un calcio ad un cane, che giustamente consideriamo un maltrattamento, e molto meno per le deportazioni, per la selezione e la manipolazione genetica che creano cani deformi ma con caratteristiche estetiche di mercato.

UN CHILO E MEZZO AL GIORNO

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Da circa un mese siamo in Sicilia con i cani di amici e, tutte le mattine, usciamo con loro in spiaggia per la passeggiata. Chilometri di spiaggia deserta su un mare meraviglioso che porta vento, odori, colori, poesia… ma anche rifiuti, tanta plastica e polistirolo. Sin dal secondo giorno ci è venuto spontaneo uscire con un sacchetto in tasca e raccogliere quello che riusciamo. Di fronte ad un mare che regala atmosfere straordinarie, che permette di caricarsi di energia, che rilassa, aiuta, ispira, ci siamo detti che era proprio il minimo. Pensare che quei pezzi di plastica e polistirolo, miliardi di miliardi di miliardi di miliardi… sono trappole mortali che gli animali marini scambiano per cibo, che entrano nei loro polmoni, che intrappolano i loro corpi, che creano sofferenze e rendono impossibile la vita, è semplicemente agghiacciante. Pensare che, spesso, sono il frutto del troppo che abbiamo e che continuiamo a volere e consumare, pensare che ci vorranno migliaia e milioni di anni prima che si dissolvano e disintegrino, pensare che stanno nel mare e sulle spiagge per una questione di pigrizia, di maleducazione, di ignoranza, di stupidità….Insomma basterebbe solo pensare, pensarci per più di qualche secondo. Pensare che si possono anche raccogliere e, alle volte, riciclare. Pensare che, semplicemente e senza attendere dei fantomatici incaricati, proprio come qualcuno li ha buttati, qualcun altro potrebbe anche raccoglierli.

Impossibile? Inutile? Sono così tanti, troppi?

In questi giorni stiamo raccogliendo, tra rifiuti, plastica e polistirolo, un paio di chili al giorno. Non è difficile, non è un lavoro particolarmente pesante. Basta avere un sacchetto, tirarlo fuori dalla tasca e, ogni tanto, spesso, quando vedi un tappo, una bottiglietta di plastica, una ciabatta, un accendino, un giocattolo rotto, un tubetto vuoto, un groviglio di lacci, un contenitore di polistirolo, un qualsiasi frammento di plastica, semplicemente lo metti nel sacchetto. Dopo una mezz’oretta il tuo sacchetto è pieno, hai fatto il pieno, un bel chilo chilo e mezzo di rifiuti, e lo porti al bidone più vicino. Un sacchetto da un chilo non pesa, non infastidisce, non rovina la passeggiata. A dire il vero, un sacchetto di questo tipo, diventa un’ottima scusa per una camminata al mare, diventa un motivo in più per fare conoscenza, per attivarsi su tematiche importanti che ti stanno a cuore. Verrebbe quasi da dire che un sacchetto di questo tipo giova allegramente alla salute. Alla tua e a quella di tanti altri. Un modo come un altro per cambiare il mondo, per cambiare quelle dinamiche a prima vista irreversibili.

Non ci credi? Proviamo a fare due conti. Noi da circa un mese raccogliamo circa tre chili e mezzo di plastica e polistirolo al giorno. Questo significa che in un mese abbiamo raccolto circa un quintale di rifiuti, che in un anno potremmo raccoglierne più di dieci. Già, dodici quintali circa in due. Proviamo a immaginare se fossimo in cento, in mille, un milione di persone in giro per il mondo che estraggono il loro sacchetto dalla tasca per raccogliere plastica e polistirolo. Le spiagge affollate di Rimini e Riccione, quelle della Sicilia come quelle della Calabria disseminate da individui che, sul più bello, estraggono il loro sacchetto da riempire con plastica e polistirolo. Le cifre cambierebbero drasticamente. E non solo. Una tale situazione avrebbe un effetto dirompente sui consumi, sulla produzione, sull’attenzione nei confronti di questi materiali. Perché, in effetti, se tutti i giorni tiri fuori il tuo sacchetto, qualcosa intorno a te cambia, la gente che incroci cambia. Noi, per esempio, siamo stati intervistati da una radio su una spiaggia marchigiana, abbiamo conosciuto tane persone che restavano a guardarci e, alla fine, si avvicinavano chiedendoci che diavolo stessimo facendo. E poi siamo diventati amici. A volte anche amici di raccolta. Davvero, è bello raccogliere plastica e polistirolo, è un’attività socializzante, un circolo virtuoso che ti fa star bene, una sorta di sport appassionante, una vera e propria attività sociale e anche un po’ politica! Oltre a raccogliere funghi, erbe, oltre a scattare foto, oltre a correre, fare surf o andare in bicicletta, si potrebbe semplicemente raccogliere plastica e polistirolo. Un’attività rilassante che crea buon umore, che realizza.
Provare per credere!

IL FASCINO DELLA DIVISA ANIMALISTA

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La divisa, si sa, ha un preciso significato, serve a distinguere, a creare appartenenza, ad identificarsi sempre di più e sempre meglio con un esercito, una fazione, una squadra, un’azienda.
La divisa crea separazione. La divisa ti dà potere, ti assegna un ruolo ben preciso. Con la divisa ti puoi distinguere dal nemico, dal resto del mondo, da tutti quelli che una divisa non ce l’hanno. Oppure, più semplicemente, da tutti quelli che hanno una divisa diversa dalla tua. La divisa fa gruppo, dà sicurezza, ma, inevitabilmente, impone obbedienza, allineamento, gerarchia.

In genere, i movimenti di liberazione, hanno sempre rifiutato queste caratteristiche tipiche della divisa. In genere, i movimenti di liberazione, esprimono le loro istanze in maniera aperta, orizzontale, partecipata. In altre parole, si tende ad abbattarere barriere, muri, differenze perchè il movimento, appunto, è come un’onda che ha senso quando coinvolge sempre più persone che rifiutano il dualismo amico/nemico tipico della guerra, delle divise.

Da qualche tempo stiamo assistendo, anche nel mondo dell’associazionismo animalista, ad una “tendenza alla divisa” che non è certamente di buon auspicio per chi sente in maniera profonda le caratteristiche essenziali del concetto di Movimento e di Liberazione.

L’effetto di decine e decine di individui che indossano la stessa maglietta, che si muovono in una piazza o all’interno di un festival, che si schierano, che seguono le stesse direttive, le stesse strategie, che distribuiscono lo stesso materiale, che esprimono gli stessi concetti con le stesse parole comincia a risaltare sempre di più.

E’ come se le diverse divise andassero a formare dei piccoli eserciti con tanti soldatini che, puntualmente, prendono ordini dai loro superiori. Piccoli eserciti che possono scontrarsi oppure allearsi contro un nemico comune.

E tutto questo, anche se a livello estetico può far pensare ad una migliore organizzazione, ad un’efficiente capacità strategica, ad un utile impatto mediatico, sta, in realtà, portando con sé un’attitudine mentale sempre più omologata, appiattita, uniformata. Si ha come l’impressione che la Liberazione Animale avverrà assecondando le campagne, gli slogan e le azioni già predisposte, già organizzate e programmate.

Al contrario, la ricchezza del Movimento è determinata dall’apporto attivo e creativo di ogni singolo individuo che non è un mero obbediente, ma partecipa con le sue caratteristiche, le sue obiezioni, le sue interpretazioni, le sue variazioni sul tema. Un Movimento è pieno di eresie, è un arcipelago di differenti interpretazioni che si muovono spontaneamente, senza alcun ordine, senza alcuna gerarchia, senza divise.

La divisa, lo dice la parola stessa, serve a dividere. Il movimento di Liberazione Animale, al contrario, oggi, dovrebbe avere la maturità ed il coraggio di superare le identificazioni di razza, di sesso, di specie, dovrebbe creare immaginari senza confini, senza stati, senza gerarchie per ritrovarsi in quei corpi che siamo e con i quali tutt* abitiamo questo pianeta. In altre parole ci vorrebbe il coraggio di abbbandonare finalmente la divisa, quei segni distintivi che ci qualificano come umani, eroi, superiori, salvatori, liberatori… per scendere davvero da ogni piedistallo.

DALLE ALPI ALLE PIRAMIDI

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Tempo fa ci è arrivato l’invito ad un evento anarchico, un festeggiamento con tanto di pranzo comune. Menù decisamente onnivoro, con l’introduzione di una variante vegetariana.

Successivamente ci arriva un altro invito. Questa volta da parte di una realtà legata alla “società civile” (che non disdegna legami con il mondo cattolico) un pranzo aperto per l’integrazione. Un cus-cus con agnello da condividere tutt* insieme offerto da un progetto della Provincia. Zoommando a 150 sulla locandina si riesce anche a distinguere la riga fatidica, quella che cercavamo. E’ scritta davvero in piccolo, molto in piccolo: Previsto menù vegetariano o per celiaci (solo su prenotazione).

Senza entrare nel merito delle singole iniziative, veniamo colti da un indefinibile sconforto.
Anche se parrebbe una sorta di vittoria, anche se dalle Alpi alle piramidi, è sempre più difficile non tenere conto che ci sono sempre più persone che non accettano di considerare cibo gli animali, anche se la presenza di queste persone è oramai un dato di fatto da cui non si può prescindere, resta una sorta di amaro in bocca.

Ma sì, tanti anni di attivismo, di lotta, di parole e azioni per veder riconosciuto il diritto ad una dieta alimentare, per vederlo scritto di fianco alle necessità di chi, per motivi di salute, non può mangiare determinati alimenti, lascia perplessi, lascia addosso quello sconforto sottile che avvicina inesorabilmente al pessimismo.

In fondo, per sconfiggere un’idea, non è necessario zittire e censurare chi ne parla, chi si attiva per attuarla. Il metodo è un altro. Basta riconoscerla, inglobarla all’interno del pensiero dominante, ribaltarne radicalmente il significato e farla propria. E’ così che si evita ogni possibile confronto. E’ così, dando un apparente riconoscimento, che si può tornare sulla retta via di una finta tolleranza dolcemente democratica. Basta prendere quest’idea e servirla su piatti di plastica come una delle tante originali scelte alimentari.

Ma poi, parlando, leggendo e confrontandoci, incontriamo, anche, sempre più persone che sottolineano, come mai prima, le potenti connessioni tra Liberazione Umana e Liberazione Animale, l’inevitabile coinvolgimento politico che questa connessione rappresenta. E allora quel sottile sconforto lascia spazio alla speranza. E allora sì, forse, quell’idea non è stata completamente risucchiata, ribaltata, addomesticata. Ma è come se occorresse, ogni volta, ogni anno, ogni giorno, ogni minuto, ricominciare da capo, ricominciare da zero. Puoi solo continuare a lottare, senza mai smettere, senza mai dichiarati sconfitt*.

IL NO DI HERMAN

hermanLa notizia risale alla fine del 2010, ha fatto il giro del mondo ed è stata ripresa sia dalla stampa estera che da quella italiana.
L’asino Herman, addestrato, trasportato al fronte e trasformato in “soldato” durante la guerra in Afghanistan, era considerato una sorta di eroe dal contingente tedesco di stanza a Shar Darah nella provincia di Kunduz.

Gli asini, da tempo immemorabile, vengono usati in guerra per trasportare feriti, viveri, armi, munizioni. Vengono mandati nelle zone più pericolose, dovunque ci sia bisogno. Sono animali forti che non si lamentano. Anche nelle situazioni più estreme sono gli ultimi a morire. Proprio per questo in molti li considerano dei veri e propri soldati modello. Ma Herman no. Herman, ad un certo punto, disobbedisce, si ferma, si rifiuta di trasportare qualsiasi cosa. Anche di fronte ai soliti e secchi ordini militareschi lanciati dai soldati tedeschi, Herman non muove un passo, smette di scavalcare i pericolosi fossati d’acqua della zona, un vero e proprio rifiuto che si protrae nel tempo. Non una semplice giornata storta, ma un rifiuto irrevocabile che lo porta ad essere congedato con il massimo del disonore. Proprio per questa ragione non viene neppure riportato in Germania, ma semplicemente abbandonato e venduto per circa 70 euro in un mercato afghano della zona. Da eroe decade in breve ad attrezzo ormai inutile e difettoso di cui disfarsi al più presto, nel più completo disinteresse, senza un minimo di preoccupazione per la sua sorte, per la fine che lo attende.

Quella di Herman è una muta diserzione. Una forma chiara ed evidente di resistenza, rifiuto, disobbedienza, ribellione. E come tutte le altre deve essere ammantata di disonore e vergogna, deve essere annichilita e ridotta a codardia e squallore. In fondo anche i disertori umani sono sempre stati ridotti a fannulloni e vigliacchi, persone ignobili il cui comportamento non può avere altro significato.
E quali sono le ragioni della diserzione di Herman se non la fatica, lo sfinimento, la disperazione, l’essere costretto a trasportare carichi pesanti di armi e munizioni attraverso le strade orribili della guerra, il non poterne più di una situazione inutile, violenta, assordante nella sua follia, nel suo essere al di fuori da qualsiasi possibile interpretazione della libertà? E non sono forse le stesse ragioni che hanno spinto e continuano a spingere i disertori umani di tutti i tempi e di tutte le latitudini?

C’è una forza atavica che ad un certo punto esplode, e ci fa dire basta. E’ per questo che è indispensabile la minaccia di fucilazione, l’invenzione del disonore, l’addestramento o la doma effettuati con dolorose costrizioni fisiche e violente tecniche di manipolazione mentale.
Ma a volte non bastano neppure quelle.

La diserzione è sempre punita con spietata durezza perchè altrimenti scatenerebbe una ovvia e naturale reazione a catena, finirebbe per smascherare quanto l’obbedienza alla gerarchia sia il motore che consente l’esercizio del dominio. Ma queste sono considerazioni razionali e filosofiche.
La diserzione non ne ha certo bisogno. La diserzione è un gesto spontaneo, immediato, spesso privo di calcolo. Si tratta di un NO così profondo, radicale e radicato che prescinde da ogni ragionamento, che smette di confrontarsi con le possibili conseguenze.
Ed è proprio questo il NO che caratterizza l’essenza della Resistenza Animale.
Un NO che, soprattutto di questi tempi, ha molto da insegnare anche a noi umani.

ANCORA SUL PORCO FELICE E ALTRE INFELICI ESPRESSIONI

porc_05751400E’ che viene proprio da chiedersi come facciano ad insistere così tanto.
Tutte le volte che incontriamo espressioni come “mucche felici e maiali felici” che stanno, ancora, ad indicare degli individui che dovrebbero essere felici di farsi ingrassare e ammazzare e sfruttare, qualcosa ci si muove dentro. E’ come un senso di fastidio, come un peso che grava infelice sul buon senso, su quel barlume di dignità e bellezza che la lingua italiana ci offre con le sue mille sfumature e opportunità.

E non è soltanto il fastidio della truffa. E non è soltanto perchè non è vero che quei maiali, quelle mucche, quei vitelli urlanti sottratti alle madri potranno mai esser davvero felici. E non è soltanto perchè si riconosce in queste espressioni un sottile e tagliente senso di ridicolo che svilisce e mortifica la vera ricerca di libertà e felicità di ogni animale.  Questi “piccoli” particolari, in fondo, sonno già stati trattati e analizzati nelle loro mille sfaccettature e sfumature che descrivono il paesaggio specista, il deserto vorace che mercifica i corpi, che ottunde la compassione, che minaccia la semplice razionalità, che ridicolizza anche la più vaga idea di giustizia, ma anche di spiritualità.

Quello che continua a spaventare e ad allibire, invece, è la mortificazione indecente della parola felicità. Come è possibile usarla in questo contesto? Come è possibile condurla al macello con tanto cinismo e disinvoltura? Che idea di felicità possono avere le persone che usano queste espressioni? Dove stanno conducendo il nostro immaginario che aspira, ricerca, pretende la felicità?

Ma se pensare agli animali e alla loro liberazione è impresa così ardua, forse, di fronte a queste infelici espressioni, si potrebbe provare a pensare alla felicità stessa, all’uso spietato che ne viene fatto, a come è stata piegata per motivi di marketing, per consentire l’arrembaggio alla sensibilità e alla compassione che si sta risvegliando. Una felicità ridotta a ritornello pubblicitario, una felicità fasulla e consapevole di ingannare, che svende se stessa su un piatto di morte.

In fondo, però, è pericoloso, perché guardando negli occhi questa finta felicità fantasma, smetteremmo di meravigliarci di fronte alla sua tangibile assenza, rischieremmo di scoprire che l’oppressione che infliggiamo a tutti gli animali è la stessa oppressione inflitta a noi stessi.

MA AGLI ANIMALI NON INTERESSA LA POLITICA!
(frase popolare)

gatto all'indietroQuesta affermazione è abbastanza diffusa, ma forse vale la pena di aggiungere qualche riga. Non tanto per complicarci la vita, quanto, più che altro, per cercare di focalizzare un po’ meglio il concetto di Liberazione Animale, il senso che vogliamo dare a queste due parole. Già, perché si tratta proprio di questo: cercare di dare un senso a queste due parole.
Vogliamo un mondo in cui nessun animale venga deportato, rinchiuso, sfruttato, mutilato, ucciso? Vogliamo un mondo senza gabbie, un mondo di libertà per gli animali?

Si tratta di un obbiettivo particolarmente ambizioso. E’ facile comprendere che per ottenerlo occorre un cambiamento radicale della nostra società. Dovremmo arrivare all’abolizione della carne, all’equiparazione dell’allevamento alla schiavitù, dovremmo arrivare ad abbandonare collettivamente il concetto di dominio sugli animali che oggi è accettato e praticato come normale e legittimo.

Fare politica, nel senso più ampio del termine, significa occuparsi di come viene gestita la società di cui facciamo parte. Risulta evidente che, per ottenere dei cambiamenti (ancor più per ottenere dei cambiamenti radicali) della società di cui facciamo parte, dovremo mettere in atto delle azioni politiche.

Certo, potremmo limitarci a dare il buon esempio nella speranza che, prima o poi, le cose cambino da sole. Potremo anche dire: “io sono vegan e gli altri facciano quello che vogliono…”.
Se invece riteniamo che sia opportuno, utile, sensato e importante impegnarci affinché la Liberazione Animale possa essere realizzata nella società di cui facciamo parte, dovremo occuparci anche di quello che fanno gli altri, dovremo prendere delle posizioni chiare, e questo significa già fare politica. E non tanto per farci i fatti loro, né perchè pretendiamo che tutti debbano essere come noi, quanto, piuttosto, perché l’oppressione animale, anche a casa degli altri, ci coinvolge direttamente, coinvolge delle vittime (gli animali), è una pratica collettiva ingiusta che non possiamo limitarci a non condividere, ma che dobbiamo anche cambiare in quanto elementi attivi di una società umana.

Oppure potremmo limitarci a sostenere: “io salvo gli animali che riesco a salvare e della politica non ne voglio sapere…”
Appare evidente che i singoli non potranno mai salvare tutti gli animali, non potranno mai evitare i settanta miliardi di animali trucidati ogni anno. E’ solo attraverso dei cambiamenti strutturali della nostra società che ci riusciremo. E i cambiamenti strutturali, come abbiamo visto, si ottengono con azioni collettive e condivise, con strategie comuni che, di certo, non devono per forza coincidere con la formazione di partiti.

O ancora potremmo affermare: “mi interessano solo gli animali, e la specie umana speriamo che si estingua..”
Naturalmente una posizione politica non può riguardare una singola categoria di individui. Non possiamo proporre di cessare lo sfruttamento solo per gli uomini bianchi. Avrebbe ben poco senso e coerenza. E neppure, quindi, solo per gli animali non umani. Ed è questo il motivo fondamentale per cui il concetto di Liberazione Animale riguarda, ovviamente, tutti gli animali, umani compresi. Proporre una discriminazione così macroscopica (gli umani, tutti, sono inferiori, troppo spietati e non meritano di stare al mondo) significa allontanarsi nuovamente dai concetti che sostengono la fine di ogni sfruttamento. Gli umani sono una specie come le altre.

La libertà, la liberazione, l’apertura, la solidarietà, la lotta contro ogni forma di discriminazione umana e animale sono le basi indispensabili. Senza queste basi si arriva ad una visione limitata e parziale della Liberazione Animale, una visione che non riesce a prendere davvero le distanze da tutte le azioni che comportano dominio e sopraffazione. E senza prendere queste distanze, fatalmente, si torna inevitabilmente, all’oppressione animale.

Occorre anche abbandonare l’idea della “guerra santa”, abbandonare l’idea del nemico da colpire e distruggere, sostituendola con l’impegno per il cambiamento. Questo comporta il sentirsi parte di una società umana e cercare di cambiarla con il proprio apporto, con azioni collettive. Queste azioni, inoltre, dovrebbero, per avere efficacia e senso, mantenere una linea coerente con i valori dell’obbiettivo: la Liberazione Animale. Dovrebbero muoversi sempre e solo in favore della libertà, del rispetto, dell’apertura e della solidarietà, anche in campo umano. Perché, pur salvando animali, se si sostiene il razzismo, la violenza, la discriminazione, il dominio, si ritarderà comunque la realizzazione di una società in cui tutti gli animali potranno vivere liberi. Pur salvandone alcuni, se ne condanneranno molti altri. E questo, naturalmente, vale anche per chi discrimina l’intera specie umana sostenendo la sua malvagità innata, negando ogni possibilità di cambiamento e di liberazione.

E siamo così sicuri, poi, che gli animali non compiano gesti politici?
E’ sempre più evidente che gli animali ci lanciano precise richieste di libertà, è sempre più evidente, soprattutto agli occhi di chi li osserva con un diverso approccio, che si ribellino e che resistano all’oppressione e alla schiavitù cercando di scappare anche in modi rocamboleschi ed elaborati, mordendo, graffiando, scalciando, incornando i padroni, tentando di rallentare i ritmi imposti, a volte anche lasciandosi morire. La resistenza animale, per quanto disperato, per quanto quasi inevitabilmente destinato al fallimento, è un gesto politico con il quale un animale cerca di ottenere un cambiamento, cerca di far cessare un’ingiustizia. Si tratta di un gesto politico differente rispetto a quelli che possiamo compiere noi, ma probabilmente molto simile se ci trovassimo in un ambiente così ostile, con dei corpi selezionati, costretti, mutilati e mortificati.

E allora, il gesto politico più forte, per la Liberazione Animale, è proprio quello di riconoscere questa resistenza, quello di divulgarla, sostenerla, appoggiarla e farla propria. Ma non per dar sfogo alla propria frustrazione, non per gioire dell’ennesimo “sfruttatore caduto o ferito”, quanto, piuttosto per cominciare ad individuare un percorso di liberazione che sia finalmente CON gli animali e non solo PER loro, e nemmeno solo per noi.

IL PESCATORE CHE NON RIUSCIVA PIU’ A PESCARE

il pescatore che non riusciva a pescare

Il pescatore non riusciva a dimenticare.
Soprattutto, il pescatore non riusciva più a pescare.
Eppure era successo tutto così velocemente da fargli pensare che anche quell’episodio si sarebbe dissolto nel mare dei ricordi alla velocità della luce. Certo, era stato traumatizzante, violento, angosciante. E poi era stato terribilmente faticoso, così faticoso da lasciargli addosso dolori che avevano continuato per giorni a ricordargli l’accaduto. Ma si era detto che la vita doveva continuare! Già la vita continua sempre…e lui cosa poteva farci. Doveva dimenticare e continuare, soprattutto dimenticare. Eppure non ci riusciva. In fondo si era trattato di un naufragio. In mare succedono queste cose. Di questi tempi, poi, succedono in continuazione, e questa volta era toccato a lui e ai suoi tre amici dell’equipaggio. Avevano visto il barcone in lontananza e avevano capito al volo. Passavano il tempo a sperare che non accadesse, ma sperare non basta.

Quando aveva visto quella gente che annegava, che gridava, che chiedeva aiuto, che si aggrappava ad una speranza proprio mentre questa cominciava ad affondare, il suo corpo si era inondato di adrenalina. Doveva agire, agire e basta. Non c’era stato il tempo per ragionare freddamente, per pianificare un salvataggio. Si erano lanciati verso quel relitto subito dopo aver dato l’allarme alla radio e, da quel momento in poi, riusciva a ricordare solo particolari che gli ritornavano alla mente in continuazione. Vedeva occhi spalancati che raccontavano storie lunghissime, occhi che si lanciavano su di lui ancorandolo senza lasciargli alcuna possibilità. Il suo destino, inspiegabilmente, sembrava legato al loro destino. In quel momento salvare loro era come salvare se stesso, per qualche strana ragione era caduto un muro, aveva varcato una soglia. E così si era trovato a lanciare cime, a issare corpi, a tendere mani. Voleva salvare tutti, tutti, tutti, e sapeva che non era possibile, e sentiva l’insopportabile peso di quel suo corpo che non glielo permetteva. Ma allo stesso tempo non poteva accettare quel peso, si sentiva inondato da un mare di energia che non poteva trattenere.

Era normale continuare a ricordare. Glielo avevano detto in tanti. Dopo un trauma del genere è chiaro che continui a ricordare gli episodi che ti hanno traumatizzato.
Il problema, però, era un altro.
Quegli episodi gli tornavano in mente sempre vividi proprio mentre pescava. Quei ricordi gli impedivano di pescare. Quei pesci erano diventati occhi che lo trattenevano, che legavano indissolubilmente il loro destino al suo. Anche quegli occhi, inspiegabilmente, raccontavano storie lunghissime. Ogni volta che issava una rete rivedeva quegli occhi, riviveva l’esperienza del barcone. E allora non poteva fare altro che liberare i pesci.

Tutto era iniziato così, dall’esperienza di un pescatore che non riusciva più a pescare, che aveva messo in discussione il senso del suo stare in mare, che aveva assecondato, però, il suo desiderio di restarci nel mare, che non aveva abbandonato la sua barca per tornarsene sulla terraferma. Non aveva voluto. Il suo posto era e restava il mare.

All’inizio l’avevano preso per matto. Avevano anche tentato di fermarlo. Gli dicevano che non erano fatti suoi, che doveva pensarci la guardia costiera, la marina militare, il governo, la politica. Gli dicevano che si sarebbe messo nei guai e basta, che non avrebbe risolto nulla. Ma dentro di lui era rimasta quella frenesia, quell’incontenibile pulsione. Voleva salvarli tutti.
Tanto non ci riusciva a far finta di niente, a dimenticare. Tanto non ci riusciva ad issare sulla barca i pesci che avrebbero agonizzato in preda a convulsioni e a soffocamento. Lui ormai voleva salvare, aiutare, favorire, e la pesca era l’esatto opposto. Tirar fuori dal mare i pesci era come abbandonare tra le onde quelle persone che chiedevano aiuto. Era un naufragio al contrario. Anzi, peggio. Era strano come, all’improvviso, avesse cominciato a non vedere più una massa informe da calcolare in base al peso e alla resa. I pesci muoiono in silenzio. Era strano come il silenzio di tutte quelle morti avesse una continuità sempre più evidente con gli annegamenti di tante persone in fondo al mare, dimenticate da tutti. E subito riaffiorava alla mente l’immagine di quelle persone chiuse nella stiva piena d’acqua, erano state costrette, ammassate, rinchiuse. Erano morte in silenzio, cadute nella rete di una criminalità che guadagnava sulla loro disperazione. E allora quando vedeva le reti dei suoi colleghi, le tagliava. A volte si tuffava in acqua per aprire grandi squarci e vedere quella folla di pesci che scappavano liberi sfiorandolo, toccandolo, avvolgendolo. Pesci di ogni colore, forma e dimensione. Tutti diversi, tutti ugualmente alla ricerca di acqua e libertà.

Tanto non ci riusciva ad abbandonare la sua barca e, tanto, era il mare il suo elemento.
E così era diventato una specie di pirata che solcava i mari salvando i naufraghi che arrivavano disperati dall’altra parte del mondo, quel mondo così vicino al suo mondo. Tanto, ormai, quel muro, per lui, era stato abbattuto definitivamente.

All’inizio era solo, ma ben presto spuntarono altre barche. Barche di attivisti, ma anche barche di pescatori che, dopo aver sentito tanto parlare del pescatore che non pescava più, avevano deciso di cambiare. Pescatori che avevano ribaltato drasticamente il senso dello stare in mare.
Sempre più velocemente le barche dei pescatori si trasformavano in barche adatte al salvataggio dei naufraghi. Sempre più velocemente il significato stesso della parola pescare venne dimenticato, o meglio, sostituito da altre parole, parole come salvare, aiutare, accogliere, solidarizzare, condividere…

LOUISE MICHEL E GLI ANIMALI

Louise-MichelNel preparare un incontro sugli sguardi femminili al mondo animale siamo tornati a leggere la bellissima Louise Michel. Già la conoscevamo come anarchica e combattente nella Comune di Parigi (1871), ma anche come femminista, scrittrice, poetessa e, naturalmente, come donna particolarmente attenta e sensibile al mondo animale.

Abbiamo ritrovato nei suoi scritti i semi di un antispecismo davvero illuminante! Louise, nonostante l’epoca in cui visse, non esitò ad affermare senza alcun timore che ogni animale era un individuo che aspirava alla libertà, esattamente come ogni umano. Lei sentiva l’ingiustizia dei soprusi umani e animali, li inquadrava con sorprendente lucidità come il frutto della stessa dinamica oppressiva, della stessa gerarchia, dello stesso dominio. E combatteva contro di essi a costo della vita. Anche sulle barricate, non esitò ad esporsi per salvare un gatto. E quando venne accusata di perdere tempo con gli animali, rispose che questo non le impediva certo di dedicarsi alla battaglia, che era la stessa battaglia.

Louise, sin da piccola, si dedica a salvare, nutrire, aiutare animali: cani, gatti, allodole, pernici, tartarughe, lepri, un lupo, dei cinghiali… Nei suoi scritti possiamo già cogliere il concetto di sorellanza delle lotte, di vicinanza agli ultimi che non è certo pietismo nè protezionismo, ma una dirompente condivisione dal basso, una prepotente consapevolezza che la Liberazione, qualunque liberazione, può attuarsi solo quando tutt* saranno liber*, “senza più classi inferiori, sessi inferiori, specie inferiori” come disse all’amico e compagno Pietro Gori sul finire del 1800.

E si tratterebbe di un concetto semplice da comprendere accettare e far proprio, di un concetto che non richiede intensi studi né particolari approfondimenti. Louise Michel è molto conosciuta e apprezzata in ambito anarchico (e non solo ovviamente), eppure di queste sue decisive e lucide anticipazioni antispeciste si parla poco e male, come se un dannato condizionamento antropocentrico, ancora oggi, anche negli ambienti più evoluti e avanzati, impedisse di vedere, di sentire, di capire.

Leggendo Louise Michel, si tocca e si sente la potente carica di libertà e liberazione che ha animato la sua vita avventurosa, una carica che non passò certo inosservata all’epoca visto che Paul Verlaine e Victor Hugo le dedicarono due poemi.

UNA GABBIA NELLA GABBIA

pappagallo

Hai mai visto un pappagallo dietro la vetrina di un negozio? E una tartaruga? E un coniglio, un pesce…
Gli animali, tutti gli animali, sono spesso dietro la vetrina di un negozio. Quando passi, quasi neppure ti fermi più, è normale, lo sai che gli animali stanno dietro la vetrina di un negozio.

Ma quel magnifico e grande pappagallo verde stonava così tanto dentro quel negozietto buio… Ci ha colpito la profondità del suo sguardo, ci hanno colpito le sue piume brillanti, ci ha colpito la sua innocenza di individuo avvilito e fuori posto, ci ha colpito la consapevolezza di essere di fronte ad una creatura alata che vive più di cento anni nella foresta. Era in vendita come un banale soprammobile. E allora di fronte all’immenso squallore di quell’ingiustizia, di quel trespolo, di quella vetrina, di quella logica, non si poteva fare a meno di considerare che i negozi di animali sono parte dell’essenza che giustifica e conferma ogni giorno l’oppressione animale, la loro riduzione a merce, la loro trasformazione in beni di consumo.

Quando si pensa alla Liberazione Animale si pensa subito all’apertura delle gabbie, di tutte le gabbie che rinchiudono gli animali, tutti gli animali. Ma l’esistenza di questi negozi è come un’immensa gabbia che racchiude tutte le altre. Si tratta di una gabbia mentale che consente di accettare e ritenere normale che un individuo possa essere venduto e comprato. Possiamo anche aprire tutte le gabbie del mondo, ma senza scardinare la logica che rende normale l’esistenza di questi negozi, non raggiungeremo mai una reale Liberazione, e quelle gabbie, puntualmente, verranno richiuse.

La cosa che colpisce maggiormente nel soffermarsi di fronte a queste vetrine, è che sono proprio davanti ai nostri occhi. Non ci sono muri, non c’è bisogno di essere informati o ingannati, anzi, sono lì per attirare la nostra attenzione, per convincerci e sedurci, per invitarci a comprare la merce.

E davanti a quel pappagallo, la cui lunghissima aspettativa di vita sembrava un’ulteriore ingiustizia a prolungare la sua prigionia, non si poteva fare a meno di percepire quanto fossimo tutt* insieme dentro una gabbia, un’unica gabbia costituita proprio da quella normalità, da quella rassegnazione, da quella sottile complicità di quando si accetta ogni gerarchia, di quando si tollera che un individuo venga discriminato, relegato ad un gradino più basso, controllato, dominato, usato; di quando, in fondo, si pensa che così è la vita e che, tanto, noi non la possiamo cambiare.
Ma testardamente, c’è sempre qualcun* che non ci sta!

GUSTO GUASTO

delirio del gusto

Ormai lo sanno tutti che cos’è il cibo spazzatura.
Il cibo spazzatura non piace a nessuno. E’ facile criticarlo: fa male alla salute, è devastante per l’ambiente, sostiene una filosofia di vita fondata sulla velocità, il cattivo gusto, il consumismo becero di prodotti alimentari seriali, quasi quasi fatti in fabbrica.

Ma il cibo spazzatura serve ad ingoiare torte, biscotti, merendine, tramezzini, patatine, farciture, fritture sempre pronte, sempre disponibili e a basso costo. Serve a soddisfare il palato, il gusto, la voglia di ingoiare il più possibile con il minor impegno possibile, con il minor utilizzo del cervello possibile.

E allora per arginare il cibo spazzatura, servono sul piatto un nuovo gusto raffinato, scendono in campo i grandi chef che apparecchiano pietanze raffinate, gusti ricercati, accoppiamenti improbabili ma certamente originali. C’è tutto un fiorire di trasmissioni televisive sulla cucina raffinata, di libri di cucina, di corsi di cucina, di gare di cucina. Gli chef sono ormai personaggi popolari quanto i calciatori e diventano testimonial di martellanti pubblicità di cibo spazzatura, giusto per chiudere il cerchio. I super ricchi, intanto, stanno a guardare e, per distinguersi, pretendono ormai solo carne di alligatore o di animali rari, esotici, in via d’estinzione. Mentre i più “rivoluzionari”, caldeggiano solo cibo genuino, a chilometro zero e, magari, anche clandestino. Che importa, poi, se quel cibo aveva occhi e cuore, se, mentre veniva macellato in casa, potevi sentirne le urla per chilometri.

Ma tutto questo cibo spazzatura, questa cucina raffinata che insegue il gusto, il piacere per il piacere, questo cibo genuino senza etica e senza pietà, sono facce della stessa follia. Siamo talmente saturi e sazi, gonfi e malati per il troppo ingurgitare, che il nutrirci per necessità è solo un antico ricordo, anche un po’ ridicolo. Proprio come il riuscire a sentire e a sapere ciò di cui abbiamo davvero bisogno è una facoltà ormai sepolta dai consigli e dalle direttive propinate da un numero sempre più alto -e in aumento esponenziale- di sedicenti esperti. Proprio come il riuscire a cogliere l’ingiustizia del rinchiudere, sfruttare, ingrassare e uccidere qualcuno solo perché appartiene ad una specie diversa dalla nostra, resta un’ardua impresa intellettuale di quasi impossibile realizzazione.

Ciò che manca in tutto questo cibo, in questa nevrosi collettiva in cui, più o meno, siamo tutti coinvolti, è un briciolo di consapevolezza, è la considerazione del fatto che, forse, dovremmo mangiare per vivere e non viceversa. Forse, allora, bisognerebbe ricominciare tutto da capo.
Magari partendo con un digiuno per disintossicarci definitivamente da questa civiltà dal gusto guasto.

LESSICO RESISTENTE

lupo che saltaLOTTARE, OSARE, SORPRENDERE, RIBELLARSI, FUGGIRE, LIBERARSI, MIIMETIZZARSI, EVADERE.
In molti casi, dopo queste parole, la prima associazione porterà al concetto di Resistenza.
E’ da notare anche come queste parole, che qualificano e caratterizzano e danno concretezza all’atto del resistere, siano attribuibili indifferentemente a persone umane come ad animali. Certamente con diverse interpretazioni e con diverse modalità ci si può mimetizzare, ci si può ribellare e, soprattutto si può lottare. E poi si può evadere da un carcere, come da un circo, ma si può anche evadere dalla città o da una società.

Di fronte ad un concetto così ampio come quello della Resistenza, però, ci si trova spesso spiazzati.
In effetti si può resistere per evitare un cambiamento, oppure si può resistere ad un’ingiustizia pretendendo di superarla proprio attraverso un cambiamento. E’ come se ci fossero due diverse modalità per resistere. Una è statica e l’altra è dinamica. Una è propria di chi vuol mantenere lo stato delle cose impedendo i cambiamenti, l’altra è di chi non vuol cedere rassegnandosi ad una costrizione, ad una limitazione delle proprie e altrui opportunità, libertà, potenzialità. Una è per chi preferisce chiudere, l’altra è per chi vuole aprire.
In effetti parole come LOTTARE, EVADERE, RIBELLARSI, SORPRENDERE possono risultare decisamente intriganti per chi è portato alla resistenza dinamica, mentre risulteranno difficili da digerire per chi preferisce conservare, custodire, mantenere.

Ma non è così semplice.
Anche chi vorrebbe schierarsi dalla parte del cambiamento, dell’evoluzione, dell’espansione resta spesso imprigionato dalla sua stessa incapacità di riconoscere gli individui che stanno resistendo. Così come un tempo non si voleva/sapeva riconoscere negli schiavi fuggiaschi degli individui che resistevano, oggi non si vuole/sa riconoscere negli animali che si ribellano, che evadono, che lottano degli individui resistenti.

In fondo, ancor prima dell’ingiustizia e dell’oppressione troviamo questa mancanza di riconoscimento, quest’incapacità di vedere, questa cieca sottomissione ai condizionamenti imposti. E’ per questo che le atrocità diventano banali, ovvie, accettabili. Tanto gli schiavi sono solo dei quasi-umani, tanto gli immigrati sono ladri o furbi, tanto i trans sono solo malati o pervertiti, tanto gli animali non sono soggetti, ma merci da vendere e comprare o, al limite, da proteggere e controllare.

Oggi resistere, allora, assume nuove connotazioni perché occorre, sempre di più, saper vedere e sentire gli individui resistenti. Sono ovunque e sempre più numerosi. A volte li riconosci da piccoli atti che passano inosservati, altre volte si tratta di gesti eclatanti, di sfide e di provocazioni. Tutti, però, hanno bisogno della nostra solidarietà tanto quanto noi stessi abbiamo bisogno della loro resistenza.

ATTRAVERSARE SENZA MORIRE

ponti per animali

Spesso osservando le opere, le grandi opere umane, non si può fare a meno di notare il loro potente impatto specista. Pensiamo,per esempio, alle autostrade. Tagliano, spezzano, interrompono un ambiente dove milioni di altri individui vivono, corrono, si riposano, passano, si nutrono, bevono. Le autostrade sono studiate per far circolare le automobili: sono dotate di striscie, asfalto drenante, segnali antinebbia, parcheggi, stazioni di rifornimento, gallerie illuminate…

E gli altri animali?
Gli altri animali, spesso, hanno bisogno di passare dall’altra parte. Lo fanno perché devono cercare il cibo e l’acqua, lo fanno perché la strada interrompe proprio il loro territorio, lo fanno perché sono in viaggio, perché stanno scappando o seguendo una pista importante. Lo fanno perché sono liberi e quella strada è una sorta di barriera che non si può aggirare in alcun modo. E, quasi sempre, per loro, attraversare un’autostrada significa essere investiti, essere feriti, morire.

Qualcuno ha cominciato a pensarci e a realizzare dei ponti strutturati appositamente per la fauna selvatica. Partono da terra, con un un manto erboso, e si sollevano gradualmente oltrepassando la strada. Possono essere dotati di alberi, cespugli, stagni per mimetizzare il passaggio; sono larghi tra i dieci e i sessanta metri e sono bellissimi! Vere e proprie opere architettoniche che, almeno un po’, riparano lo scempio delle colate d’asfalto, restituiscono qualcosa al furto di terra e di vita. Sono anche molto frequentate e riescono a salvare migliaia di animali selvatici.
Sono stati realizzati in Germania, Austria, Olanda, Australia, Portogallo… In Kenia sono stati allestiti dei sottopassaggi per l’attraversamento degli elefanti.

Un piccolo esempio di architettura antispecista?
E se ogni opera umana, grande o piccola che sia, dovesse, obbligatoriamente, tenere in considerazione anche l’impatto su tutte le popolazioni non umane?
Davvero pensare a città, case, strade, economie e politiche che tengano conto del fatto che non siamo gli unici ad abitare questo pianeta è un’utopia irrealizzabile?
Forse questi straordinari ponti per animali ci stanno dicendo di no!

LA BANALITA’ DELL’IMMAGINE

CACCIA1

Ogni immagine parla, comunica un messaggio.
Noi guardiamo le immagini e usiamo dei codici per capire il messaggio.
Non importa se le immagini rappresentano una realtà che sembrerebbe chiara e uguale per tutti, perchè il codice potrebbe anche ribaltarne il significato. Il codice è più potente della realtà. Il codice produce realtà.

Guardate questa immagine.
E’ facile decifrarla usando il codice più forte, quello utilizzato dalla gran maggioranza dei fruitori. Grande soddisfazione e gioia. Soddisfazione generata dall’oggetto inerme, agonizzante o morto, dal ridicolizzarlo, dal renderlo trofeo, dal mostrarlo in pubblico. Non c’è il rapporto diretto con una preda. La preda non esiste, c’è solo un oggetto da mostrare. L’oggetto muore e soffre, ma il codice ci dice che l’unico soggetto è quello umano. E’ per questo che si guardano, che sorridono da bravi amiconi. E in quel sorriso non c’è ombra di violenza e di cinismo, solo un vuoto enorme, solo una misera incapacità di vedere, di sentire, di provare. Non c’è più neppure l’ombra di un antico rispetto generato dal rapporto con la preda, quel misurarsi in una lotta per la sopravvivenza. I nostri codici ne sono ben lontani: Noi abbiamo mucche sedute sul sofà e maialini che pubblicizzano parti dei loro stessi corpi. I nostri codici hanno annientato definitivamente la vita di ogni animale trasformandolo in oggetto, in merce, in giocattolo, in cartone animato. E’ questo il vero furto della vita, il dominio, la manipolazione delle esistenze. E’ di questo che ci dovremmo scandalizzare, contro cui dovremmo lottare.

Ma per questa immagine c’è anche un altro codice di lettura.
Fornisce un messaggio completamente diverso, la trasforma radicalmente.
Con questo nuovo codice vediamo l’ingiustizia e l’arroganza, sentiamo pulsare il desiderio di liberazione da una normalità che non si riesce più a sopportare. Con questo nuovo codice la stessa immagine diviene il simbolo del dominio che dobbiamo superare, da cui vorremmo con tutte le forze cercare di scostarci. Il soggetto di questa nuova immagine si sposta. I volti sorridenti che si guardano passano in secondo piano, sono offuscati dal cinghiale che ritorna ad essere un soggetto. E allora i nostri pensieri e le nostre associazioni non sono più quelle previste e volute dal codice principale. La soddisfazione e l’allegria scompaiono. Lasciano spazio alla disperazione, al terrore, alla morte, all’ingiustizia. La normalità della catena del dominio si spezza.

La Liberazione Animale, allora, è un attacco frontale all’ideologia (che si manifesta anche attraverso i codici di lettura delle immagini) che permette di giustificare e accettare la sopraffazione, la prigionia, le mutilazioni, i macelli, gli allevamenti, la caccia, la pesca, i circhi, la vivisezione e tutti gli orrori su cui si fonda la nostra società.

E’ per questo che dobbiamo continuare a guardare queste immagini, a leggerle con nuovi codici, ad estendere e ampliare e amplificare questa diversa lettura del mondo. E’ solo così che possiamo cambiare i codici. Perchè i nemici, in questa immagine, non sono i cacciatori sorridenti, ma il codice di lettura che miliardi di persone utilizzano per leggerla.

L’ORRORE DEL RIDICOLO

gatto

Ricercando informazioni sulla vivisezione per il nostro nuovo romanzo ci siamo imbattuti in un paio di paradossi che, se non fossero sconcertanti per la sofferenza inutile che presuppongono, sarebbero da considerarsi divertenti e demenziali.

Il primo riguarda l’assenza, negli animali, di una vita emotiva.
In altre parole, molti sostengono che la vivisezione non sia paragonabile alla tortura per il semplice fatto che gli animali, avendo uno sviluppo cognitivo diverso dal nostro, non possono percepirla come tale. Quindi il problema morale non dovrebbe neppure essere posto. Secondo questo ragionamento, quindi, quando vengono testati farmaci per curare ansia, depressione, schizofrenia ecc, i ricercatori stanno testando, su animali che non hanno una vita emotiva, dei farmaci che dovrebbero curare i disturbi della nostra vita emotiva.

L’altro paradosso, forse ancora più drammatico nella sua follia, riguarda sempre la psichiatria.
Il DSM è il manuale statistico diagnostico che gli psichiatri devono utilizzare, appunto, per diagnosticare le malattie mentali. All’interno di questo manuale ci sono dei criteri di esclusione. In altre parole, ad esempio, per comprendere se una persona è affetta da una malattia mentale è necessario escludere che abbia assunto sostanze psicoattive. Ed è abbastanza ovvio perchè, in effetti, una persona che ha bevuto una buona quantità di vino a capodanno, non è un malato di mente, anche se si comporta in modo strano. E sapete come si fa per indurre delle presunte malattie mentali negli animali per poi testare i farmaci? Si somministrano sostanze psicoattive. In altre parole il modello creato per testare il farmaco è lo stesso che escluderebbe la malattia che quello stesso farmaco dovrebbe curare.

In effetti, a ben vedere, non fa un grinza. Per sostenere, praticare e far passare come buona, giusta, etica e indispensabile una pratica violenta che incarna il concetto del dominio e della schiavitù, occorre, inevitabilmente, ricorrere a paradossi, a ragionamenti macabri e irrazionali. Solo questi, infatti, possono sostenere l’insostenibile.

EVADERE DALLA CUCINA

donna-in-cucina

In questi ultimi anni siamo sempre alla ricerca di libri sulla questione animale. Ci viene del tutto naturale, quindi, esplorare le biblioteche degli amici e le librerie che incrociamo durante i nostri spostamenti.
Sia nelle case che nelle librerie, anche nei piccoli centri, è difficile non incontrare la parola vegan stampata su copertine colorate in bella mostra sugli scaffali. C’è un fatto però: la gran maggioranza di questi libri, non trattano la questione animale, non approfondiscono il concetto di Liberazione Animale, non spingono la riflessione sulle motivazioni etiche, sociali, politiche, filosofiche di questa meravigliosa scelta che propone un cambiamento della solita, vecchia visione antropocentrica del mondo. La gran maggioranza di questi libri, invece, ha come soggetto le ricette vegan e il benessere fisico che tale dieta alimentare può apportare. Volendo fare una proporzione, per ogni dieci libri di ricette vegan, ne troviamo uno sulle tematiche etiche e antispeciste. Eppure, i libri sulla questione animale esistono e sono il risultato delle riflessioni, delle indagini e degli studi di persone sempre più preparate. Sono libri preziosi, ricchi, libri che permettono di crescere espandendo la propria visione. Libri che esplorano il concetto di Liberazione Animale da molti punti di vista chiarendo dubbi, smascherando i luoghi comuni antropocentrici, contribuendo concretamente alla progettazione di nuove strade possibili. Ma difficilmente, purtroppo, trovano lo spazio che meriterebbero nelle librerie, nelle case e nelle biblioteche.

Sia ben chiaro: non siamo certo contrari ai libri di ricette vegan, a molti possono servire…
Ma a volte, fantasticando, ci immaginiamo un diverso ordine di importanza. Ci immaginiamo che cosa potrebbe accadere con nove libri di approfondimenti sulla Liberazione Animale, di esperienze sull’attivismo, di programmi e progetti collettivi sulla sensibilizzazione, di proposte e strategie per superare l’olocausto animale, per ogni libro di ricette vegan.
Ribaltare la proporzione è solo fantascienza? E se provassimo, almeno, con un pareggio?
L’invito, allora, è semplice e diretto. Viva i libri di ricette vegan! Ma per ciascuno di questi leggiamone, proponiamone, chiediamone, consigliamone almeno un altro di approfondimento sulla questione animale.
Magari anche due!

ANCHE LE PIANTE SOFFRONO!

VASO IN TESTA

Quella delle piante è davvero l’evergreen, l’obiezione fatale al mondo vegan che, inossidabile nella sua superficialità, presto o tardi, in qualsiasi situazione, spunta con il suo acuto stridulo e insinuante. Che importa se stai parlando di antispecismo, di società antropocentriche fondate sul dominio, che importa se stai cercando di testimoniare il concetto di resistenza animale, o se proponi di fare il collegamento tra liberazione umana e liberazione animale? Anzi, più spingi le riflessioni, più cerchi di aprire nuove porte, e più potrai star certo che, all’improvviso, come un vaso di fiori che ti cade in testa, arriverà l’obiezione delle piante!

Eh sì, perchè anche le piante soffrono!
Credevamo si trattasse di una questione superata, e che, oramai, le obiezioni fossero di ben altra portata. Credevamo, forse ingenuamente, che con il complicarsi delle analisi antispeciste, come ovvia conseguenza, si complicassero, si articolassero e si approfondissero anche le relative obiezioni, anche le convinzioni di chi, invece, insiste a sostenere e a desiderare un mondo dove gli animali restino al loro posto: schiavi, merci, carne da macello.
Perchè insiste? Ovvio! Perchè anche le piante soffrono!

Il problema, però, non sta nell’obiezione in se stessa (tutte le obiezioni possono rivelarsi interessanti e fonti di importanti riflessioni), quanto nelle persone che la pongono. Perchè il loro obbiettivo, naturalmente, non è il bene delle piante, non è il tentativo di difenderle o di evitar loro ipotetiche crudeltà e sofferenze, e nemmeno quello di permettere che vivano in pace come meglio credono. L’obbiettivo evidente, invece, è quello di poter continuare a far ammazzare animali senza sentire il peso etico, empatico e, per molti versi, anche politico, che questo fatto comporta.

Se un vegan dice: non mangio prodotti animali perchè questi provocano sofferenza e morte, sceglie di muoversi in una direzione ben precisa, sceglie, per quello che si può e si riesce in una società specista, di limitare al massimo questa sofferenza e questa morte. L’obiezione delle piante, invece, cambia radicalmente il verso di questa direzione.

La constatazione che le persone umane soffrono ha indotto molti a smettere, per quello che è possibile, di provocar loro dolore, di imprigionarli, di schiavizzarli, di ucciderli, anche quando questi fatti si potrebbero rivelare vantaggiosi per le proprie esigenze. La constatazione che anche gli animali soffrono, che hanno una coscienza, dei pensieri, delle speranze, sta inducendo sempre più individui a smettere, per quello che è possibile, di ostacolare la loro vita, la loro libertà. E quando, ad un certo punto, qualcuno ipotizza che anche le piante soffrono, beh, sarebbe evidente, razionale, consequenziale che si preoccupasse di vagliare le sue possibilità di sopravvivenza senza arrecar loro danno. Ad esempio con il fruttarismo…

E invece no! L’obiezione delle piante rade al suolo tutto il percorso, ne inverte la direzione e il significato. Con l’obiezione delle piante non è più necessario cercare di evitare il più possibile le ingiustizie, la prigionia, le discriminazioni, le uccisioni. Non è nemmeno necessario approfondire ed espandere sempre di più il concetto di rispetto e tolleranza dell’altro da sé. La nuova direzione è più facile e immediata: visto che le piante soffrono, allora, è lecito ammazzare anche gli animali.

Ma c’è un particolare: se una regola vale, vale per tutti, non può valere solo per piante e animali. Quindi, se l’obiezione delle piante è valida, potremo, nel pieno possesso delle nostre facoltà mentali, sostenere quanto segue: visto che anche le piante soffrono posso tranquillamente ammazzare gli animali, ok, e visto che anche gli animali soffrono posso tranquillamente ammazzare il mio vicino di casa quando ne sento la necessità e l’impellente bisogno.

ECCO PERCHE’ NON FACCIO REGALI A
NATALE

babbo_natale_renneInsomma, togliamo subito di mezzo le ipocrisie anni ’50 (del secolo scorso) da atmosfera natalizia, i luoghi comuni sul natale che è la festa dei bambini, sul natale che siamo tutti un po’ più buoni, sul natale con i tuoi che si riunisce la famiglia. Togliamo di mezzo tutto questo noioso vecchiume da barba bianca e cerchiamo di ragionare un po’ meglio con la testa e con il cuore.

Il natale è una festa economica dove la corsa al regalo ha preso talmente il sopravvento sul suo significato spirituale da cancellarlo quasi del tutto. Il vuoto (di significato, di consistenza poetica, di spiritualità) che caratterizza il natale è talmente grande che tutti e tutte hanno oramai smesso di chiedersi perché lo festeggiano.
Se davvero osaste chiedervelo, non potreste che rispondervi con un’unica frase: perché lo fanno tutti!
Il natale è diventato un riflesso condizionato.

Il cinismo consumistico di questo natale è arrivato a tal punto da riuscire a mantenere in piedi la teoria della bontà, della fratellanza, della vicinanza ai più sfortunati. Questo vortice di buoni sentimenti che aleggia prepotente e instancabile negli spot natalizi è un altro degli ingredienti basilari dell’atmosfera costruita appositamente per indurre sempre di più e sempre meglio agli acquisti.
Essere buoni è la base, e più si è buoni e più regali si faranno. Regali che testimoniano il nostro status sociale.

La bontà è una merce che vende bene a natale, crea un sottofondo di opulenza, un marcescente strato di ricchezza che tutti, almeno in quei giorni, riescono a respirare. A natale circolano soldi e merci, dolci e spumanti, vacanze e piatti inesorabilmente grassi, televisione e parenti. Un paese del bengodi terribilmente virtuale, drammaticamente domato. Un paese del bengodi costruito in laboratorio per dirigere e tenere al laccio i veri desideri di ogni suddito obbediente.
Chiedete e vi sarà dato!
Quando? Ma a natale naturalmente!

Altro che bontà, altro che pensieri gentili, altro che compassione. Natale è la morte e la sofferenza per milioni di animali che vengono allevati in spazi angusti e macellati per imbandire le tavole di chi, dopo qualche giorno di gozzoviglia, sarà costretto a mettersi a dieta.
È molto interessante notare come tutta questa bontà natalizia sia fondata sulla morte e sulla sofferenza di altri esseri senzienti.
La tavola natalizia è una specie di festival degli orrori dove la sofferenza regna sovrana. E proprio in questo modo si festeggia la nascita di un bambino così povero che non poteva permettersi neppure una casa, che per sopravvivere veniva scaldato dal fiato di due animali.

Forse è venuto il tempo di smettere.
Ma non quello di sostituire il natale con un pallido succedaneo vegano che mantiene inalterata lo spettacolo dell’ingiustizia, della devastazione, del dominio, dello sfruttamento.
Forse è venuto il tempo di acccettare nel profondo che babbo natale è scappato con la barbie! Che non tornerà mai più!
Sempre più persone, infatti, comprendono la cinica essenza di questo inganno infinito, ma faticano a ribellarsi, a smettere di essere complici della loro stessa distruzione. I condizionamenti, in effetti, sono così forti e radicati dall’aver innescato tristissimi riflessi condizionati.
Ma oramai ci siamo!
La facoltà di cambiare e di ribaltare tutto lo spettacolo è una deliziosa caratteristica umana che, da sempre, ci rende accettabile la permanenza su questo pianeta.

Tratto da “Ecco perchè non faccio regali a natale” libello creativo di Troglodita Tribe

QUANDO DICHIARARSI VEGAN NON BASTA

mucca

Questa volta c’è un ingrediente diverso, stonato, una sorta di paradosso che rende lo sfruttamento animale ancor più difficile da mandare giù a cuor leggero.
I fatti: partecipiamo con il nostro materiale antispecista ad un mercatino delle autoproduzioni e viene annunciato pubblicamente che un allevatore “alternativo” (e anche poeta), deve dismettere la stalla. Ci sono tre giovani mucche e due vitelli da sistemare, lui vende tutto, anche a pezzi dice (sic!). Dopo la sensazione di tristezza e scoramento cerchiamo di indagare. Una volta reperito il numero chiamiamo per prendere informazioni, per cercare di capire meglio. Veniamo a scoprire la reale motivazione: la moglie e una figlia dell’allevatore sono diventate vegan, un’altra figlia è diventata vegetariana e i prodotti autoprodotti sulla sofferenza e la morte non servono quasi più. Ci si accende una lucina! Sono diventate vegan! Qualcosa si deve tentare. Riusciamo ad ottenere il numero fisso e chiamiamo nella speranza di parlare con una di loro. Ci riusciamo. Cerchiamo di accendere anche in lei la visione di una diversa opportunità. Fissiamo un appuntamento. Andiamo a trovarli. Ci troviamo nel bel mezzo della tipica riunione di famiglia: figlie, mariti, bambini, parenti…Ci invitano a pranzo (vegan)e accettiamo. L’allevatore, però, è drastico sin dall’inizio, di regalarle non se ne parla neppure. Gli animali hanno un valore. Certo, lo sappiamo, un tot al chilo. Insieme alle figlie e alla moglie andiamo dalle mucchette. Sono animali giovani, bellissimi, delicati, mansueti, svegli, curiosi, attenti. Vogliono vivere! I vitellini, di pochi mesi e più timidi, si spaventano quando allunghiamo erba fresca e si rifugiano tra le adulte. Parliamo dei rifugi, delle persone che sono riuscite a trasformare luoghi di sofferenza e sfruttamento in oasi dove gli animali possono vivere tranquilli per l’intera esistenza. Loro sembrano entusiaste, sarebbe un modo per mantenere una continuità in positivo con il lavoro del padre. Le nuove generazioni che riprendono l’attività di famiglia ribaltandola in senso etico.

A tavola cerchiamo di aggirare l’argomento, parliamo della terra, della frutta, del lavoro, della crisi. Scopriamo che lavorano nel biologico da tanti anni, che sono contro lo sfruttamento del pianeta, contro la crescita infinita, scopriamo che sono persone “genuine e clandestine”. Ma dopo pranzo ci riuniamo per affrontare l’argomento. Diciamo che sarebbe davvero bello chiudere in bellezza questa attività, dopo tanti anni di sfruttamento cedere qualcosa alla vita, alla richiesta della sua stessa famiglia che vorrebbe cambiare. Proponiamo di portare le mucche in un rifugio, di impegnarci per il loro mantenimento con iniziative e raccolte fondi. Ma lui è irremovibile, i soldi gli servono, servono proprio per la famiglia. Anzi ci dice pure che lui è il primo a scrivere poesie, ma che, nella vita, ci vuole un po’ di cinismo e che, al massimo, se raccogliamo i soldi, le mucche le possiamo comprare. Non ha senso. Intorno a noi ci sono tanti conigli in piccole gabbie e tante galline, per non parlare dei vicini, per non parlare dei settanta miliardi di animali massacrati ogni anno. Non vogliamo e non possiamo comprare tutti, è una strada sbagliata, non porta da nessuna parte. Cala il silenzio, la moglie e la figlia non prendono una posizione. La pesante atmosfera patriarcale si apre padrona indiscussa. Insistiamo prefigurando un mondo in cui le cose stanno cambiando. Lui ne ha le prove, lo può vedere nella sua stessa famiglia, nel loro desiderio di valorizzare nuovi aspetti del rapporto con gli animali.
Ci crediamo, ci speriamo, insistiamo per salvarne almeno una. Cerchiamo di mantenere i contatti con le persone vegan di quella famiglia. Proponiamo che chiedano almeno una mucca in regalo, per natale, come eredità, per i nipoti… Ma non c’è proprio nulla da fare. Abbiamo toccato con mano la superficialità e l’inutilità di un veganismo che si esprime unicamente come dieta alimentare e che nulla ha a che fare con il concetto di liberazione animale, con la lotta contro un’ingiustizia, con lo schierarsi apertamente per la libertà.

Ci siamo trovati, per la prima volta in questa situazione un po’ paradossale. Di solito, infatti, le due visioni sono molto chiare: da una parte l’allevatore che vuole uccidere e guadagnare, dall’altra chi vuole salvare e liberare. Qui, invece, oltre a noi, c’erano anche due vegan della famiglia che stavano dall’altra parte, che avrebbero potuto schierarsi, lottare e chiedere con fermezza un cambiamento. Non è successo. Abbiamo toccato con mano la profonda rassegnazione di chi, pur essendo vegan, accetta e di conseguenza sostiene “l’inevitabile” potere specista e patriarcale fondato sul possesso, sul diritto del più forte, sulla mercificazione di chi sta in gabbia.

E così, nonostante la famiglia mezza vegan, nonostante la strana e affascinante coincidenza che ha generato il nostro intervento, nonostante le discussioni, i tentativi, le mail, gli incoraggiamenti, la nostra disponibilità e impegno per mantenere gli animali in un rifugio, in silenzio, il battitore ha assegnato la merce al nuovo proprietario nell’indifferenza generale. Senza degnarci di una risposta, senza aprire neppure un tentativo di dialogo, le mucchine sono state vendute e trasportate in tutta fretta ad un altro allevatore che continuerà la sua e la loro tristissima storia.

UN VOLANTINO DA BUTTARE

scoiattoloChi da tanti anni è alle prese con l’attivismo sulla questione animale ha certamente visto e distribuito i vecchi volantini animalisti, quelli che invocano pietà per i poveri animali, quelli che chiedono di diventare vegetariani, quelli che lanciano discutibili consigli dietetici e salutisti, quelli che puntano sulla bontà, sulla concessione di diritti, quelli che ancora trattano l’argomento in maniera chiaramente specista.
Spiace buttarli. Un po’ perchè sono una sorta di documentazione storica di un movimento, dei suoi sforzi, dei suoi difficili passi verso una consapevolezza che è andata sempre più avvicinandosi ad un concetto di Liberazione Animale molto più esteso, e un po’ perchè, quasi quasi, si sente l’impellente necessità di distribuirli comunque, per fare in modo che non vadano sprecati.
Ma occorre anche ragionare con più attenzione sul loro messaggio che, spesso, può rivelarsi controproducente. Occorre guardare questi vecchi volantini con nuovi occhi. Sono passati tanti anni, e non sono più in grado di mostrare un movimento che riconosce l’antispecismo, la resistenza animale, il deciso rifiuto del ritenerci il centro del mondo. Oggi la situazione è molto più complessa e variegata, e usare quei vecchi volantini sarebbe come proporre le radio a transistor in un contesto di alta tecnologia. Perchè anche i termini, le teorie, i concetti si rinnovano, vengono superati e non hanno più la possibilità di riassumere un pensiero, una strategia, una sensibilità che, negli anni, è andata affinandosi, è cresciuta, si è fatta adulta.

Fortunatamente facciamo eco-editoria creativa e, i vecchi volantini, siamo sempre riusciti a riciclarli e trasformarli. Ecco, forse il miglior modo di usare questi vecchi approcci animalisti è proprio quello del riciclo creativo. Oppure buttiamoli con un gesto deciso e rituale che strappa la monotonia del passato. Oppure allestiamo un centro di documentazione del volantino animalista. Oppure usiamoli per installazioni animal-artistiche. L’importante è comprendere che quei vecchi flyer non volano più, sono troppo pesanti! E non ha senso riproporli oggi perchè adeguarsi ai vecchi messaggi, alle vecchie visioni è un po’ come fermarsi. Mentre il messaggio della liberazione è sempre in movimento, proprio come una corsa leggera verso la libertà.

UNA MUCCA SUL SOFA’

Mucca sofà

Che gli animali vengano usati in pubblicità è cosa nota. Viviamo in una società in cui tutto ciò che si presta a colpire l’immaginario per riuscire a vendere un prodotto viene facilmente utilizzato, finchè serve, finchè rende. Capita anche per i corpi dei bambini, delle donne, degli uomini.
Ma per gli animali è una cosa diversa.
Gli animali si prestano a qualunque manipolazione, derisione, trasformazione.
Gli animali colpiscono il nostro inconscio, ne siamo attratti, ci piacciono, e, anche per questa ragione funzionano molto bene. Pare infatti assodato, anche dai guru pubblicitari più accreditati ,che gli animali siano i migliori veicoli pubblicitari di tutti i tempi.

E allora ciò che colpisce, che rende paradossale, folle e inaccettabile la mucca seduta in salotto, il gatto che passa l’aspirapolvere, la gallina con la cresta punk o l’uccellino con la testa da cane (insieme alle infinite assurdità pubblicitarie), non è solo il loro sfruttamento, il loro snaturamento. Colpisce, invece, come sia facile introdurre concetti demenziali, paradossali, insensati e folli che riguardano gli animali e colpisce, poi, quanto sia difficile mostrare la realtà di quegli stessi animali.
In altre parole cercare di dimostrare che si tratta di individui senzienti che provano paura, gioia, rabbia, speranza, curiosità è considerata da molte persone una tesi inaccettabile, spesso addirittura offensiva. Mostrare la loro sofferenza, osare paragoni con la sofferenza umana è visto come atto di estremismo e di intolleranza, un atto che infastidisce, un atto da censurare.
Quegli stessi animali, invece, mascherati, trasformati, umanizzati, ridicolizzati, improbabili, irreali, a volte mostruosi, possono essere tranquillamente accettati. Diventano dei personaggi da seguire, entrano a far parte del nostro immaginario.

Lo sfruttamento, quindi, è arrivato oltre ogni limite.
Non solo gli animali vengono usati per i loro prodotti, ma si arriva anche ad usarli ribaltando completamente la loro essenza, il loro senso, il loro esserci come individui.
Un tempo bastava mostrare le mucche al pascolo per ingannare su quanto fossero felici, oggi occorre metterle sotto i riflettori e farle sedere sul sofà.

RICOMINCIO DA TRE!

tre anatroccoli

Le definizioni sono importanti, servono a far capire che cosa stai facendo senza dover intavolare discorsi infiniti. Le definizioni accorciano i tempi, non puoi, ogni volta, spiegare perchè vorresti aprire ogni gabbia e ogni confine o perchè hai smesso di mangiare animali. Ci passeresti l’intera esistenza, e non avresti più tempo per andare oltre, per spingere la comunicazione un po’ più avanti. E allora, ad esempio, dici che sei vegan, e hai già detto molto in una sola parola.
Ma le definizioni sono anche “pericolose”: è facile manipolarle e ribaltarle. A volte, poi, senza che ci sia neppure il tempo per capire quello che sta accadendo, il significato originario di quella definizione che ti piaceva tanto è cambiato radicalmente.
E allora, se non vuoi farti fregare dalla tua stessa definizione, devi ricominciare da capo, devi avere il coraggio di criticarla, ridimensionarla, reinventarla.

Oggi, a proposito della questione animale, non è facile definirsi!
La parola animalista è in mano anche a chi, gli animali, se li mangia. E’ superata e irrimediabilmente collegata ad una visione antropocentrica, ad un umano superiore ma sensibile, un buon padrone che dall’alto concede sempre più diritti ai poveri animali.
La parola vegan è stata quasi del tutto trasformata ed associata ad una dieta alimentare e salutare, ad una nuova e promettente fetta di mercato. Poi è arrivata la parola antispecismo, ma è piena di complesse varianti che sfuggono sempre di più. Tanti dicono di “avere l’antispecismo nel sangue”, ma manca il tempo per leggere, per approfondire, per scovare nel profondo tutto lo specismo che ci caratterizza e ci coinvolge.
Forse bisognerebbe ricominciare tutto da capo!
Anzi, come diceva Massimo Troisi, ricominciare da tre! “… cioè, tre cose me so’ riuscite ind’a vita, pecchè aggià perdere pure cheste?! Aggià ricominciare da zero?! Da tre!…”

Le tre cose riuscite?
Abbiamo smesso di usare prodotti animali per non partecipare all’oppressione, alla schiavitù, allo sfruttamento, abbiamo fatto il collegamento tra ingiustizia umana e ingiustizia animale connettendoci ai patrimoni libertari antispecisti, antirazzisti, transgender, abbiamo capito che non basta parlare di diritti perchè occorre lavorare di più sulla libertà, perchè le libertà di tutti e tutte sono intrecciate, connesse, interdipendenti, sono le infinite facce dello stesso luminoso diamante.

E dopo il tre?
Occorre andare avanti. Perchè chi si crede arrivato è stato fregato e intrappolato dalla sua stessa definizione, perchè si è creato un’identità, perchè non ha più il coraggio di disfarsene, perchè non riesce più a partecipare all’indispensabile e continuo processo di rinnovamento, ribellione e invenzione di nuove opportunità.

QUANDO GIOCARE ALLE BAMBOLE
FA MALE

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Ovunque soprattutto sui social network, vediamo cani con cappellini e occhiali, gatti con fiocchetti, calzini, cravatte e anche altri animali umanizzati, trasformati in giocattoli, utilizzati per dar libero sfogo ad un ludico desiderio di possesso. Ci sono, addirittura, delle sfilate (peraltro contestate) organizzate da associazioni che si definiscono animaliste dove cani, gatti, maialini, criceti ecc.. indossano vestiti definiti “fashion”. Senza contare i “travestimenti” di carnevale, natale, halloween…

Anche tralasciando i casi più folli ed estremi, è alquanto evidente quanto questo atteggiamento non faccia bene a loro, che vengono trattati come un surrogato degli umani, che sono costretti a comportamenti, posture, atteggiamenti che poco o nulla hanno a che fare con la loro natura. Ma fanno male anche a noi. Ci allontanano, infatti, sempre di più dal fondamentale rispetto che dobbiamo a tutte le altre specie. Rispetto che è anche riconoscimento della loro unicità, del loro essere esattamente quello che sono: cani, maiali, gatti, conigli, topi, tartarughe, piccioni… Individui che non restano sempre cuccioli da manipolare, individui con una loro dignità, con i loro modi speciali di vivere la vita.

Ognuno ha i proprio modi e i propri ritmi per esprimere l’affetto, per costruire un rapporto di amicizia e di amore. Ma è evidente che le sue basi non possono fondarsi su vestitini, giocattoli, dolcetti e nomignoli. Amare non può significare manipolare, travestire, trasformare, costringere, ammaestrare. Voler bene è desiderare il bene dell’altro. Sarà quindi indispensabile guardare i nostri compagni animali con curiosità e affetto, condividere giochi e parole, dedicare loro tempo e intelligenza per comprenderne le esigenze e i desideri, i problemi e le paure, dar loro opportunità di trovare terra, odori, acqua, fango, spazio, erba, amici… Sempre mantenendo saldo il rispetto e il riconoscimento della loro dignità, della loro bellezza, della loro unicità, nel tentativo di intessere dei rapporti sinceri, fondati davvero sull’abbandono della nostra supposta superiorità.

Ridere è bello, a chi non piace. Ma ridere di qualcuno, travestirlo, trasformarlo, ridicolizzarlo, spesso, significa anche privarlo della sua dignità, significa anche renderlo oggetto del divertimento, significa dimenticare che abbiamo di fronte un individuo, un soggetto. E anche questa è una delle tante dinamiche che rendono possibile, accettabile e scontata l’oppressione animale.

NO! NON SONO IN VENDITA!

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Anche a noi, come a tanti e a tante attivisti, è capitato recentemente di trovarci nella disperata situazione in cui si tenta (con poche, pochissime speranze) di salvare degli animali dal solito, cinico e ignobile destino che tutti danno come scontato e inevitabile: il macello. Anche a noi, come in tanti, tantissimi casi, si è presentata l’arrogante nota proposta, la solita richiesta di soldi. A parte il fatto che si trattava di un cifra troppo alta per le nostre tasche e anche per le nostre capacità di raccolta fondi (stiamo parlando di tre mucche e due vitelli), abbiamo comunque immediatamente scartato l’ipotesi.
E’ lecito, sensato, giusto, utile alla Liberazione Animale, dare soldi a persone che, per una vita, hanno guadagnato denaro sulla sofferenza e la morte di animali? Il nostro denaro non finirà per finanziare altre sofferenze, altra morte, altra ingiustizia?

Certo, salvi quei singoli individui, ma accanto a loro, ce ne sono altri, tantissimi altri. Anche nel nostro caso, vicino a quelle mucche, bastava voltare lo sguardo, bastava giusto qualche passo e potevi vedere altre pecore, altri conigli, altre galline… Possiamo pensare di comprare miliardi di animali, settanta miliardi di animali uccisi ogni anno?

Salvare un animale, liberarlo, aiutarlo una volta libero, allora, più che altro, assume un forte valore simbolico. E’ un gesto potente che “finanzia” una speranza, che descrive l’esistenza di un altra convivenza possibile, che la mostra e la dimostra, che la rende viva agli occhi della dilagante e impotente rassegnazione che ci circonda. Ma se invece di liberare compriamo, forse, quel gesto simbolico si riallinea rassegnato alla mercificazione degli animali, al loro restare prodotti in mano a dominatori che vendono e comprano.
E poi, se proprio vogliamo parlare di soldi, se proprio riusciamo a raccogliere soldi, non sarebbe meglio utilizzarli per nuovi rifugi, oppure per contribuire a mantenere i tantissimi animali salvati che vivono a Ippoasi, a Vita da cani, a Belleverte, a La fattoria delle coccole, a Be Happy (giusto per citarne alcuni) e nei tanti altri rifugi che abbiamo intorno?

No! I “nostri” soldi non li avranno! Occorre percorrere altre strade, purtroppo molto più impervie, valutando caso per caso e lavorando alla costruzione di un nuovo immaginario che si discosti finalmente dalla cinica associazione: animali uguale soldi.

MANGIO SOLO IO!

briciola volpe

Mai sentito parlare di agricoltura totalitaria?
Per comprendere meglio, basta guardarsi intorno: i paesaggi sono quasi totalmente colonizzati, gli alberi abbattuti, la terra arata, recintata, controllata. Tutti gli altri animali, se cercano di prendere il cibo ancora disponibile, quello che cresce su questa terra, la terra dove sono nati, che hanno abitato per milioni di anni, l’unica che hanno a disposizione per sopravvivere, vengono considerati nocivi, nemici da abbattere, a cui sparare a vista, su cui infierire con trappole, veleni, esche. Gli unici animali accettati, accettabili, sono quelli schiavizzati, rinchiusi, domati, quelli che rendono qualcosa. Nei confronti di tutti gli altri, anche di quelli che sono stati immessi per essere cacciati per sport e divertimento, c’è una guerra dichiarata, un vero e proprio sterminio di massa. E anche gli ultimi orsi, gli ultimi lupi, gli ultimi istrici che magari sono protetti perchè in via d’estinzione, quando osano far sentire la loro presenza, vengono abbattuti, catturati e rinchiusi perchè qualunque comportamento selvaggio viene interpretato come minaccioso, dannoso, pericoloso.

Ma non basta. C’è anche un subdolo inganno che pretende di spacciare questo atteggiamento come indispensabile alla sopravvivenza, come regola prima per poter “lavorare la terra”, per potersi mantenere con la terra.
In realtà è stata proprio l’agricoltura totalitaria ad abbandonare l’insieme di regole che determinano la sopravvivenza collettiva e che, molti etologi, oggi definiscono “Etica Animale”.
Il ragionamento dell’agricoltura totalitaria è molto semplice: l’unica cosa che conta è il mio cibo, tutto il resto, tutto quello che non mi serve deve essere raso al suolo, tutti gli animali che si avvicinano al mio cibo devono essere uccisi. L’etica animale, invece, prevede sì la competizione, ma vieta di sterminare i propri concorrenti, vieta di distruggere il loro cibo, non consente di impedire loro l’accesso al cibo e all’acqua, non permette di dichiarargli guerra. L’etica animale è ciò che ha consentito la sopravvivenza della biodiversità per milioni di anni. L’agricoltura totalitaria, e la visione antropocentrica del mondo che l’ha determinata, è ciò che sta distruggendo la vita in ogni sua forma.

Ed è proprio per questo che cambiare dieta alimentare è una soluzione del tutto inadeguata per chi aspira davvero alla Liberazione Animale. Si possono mangiare prodotti vegetali accettando l’agricoltura totalitaria, restando complici e sostenitori di questo dominio incontrollato, di questo sterminio di massa.

Dobbiamo restituire lo spazio rubato agli animali, lo spazio selvatico che consente loro di vivere, di muoversi in libertà, di mangiare, di riprodursi, di esserci. E’ necessaria una restituzione sempre più drastica e radicale che potrà avvenire solo mettendo in discussione i nostri modelli di produzione, il nostro modo di lavorare, di produrre, di consumare, il nostro modo di definirci e di sentirci umani. Un drastico arretramento per salvare loro, ma anche l’unico modo per salvare noi.

COCCO E CATENE

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La piccola scimmia della foto è una delle tantissime che vengono catturate, incatenate, deportate e vendute al mercato delle scimmie per la raccolta del cocco. A Surat, in Tahilandia, esiste anche un campo di prigionia e di addestramento, dove le scimmie vengono “domate” e costrette ad eseguire una serie di esercizi che consentiranno agli umani di usarle. Le scimmie che raccolgono il cocco sono sempre incatenate, anche dopo l’addestramento, anche quando si arrampicano sugli alberi e portano ai padroni il cocco. Vicino a Sumatra esiste un vero e proprio mercato delle scimmie: una femmina costa 25 dollari, mentre un maschio 12 dollari.
Il punto è che le palme da cocco sono alte anche fino a ottanta metri e le scimmie si rivelano un “mezzo” particolarmente comodo ed economico per raccoglierne i frutti.

Cattura, deportazione, vendita, catene, schiavitù a vita.
Tutto questo è accettato, considerato normale, giusto e, in qualche modo, anche pittoresco. E questo accade perchè il contatto e il rapporto con gli animali diversi da noi, per quanto possano essere selvatici, liberi, senzienti, è sempre determinato dal concetto di utilizzo, di soddisfazione dei nostri bisogni, dei nostri interessi, dei nostri capricci.

Questa piccola scimmia potrà anche ferire la sensibilità di alcuni perchè l’associazione al concetto di schiavitù è quantomai evidente, ma lo stesso accade ai nostri cavalli, ai nostri asini, alle nostre mucche, ai nostri cani incatenati, rinchiusi, usati per mille “mestieri” con mille diversi termini che nascondono sempre lo stesso concetto: la schiavitù.
Molte persone percepiscono e vivono l’oppressione animale solo attraverso l’allevamento, solo attraverso lo sfruttamento alimentare. Credono, in altre parole, che essere vegan, che diventare vegan (non importa come non importa perchè), sia l’obbiettivo che ci può catapultare miracolosamente in una società fondata sulla Liberazione Animale.
Questa piccola scimmia ci sta urlando che non è vero, che non è così.

LA MAPPA VEGANA ITALIANA

briciola mappa

Girando per l’Italia e incontrando molte persone vegan durante i più diversi eventi sulla questione animale, ci capita anche di trovare chi racconta di come, proprio grazie alla Mappa Vegana Italiana, è riuscito a trovare ospitalità, è riuscito ad organizzare un incontro, è riuscito ad uscire dal tipico isolamento in cui ci si trova spesso nei piccoli centri, è riuscito a trovare proprio “il vegan” che cercava.

Nel suo primissimo periodo, intorno al 2007, la Mappa Vegana nasceva dall’esigenza di esplorare un territorio sconosciuto che faticava ad uscire allo scoperto. Dove si nascondevano le persone vegan? Dove stavano i produttori, le attrici, i medici, le giornaliste, gli storici, i punk, le ballerine vegan? Volevamo uno strumento che permettesse a tutti e a tutte di vederli e conoscerle, volevamo disegnare la mappa di un nuovo territorio che andava delineando il concetto di Liberazione Animale, volevamo che nessuno più, di fronte alla scelta vegan, si trovasse disorientato e solo. La mappa, infatti, non consentiva unicamente un consolatorio contatto virtuale, la mappa, appunto, disegnava un territorio pieno di punti di riferimento, di contatti, di proposte, di opportunità, di idee. E’ per questo che ci sono sempre piaciute le mappe, perché a volte, è proprio scorrendo una mappa che nasce l’idea del viaggio. E quando la mappa non c’è, i viaggiatori tendono inevitabilmente a disegnarla.

Oggi la situazione è cambiata notevolmente. Oggi i siti che raccolgono indirizzi e contatti per trovare prodotti e servizi vegan sono numerosi, particolareggiati e differenziati.

Ma la Mappa Vegana Italiana è un’altra cosa! E’ riuscita a tenere vivo il suo spirito orizzontale, gratuito, libertario. Non è un elenco di prodotti e servizi, ma una mappa di persone. Di fianco all’idraulico vegan, al meccanico vegan, al filosofo vegan, al taxista vegan e al ricercatore vegan trovi chi vende cibo vegan o magliette vegan, di fianco a chi progetta un ecoveganvillaggio trovi chi cerca attivisti per muoversi nella sua zona. La mappa non è all’interno di un sito patinato che offre un servizio e spera di guadagnare qualcosa. La mappa, come tutte le vere mappe, è lì, aperta, per tutti e per tutte. E’ per questo che a volte è un po’ sgualcita e, magari, ci puoi trovare anche qualche errore. Non è un prodotto commerciale, non ha pubblicità, né è particolarmente utile ai cacciatori di indirizzi. In compenso si espande a macchia d’olio, viene consultata e usata quotidianamente da un gran numero di persone.
Chissà, magari la prossima sarà una Mappa Antispecista Italiana?

L’AMORE E’ CIECO MA….

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Di sicuro, chi identifica la parola vegan con una scelta alimentare o con uno stile di vita, non si porrà certo il problema. Di fronte all’amore, ogni differenza crolla. Anzi, il bello dell’amore, la sua proverbiale cecità, sta proprio nell’unire caratteri, personalità, culture molto, molto diverse. L’amore consente di sintonizzarsi su un’altra dimensione, l’amore ti regala una piccola espansione di coscienza, è per questo che due persone possono innamorarsi contro ogni logica, contro il volere di genitori, figli, parenti, amici, autorità. L’amore si fa beffe dei divieti, sorride ai benpensanti che pretendono l’eterosessualità, lancia torte in faccia ai programmatori di coppie ben assortite, si butta dalla finestra senza mai pensare al paracadute, alla pensione, al matrimonio, alla cintura di sicurezza.

Diventare vegan per motivi etici, sociali, empatici significa, essenzialmente, rifiutare la cultura antropocentrica fondata sul dominio e la schiavitù di tutti gli individui non umani. Provarci almeno. Provarci investendo anima, corpo, cervello, cuore nel tentativo di realizzare la Liberazione Animale, nel tentativo di superare la discriminazione e l’ingiustizia che permettono di considerare le violenze, gli abusi, le mutilazioni, la prigionia, le macellazioni nei confronti di tutti gli animali come normale amministrazione, come dato di fatto, come sacro comandamento che regge la nostra umana vita quotidiana.

Innamorarsi, lasciarsi gioiosamente scivolare in un felice rapporto di coppia fondato sull’amore, significa credere e sostenere ciascuno la vita dell’altro. Significa investire anima, corpo, cervello e cuore nella vita dell’altro. Spesso lo si fa ad occhi chiusi perché, appunto, l’amore è cieco. Sarebbe folle ignorare l’amore perché si mangia diversamente, perché si hanno idee diverse, perché si hanno desideri, gusti, pensieri differenti.

Ma se l’altra persona accetta senza problemi il domino e l’ingiustizia, la schiavitù, la sofferenza e la morte nei confronti degli animali; se le incrementa e le sbandiera come suo diritto inalienabile in quanto umano superiore, possiamo ancora parlare di amore?

Può l’amore, in questo caso, mettere tutto a tacere?
L’amore, a ben pensarci, ha un ruolo importante nel considerare la Liberazione Animale. E non stiamo parlando di quel vago sentimento tante volte sfoggiato di chi dice di “amare gli animali”. Più che altro, ci riferiamo al fatto che anche gli animali hanno la capacità di amare. Gli animali si cercano, si corteggiano con rituali complessi, si scelgono, intrecciano relazioni durature, si proteggono a vicenda e, in molti casi, si accoppiano per l’intera esistenza. La neuroanatomia e la neurochimica confermano che la “macchina dell’amore” degli animali è pressoché identica alla nostra.

E allora, verrebbe da dire, come può l’amore distruggere se stesso? Come può una persona innamorata impedire ad altri di amarsi imprigionandoli, usandoli, sfruttandoli?
Se poi una persona si dovesse innamorare di chi è vegan, di chi già investe anima, corpo, cervello e cuore nella Liberazione Animale, di chi gli spiegherà e gli mostrerà la questione con l’intensità e il trasporto dell’amore, potrà continuare come se nulla fosse? Potremo continuare a ritenerla veramente innamorata senza un suo radicale cambiamento?

ANDARE A CAVALLO

andare a cavallo

Un umano sopra un cavallo, corde, dolore e potere.
Forza, bellezza, grazia e velocità imbrigliate e imprigionate con un morso che viene assicurato alla bocca, che permette di dirigere, di decidere, di imporre.
“L’andare a cavallo” è un simbolo, un’icona, una rappresentazione chiara ed esplicita di una guerra vinta dove il nemico non solo è sconfitto, ma è anche schiavizzato, costretto a sottostare, a sottomettersi, ad assecondare i bisogni, i capricci, i divertimenti del vincitore.

Eppure “l’andare a cavallo” pare un gesto innocente, qualcosa che molti “amanti degli animali” possono permettersi con la massima disinvoltura. Una carezza al cavallo, quel sentirsi affezionati mentre il cavallo è rinchiuso nel box e aspetta il padrone che decide se è venuto il momento di farsi una corsa, di fargli vedere la luce del sole.
Disponibilità totale.

Perché siamo sempre e solo noi a guardare gli animali. Siamo sempre e solo noi che li studiamo, che li giudichiamo cercando di soppesarne l’intelligenza, la coscienza, la capacità di percepire. E siamo sempre e solo noi che decidiamo di graziarli, di conceder loro qualche diritto e, al limite, di liberarli.
Cambiare atteggiamento, allora, significa cominciare a considerare che anche loro ci stanno guardando. Ed è una cosa che non facciamo mai. Quasi nessuno si sente osservato da un cavallo che trotta e trasporta un umano sopra di lui. E se non ti senti osservato, l’altro è come se non esistesse, ne puoi fare ciò che vuoi. Nessuno si vergogna di fronte ad un animale perché il suo sguardo non esiste, perché lui non c’è. Cominciare a sentire il peso di quello sguardo, però, è anche un’esperienza dirompente. Può essere terribilmente dolorosa e caratterizzata da una vergogna infinita quando si coglie lo sguardo di un cavallo legato e costretto, o quello di un maiale sul camion della morte, o quello di una mucca pungolata con scosse elettriche per spingerla verso la macellazione. Ma può essere un’esperienza estremamente felice e unica nella sua intensità quando si ha la fortuna di cogliere lo sguardo fiero e libero di un animale che sfugge alle maglie del dominio.

Sguardi, si tratta solo di sguardi. Poca cosa dirà qualcuno, ma sentire lo sguardo degli animali, sentirsi osservati, restituire loro il nostro essere sempre gli unici soggetti, sarebbe un atto dovuto capace di squarciare davvero questo buio specista fatto di mode, diete e illusioni.

OLIO DI PALMA OLIO DI MORTE

ORANGO

Pietrificato e affamato, l’orango disperato si aggrappa con aria di sfida all’ultimo albero in piedi nella sua foresta prima che venga completamente distrutta e trasformata in una piantagione di palma da olio.
Aan, un altra orango femmina di 15 anni è stata rinvenuta in fin di vita in una piantagione di olio di palma del Borneo. Aveva 37 pallini nel cranio e 67 nel resto del corpo. Ha perso un occhio, l’udito è compromesso, ma è ancora viva. Una fondazione inglese le ha salvati entrambi. Sono stati fortunati, ma tutti gli altri animali?

Anche se non ce ne accorgiamo l’olio di palma sta invadendo i negozi, i supermercati, i prodotti che acquistiamo normalmente, anche i prodotti vegan. L’olio di palma è sinonimo di  morte e sofferenza animale. E’ difficile non incontrarlo. A leggere con attenzione gli ingredienti lo trovi ovunque (anche la scritta oli vegetali, indica quasi sempre la presenza di olio di palma). Ma acquistare e nutrirsi con olio  di palma significa essere complici di sofferenza e morte di un numero incalcolabile di animali.
Tutto l’olio di palma presente sul mercato, infatti, è gestito da multinazionali che acquistano territori in diverse parti del mondo (Indonesia, Malesia Borneo…) e radono al suolo le foreste pluviali per piantare delle monoculture intensive. Gli abitanti delle foreste (umani e animali) vengono cacciati e spesso uccisi.   Addirittura queste multinazionali pagano gli abitanti del luogo per uccidere gli oranghi e gli altri animali che infastidiscono la coltivazione delle palme. Vengono uccisi anche tigri, elefanti insieme a tutte le specie che vivono in quelle foreste. A rischio, poi, ci sono anche diverse tribù come i Dayac e i Penan. E anche i contadini che si ribellano con scioperi e proteste a questi metodi vengono repressi e spesso uccisi.

L’olio di palma è l’ennesimo esempio che ci indica quanto lo specismo sia un fenomeno globale che si muove molto oltre il concetto di veganismo vissuto come dieta alimentare. Il fenomeno dilagante dell’olio di palma ci mostra e ci dimostra che senza una presa di coscienza più allargata, senza una visione dello sfruttamento umano e animale vissuto come ingiustizia, come discriminazione, nessuna Liberazione Animale potrà mai avvenire. L’olio di palma va incontro ad una richiesta di mercato (anche di alimentazione vegan) che chiede prodotti confezionati ed economici. E gli va incontro, ovviamente, a modo suo, ben lontano dalla pietà, dall’empatia, ben lontano dal tanto decantato cruelty-free.

Chi esulta per i prodotti vegan al supermercato è avvisato.

SENTIRE

Lo specismo si è talmente insinuato e arroccato nelle nostre menti da manifestarsi spesso e volentieri anche negli atteggiamenti, nelle frasi e nei pensieri di chi cerca di dedicarsi attivamente alla liberazione animale.
E in fondo è normale che sia così. L’antispecismo è una filosofia recente, in continuo fermento e, soprattutto, entrata in scena e masticata  da pochissimo tempo. Digerirla è tutta un’altra impresa.
Soltanto fino a una ventina d’anni or sono, sostenere la pari dignità della vita umana rispetto a quella animale era un tabù talmente radicato che pochissimi osavano esprimerlo pubblicamente, anche se spesso, quello stesso pensiero, ci toccava, ci incuriosiva, ci intrigava, ci chiamava.
Oggi si fa. Oggi accade. Oggi questo pensiero viene espresso pubblicamente.

Ma ovviamente non basta per sradicare un condizionamento secolare che ci devasta dalla nascita, che ha influenzato gran parte della nostra esistenza. E non è una giustificazione, più che altro, questa consapevolezza serve a smascherare i nostri stessi atteggiamenti specisti che continuano ad affliggerci anche quando non lo vorremmo, anche quando ci sentiamo decisamente orientati ad un radicale cambiamento di rotta.

Alcuni, questi specismi più o meno involontari, li sentono, li vedono subito, li riconoscono in un lampo. È un po’ come per il razzismo strisciante, quello del: “non sono razzista, ma…” quello del: “se non c’è lavoro neppure per noi, figurarsi per loro…”
È un sentire che ti pervade quando incontri i sorrisini trattenuti e platealmente omofobi, quando percepisci l’insinuante e sottile machismo, quando avverti nell’aria la paura del malato di mente che deve essere sedato, controllato, rinchiuso…
È un sentire che tuona tutte le volte che,in campo animalista, vengono espresse le tipiche argomentazioni indirette. Quelle di chi trova utile che si diventi vegan perché fa bene alla salute, perché così inquiniamo meno… Queste stesse persone, però, nel caso di un olocausto umano, nel caso di una strage di donne e uomini, non sosterrebbero mai la medesima posizione. Non direbbero mai che quella strage deve cessare perché la metodologia utilizzata per le uccisioni potrebbe far male alla salute di tutti gli altri, perché il veleno usato per eliminarli tra atroci tormenti finisce nelle falde e inquina l’acqua che beviamo. Sarebbe una chiara mancanza di rispetto nei confronti delle vittime, sarebbe un modo per svilire il vero centro dell’orrore e dell’ingiustizia. Eppure lo specismo permette di fare questa distinzione. Eppure questa chiara forma di discriminazione è attuata quotidianamente anche da chi si attiva per la liberazione animale.

Altro caso evidente di specismo è quello di chi insite a separare la liberazione umana da quella animale ammettendo così, sin dal primo slogan, una netta e inconciliabile separazione tra noi e loro. Dove quel noi e quel loro è proprio la base del concetto di specismo, la dinamica che consente al più forte, al più intelligente, al migliore, al superiore di allontanarsi da tutti gli altri, di costruire, per lui e i suoi simili, una grammatica morale differente, una serie di credenze, di miti e di riti che gli permettano di estraniarsi. E da qui nasce anche il tipico e tristemente diffuso specismo inverso, che vede nella misantropia e nell’estinzione dell’umano (per il solo fatto di appartenere ad una specie piuttosto che ad un’altra) l’unica possibilità di liberazione.
L’animalismo, che con grande fatica sta ancora superando i suoi vecchi atteggiamenti protezionisti e paternalisti, si trova già a dover affrontare con estrema urgenza le sue stesse contraddizioni speciste.
Ce la faremo? Certo! Ma solo se le persone che questi specismi  li vedono, li toccano e soprattutto li sentono, continueranno, con infinita pazienza e decisa fermezza, a smascherarli, a mostrarli, ad indicarli come i responsabili maggiori delle sconfitte e dei rallentamenti. Se, e solo se, tutti e tutte saremo disposti a ribaltare radicalmente i nostri vecchi punti di vista e le nostre vecchie convinzioni riusciremo davvero ad aprire quella porta che l’antispecismo ci indica da tempo.

HALAL

briciola halal

Anche in Italia, anche in noti supermercati, arrivano i prodotti animali halal (leciti?!), ovvero provenienti da animali macellati secondo le leggi islamiche. Come sappiamo si tratta di procedimenti che prevedono l’uccisione dell’animale quando è ancora cosciente. Una crudeltà in più, come se non bastasse una nuova manifestazione dell’imperante specismo che caratterizza tutte le nostre società umane, senza eccezione.
Potevamo forse aspettarci qualcosa di diverso?
Davvero pensavamo che il mercato, la grande distribuzione, stesse trasformandosi in senso etico per il solo fatto che noi vegan siamo aumentati?
Certo, è comodo trovare sugli scaffali del supermercato i prodotti vegan, ma non è affatto una conquista, non è certo il segno che qualcosa sta cambiando. Il numero di animali macellati (in modo industriale, in modo artigianale, in modo rituale) aumenta, e non appena si presenta una nuova richiesta di prodotti crudeli, il mercato risponde prontamente.

E’ più che giusto protestare con decisione rispetto a queste tecniche di macellazione, ma occorre stare bene attenti a non lasciarsi coinvolgere dal becero e strisciante razzismo che caratterizza i nostri moderni tempi occidentali.
Il razzismo ha dinamiche molto simili rispetto allo specismo. Prevede una linea di confine tra l’incivile e la persona degna, tra il nemico e l’amico, tra chi è come me e chi è troppo diverso per poter essere rispettato. Prevede una facile generalizzazione. Un nero mi ha rubato il portafoglio, dunque tutti i neri sono ladri.
Risulta quindi evidente che qualunque forma di razzismo (che si manifesta anche con la vecchia frase tristemente nota “io non sono razzista, però…”) è strettamente connessa con l’oppressione animale, perchè ne accetta la grammatica, perchè ne rafforza le dinamiche, perchè gli permette di prosperare nell’immaginario di tutti e tutte noi.
E un movimento di liberazione che cede al razzismo si sta muovendo proprio nella direzione contraria all’obbiettivo che si propone di raggiungere.

ALLEANZE INSOSTENIBILI

briciola pesca

Abbiamo partecipato per diversi anni ad una fiera della sostenibilità orientata, sin dai suo albori, ai concetti di consumo critico, di etica, di pace e di giustizia. Quest’anno, quella stessa fiera, si trasforma, si trasferisce, sceglie di gemellarsi con una fiera dedicata al brodetto e alle zuppe di pesce. Una scelta insostenibile e incoerente. È noto, infatti, che da anni nei nostri mari i pesci sono stati letteralmente sterminati, e anche gli altri mari non se la passano molto bene. L’invito alla sobrietà, alla responsabilità e all’etica dovrebbe quindi comportare la cessazione del consumo di pesci e non certo la sua pubblicizzazione, soprattutto se effettuata in chiave edonistica.

Ma non è solo questo il punto.
Ci sono grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace e WWf che stanno raccomandando e supportando il concetto di pesca sostenibile. Una pesca con un minor impatto ambientale, una pesca che rispetti il mare. Che sarebbe un po’ come dire: lo sterminio dei pesci, la loro decimazione, la loro probabile imminente scomparsa non basta per indurci a smetterla con la pesca, con questa violenta e inutile ingiustizia, siccome vogliamo continuarla e vogliamo preservare i luoghi dello sterminio e lasciare in vita abbastanza vittime da continuare a sterminare, allora dobbiamo uccidere un po’ più lentamente con metodi un po’ meno invasivi.
Una logica aberrante e decisamente insostenibile.

Da tempo, negli ambienti antispecisti, si afferma l’indispensabile necessità di creare ponti e alleanze tra diversi movimenti (anche estranei al mondo animalista) che abbiano in comune l’idea di liberazione dal dominio. Noi siamo perfettamente d’accordo, ma è anche evidente che queste alleanze non sono così semplici, che non basta il vecchio luogo comune che vede “tanti diversi percorsi che portano allo stesso obbiettivo”, come non basta una bella mangiata tutti insieme. Perché certi segnali, che sono forti e chiari, indicano senza possibilità di dubbio che le direzioni scelte si muovono verso obbiettivi completamente differenti. Perché l’antispecismo è una lotta contro un’ingiustizia, non certo una stile di vita che punta a convivere in armonia con quella stessa ingiustizia.

GABBIE

Spesso l’essere prepotentemente contro un’ingiustizia, nonostante le apparenze,  si rivela utile a tranquillizzare la nostra personale posizione, ad identificarci con i buoni che lottano contro i cattivi. In altre parole, ciò che conta è stare dalla parte giusta, stare dalla parte giusta diventa più importante dello stesso obbiettivo che ci eravamo posti: eliminare l’ingiustizia.

Prendiamo la liberazione animale.

Desiderandola prepotentemente, il primo passo dovrebbe essere quello di comprendere che l’unica liberazione possibile avviene in un mondo di individui liberi. E già! Perché per quante gabbie si possano aprire, se poi abbiamo individui condizionati e alienati, individui che non riescono a concepire il loro stesso sfruttamento, individui che non sperimentano la libertà, che non sono disposti a ribellarsi per ottenerla, è evidente che quelle gabbie continueranno a ricostruirle. Se il loro immaginario è una gabbia, inevitabilmente, continueranno a formare un mondo a loro immagine e somiglianza. E d’altronde, quel bel vecchio simbolo della liberazione animale, quello che in tanti portano sulla maglietta o sul berretto, o addirittura tatuato sul braccio o altrove, parla chiaro. Abbiamo un pugno e una zampa, insieme a rivendicare la libertà di tutti e di tutte, a sottolineare e a gridare che siamo insieme e che, tutti insieme, ci dobbiamo liberare. L’umano con l’aiuto dell’animale, e l’animale con l’aiuto dell’umano. È l’unica possibilità concreta che abbiamo.

La lotta per la liberazione animale, allora, più che a creare un nemico, dovrebbe spingerti a sentire l’oppressione animale nel corpo, nella mente e nel cuore. Ma di sentirla in modo così prepotente e insopportabile dall’arrivare a condividerla pienamente. Dall’arrivare a comprendere, a livello empatico e a livello razionale, che la loro oppressione è anche la tua stessa oppressione. A quel punto non è più possibile lottare “solo per loro”, o perché noi siamo buoni e generosi e dall’alto della nostra disinteressata posizione li vogliamo e li possiamo salvare. Se l’ingiustizia la condividi davvero nel profondo, scopri che la liberazione è una sola: umana e animale. Perché anche noi siamo animali!

CAMPANE, CAMPANELLE E CAMPANACCI

campanaccio

Tempo fa ci è capitato di dormire in un paese dove le campane suonano ogni quindici minuti. Un tocco forte per le ore e un tocco piccolo e acuto per i quarti d’ora. Eravamo piuttosto vicini alla chiesa e la nostra nottata in bianco pareva una sorta di inferno di sobbalzi e nervosismo. Ad un certo punto, però, ci siamo rassegnati lasciandoci andare in pace alle libere associazioni. Ma a cosa servono le campane? Ci è venuto in mente che un tempo erano l’unico modo per segnare il tempo, per tenere sotto controllo, scandire e regolamentare le giornate segnalando gli obblighi: andare alla messa, iniziare il lavoro…. E poi la campanella della scuola che annunciava l’ingresso, la ricreazione, l’uscita. Ti diceva quello che dovevi fare e quando.

Ma inevitabilmente le associazioni ci hanno portato ben presto ai nostri simili animali. Le capre, le pecore, le mucche, spesso gli asini hanno un campanaccio legato al collo. Se lo portano appresso per tutta la vita, suona ad ogni minimo movimento della testa. Suona proprio vicino alle orecchie mentre brucano, mentre si grattano, mentre camminano, mentre corrono, mentre si scuotono per le mosche. Sempre. Altro che il nostro inferno di una notte. Senza contare i cani da caccia. I campanacci segnalano al padrone dove si trova la mucca, sono il primo e più rudimentale radiocollare, una sorta di braccialetto elettronico per la sorveglianza dei detenuti in libertà vigilata.

Una volta, una nostra vicina aveva un gatto in cortile con un campanellino acuto che suonava e tradiva la sua presenza, anche quando si voleva nascondere, anche quando si appostava in agguato. Niente di peggio per un gatto! Una sorta di sottile e perfido maltrattamento. Glielo abbiamo tolto di nascosto ed era un vero piacere sapere che se ne stava nascosto da qualche parte e tu non lo potevi sentire.

Al mattino ci siamo alzati pensando che quando la Liberazione Animale sarà finalmente un fatto acquisito ci sarà una grande festa e, finalmente, campane, campanelli e campanacci smetteranno di suonare.

ASINE PORTA A PORTA

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Diversi comuni italiani, all’insegna del risparmio e delle “buone” pratiche hanno iniziato ad usare le asine per trasportare i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata. Il primo comune è stato Castelbuono in provincia di Palermo (sin dal 2007) , seguito da altri in Toscana, in Liguria e in altre regioni.
Ciò che colpisce di questa pratica non è soltanto l’utilizzo per i propri interessi di altri individui che, ovviamente, hanno i loro di interessi. Se fosse solo questo, in fondo, ci troveremmo nella solita situazione: una specie domina tutte le altre e le utilizza come meglio crede. E visto che le ingrassa, le imprigiona, le uccide per usare la loro carne, il loro latte, le loro uova… non ci sarebbe proprio nulla di strano nell’usare il loro lavoro, nel costringerle a trainare i nostri rifiuti.

La sconcertante beffa, in realtà, è un’altra. Quest’idea, questa trovata “originale e pittoresca” rientra nella definizione di “buone pratiche”.  Ma non solo, fa parte di un progetto intitolato “salvare il mondo”. Gli amministratori che danno vita a questa iniziativa vengono definiti virtuosi perché risparmiano, perché abbattono l’inquinamento, perché tornano alle vecchie pratiche sostenibili. Alle timide proteste di qualche animalista si è subito risposto assicurando che le asine sono trattate molto bene e che non lavorano più di sei ore al giorno. E che volete di più?

Lo specismo, quindi, sposta la sua azione. Dall’allevamento intensivo alla fattoria biologica, dagli animali bastonati e affamati ad una schiavitù meno spietata, ad una prigionia con qualche piccola comodità. Tanto il risultato non cambia e quando l’asina non ce la fa più la fine è la stessa: il macello. E si ottiene un nuovo look. Prima gli sfruttatori erano necessari, ma cattivi e sfacciati. Li vedevi per quello che erano. Oggi rispondono ad nuova clientela più attenta all’etica, all’ambiente e agli animali. Oggi gli sfruttatori sono virtuosi, stanno salvando il mondo. E finchè continueremo a parlare della questione animale con gli argomenti indiretti come il salutismo e l’ecologia, questa nuova ed elegante facciata virtuosa dello specismo continuerà a prosperare.

LASCIAR PARLARE I GATTI

cat-195256_1280Sì, certo, non puoi essere nella testa di un gatto, non puoi sapere quello che pensa, ma quando trascorri dei giorni, per tutto il giorno, con una dozzina di gatti, quando scrivi con un gatto sulle spalle e un gatto sulle ginocchia, quando i gatti ti chiamano, quando una gatta va a sdraiarsi sulla tastiera del pc e ti guarda negli occhi, pur avendo a disposizione un bosco, dei prati, una stanza tutta per i gatti, una casa piena di divani…quando parli ad una gatta e ti fa le fusa, quando un gatto bussa letteralmente alla porta, quando, passando, una gatta dà un colpetto di schiena o una strusciatina di muso proprio e solo al gatto con cui va d’accordo, mentre a quell’altra gli dà una sberla, quando succedono queste e milioni di altre piccole cose così insignificanti e stupide, quando queste cose costellano la tua giornate gattesche, quando li osservi in silenzio, allora sì, continui a non poter essere nella testa di un gatto, continui a non poter sapere quello che potrebbe pensare.

Però è anche vero che, a quel punto, non puoi più non sapere che una dozzina di gatti che vivono insieme, che vivono con te, formano una famiglia, una comunità, un gruppo di affinità, un condominio. Con tutto quello che ne consegue: gli scambi di affetto, i litigi, le amicizie, la cultura che circola attraverso racconti orchestrati su strani livelli di comunicazione. E non è vero che sono livelli a te preclusi da migliaia di anni. Se davvero lo desideri, potresti ascoltare almeno una piccola parte di ciò che hanno da raccontare.

Solo che dovresti fare silenzio.
Dovresti far tacere per qualche secondo, solo per qualche secondo, ventimila anni di civiltà.

Fare silenzio e lasciar parlare i gatti.
A quel punto, almeno per qualche secondo, non importa più chi è gatto e chi è umano.
Ti accorgi che siete solo individui.
Non ci sono né razza né specie.
Solo individui. Meravigliosi individui.

MAMME DI TUTTO IL MONDO (E DI TUTTE LE SPECIE) UNITEVI!

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L’orsa Daniza, al di là del peso, del pelo e delle abitudini solitarie, è pur sempre una mamma che, come tutte, difende i suoi piccoli.   Noi mammiferi, e non solo, siamo fatti così, questa è una delle tante e belle caratteristiche che ci uniscono: difendiamo i piccoli dai pericoli, li proteggiamo usando i mezzi a nostra disposizione.
Una mamma umana non viene considerata pericolosa per il semplice fatto che protegge i suoi piccoli.
E perchè, allora, se lo fa una mamma orsa, tutto ad un tratto occorre abbatterla, oppure catturarla?
Sembra una delle tante dimostrazioni del concetto di specismo. Una delle tante ingiustizie, delle tante sopraffazioni come sempre irrazionali, ignobili, inutili.
Ma nel caso dell’orsa Daniza c’è un ingrediente in più: la maternità.
La maternità è un evento meraviglioso e condiviso che, inevitabilmente, contiene speranza.
Stanno braccando una mamma che difende i suoi piccoli. Stanno piazzando delle trappole per cercare di catturarla.
Forza Daniza! Mentre scriviamo dicono che hai percorso in una notte cinquanta chilometri e sei arrivata in una valle meravigliosa e selvatica. Dicono che prenderti sarà difficile, che non lascerai i tuoi piccoli tanto facilmente, che non rispetterai quelle stupide ordinanze che hanno già deciso il tuo destino.
Sempre più persone parlano, scrivono e cercano di agire per la tua libertà, perché resti viva le speranza.
Perché tutte le mamme del mondo (e di tutte le specie) possano continuare a difendere i loro piccoli.

NON FARLO SCADERE!

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Aiutarsi reciprocamente porta vantaggi a tutti e a tutte creando solidarietà.
Le persone che si aiutano, senza alcun motivo per farlo, entrano in una dimensione differente rispetto alla triste cappa consumista commerciale che ci circonda e ci dirige.
È per questo che a volte sembra strano, ma non c’è nulla di più semplice e naturale.

Prendete ad esempio i farmaci veterinari.
A noi è capitato di curare un gattone libero che girava dalle nostre parti e si stava indebolendo a causa dei vermi. La cura è andata benissimo, ma poi siamo rimasti con questa confezione che, di certo, poteva essere utile per qualche altra situazione simile. E allora perché lasciar scadere farmaci naturali, omeopatici, fitoterapici o anche, se sono indispensabili, allopatici? Possono essere un valido aiuto per chi non riesce a procurarseli (soprattutto in tempi di crisi) o a chi non si tira mai indietro quando incontra un animale in difficoltà. Sono certamente indispensabili a molti rifugi che ospitano anche cavalli, mucche, maiali, conigli, capre… e che, come tutti sappiamo, hanno sempre seri problemi economici.

Ciò che resta dimenticato nei cassetti, spesso, può essere molto importante per il benessere di animali che non conosciamo (servono anche garze, siringhe, disinfettanti…), basta solo il piccolo sforzo di far girare la voce, di contattare un rifugio, un canile, un gattile…
A volte pensiamo che si tratta solo di pochi euro e che non ne valga la pena, ma per chi cura tanti animali possono essere molto preziosi.
E se lo facciamo in tanti, e se ci fosse la disponibilità di un luogo dove raccogliere, chiedere, conservare e smistare tutti questi medicinali…

LA MEDAGLIETTA! LA MEDAGLIETTA!

Yves Madec

Come si dice quando un cane si perde? Che bisogna riportarlo al suo proprietario!

Già, il proprietario, il padrone.

E per quanto si cerchi di destrutturare quelle odiose parole che rinforzano ogni giorno di più, da tempo immemorabile, la triste, violenta e distruttiva dittatura specista, là fuori, per ogni cane ci deve essere un proprietario, quando va bene.

Quando un cane si perde esce da quella dimensione di amicizia, complicità e affetto che abbiamo costruito intorno a lui. Quando un cane si perde, perde molto, quasi tutto. Quando un cane si perde (in queste città, in questi luoghi specisti e ostili), per lui è un disastro irreparabile. Va incontro a fame e sete, solitudine, percosse, incidenti, traumi, temporali e rumori assordanti, canile, perdita di tutti i punti di riferimento…

Certo, quella dimensione, col tempo, può essere ricostruita, recuperata con una nuova adozione, ma come sappiamo tutti molto bene non è facile e, in percentuale, è piuttosto raro.
E allora occorre fare di tutto perchè un cane non si perda.

Chi perde un cane, entro tre giorni deve farne denuncia ai vigili o ai carabinieri, se non lo fa prende una multa per abbandono.

Il microchip, obbligatorio, non può e non deve essere vissuto come il sostituto della medaglietta. Infatti, chi trova un cane, per legge, se non riesce subito a mettersi in contatto con chi l’ha perso, è costretto a chiamare i vigili perché solo loro (per motivi di privacy) potranno leggere il microchip e portarlo a casa. Inoltre occorre sempre tenere presente che non esiste un’anagrafe canina nazionale e che, alcune regioni neanche ce l’hanno, o la stanno completando. Un cane senza medaglietta viene caricato sul furgone e portato al canile dove subirà tutto l’iter burocratico. A volte le ricerche sono lunghe, e non è così scontato che alla fine si riesca a riportarlo nella sua famiglia.

La medaglietta permette a chi vede un cane in difficoltà di chiamare subito casa sua, permette di recuperare subito una situazione difficile, delicata, che può scivolare verso il disastro, il dolore. E permette di farlo senza passare dalla burocrazia, senza internamenti al canile. La medaglietta è un gesto semplice, scontato, ma di vitale importanza, è come un distintivo ben visibile che parla ad alta voce e dice che quel cane non è solo, che qualcuno, da qualche parte, lo sta aspettando, lo sta cercando.

La medaglietta non costa quasi nulla, ma per loro è l’oggetto più prezioso, un regalo che non certifica l’esistenza di un padrone o di un proprietario (per quello c’è il microchip), ma l’esistenza di un amico, di una persona che li ama, di una famiglia, di un branco, di un gruppo che farà di tutto per riabbracciarli.

ASSASSINO!

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Secondo diversi vocabolari online il verbo assassinare significa uccidere per odio o per rapina, specialmente a tradimento. Naturalmente viene dato per scontato che la vittima sia un umano e, se ce ne fosse bisogno, il vocabolario Treccani.it recita il suo assassinare testualmente: uccidere un essere umano, in una rissa o a tradimento, per rapina, per odio, per vendetta.

Il vocabolario è importante, molto importante. Il vocabolario riferisce i significati delle parole in relazione ai mutamenti del linguaggio nel corso del tempo. E questi mutamenti, ovviamente, sono collegati al sentire collettivo. Parlare, in effetti, significa usare dei suoni che corrispondano a significati precisi, significati che, per convenzione, sono riconoscibili da tutti e da tutte.

Prendiamo i cacciatori. Quelli moderni, quelli che, ovviamente, non cacciano perché altrimenti morirebbero di fame, quelli che lo fanno per soldi, sport e divertimento. Praticamente il 99,9% dei cacciatori presenti oggi nel mondo.
Questi cacciatori sono persone che uccidono degli animali per prendersi la loro carne  e lo fanno con appostamenti, inseguimenti, trappole ecc… Ci sarebbero tutte le circostanze. L’animale viene ucciso per essere rapinato e, naturalmente, viene ucciso a tradimento. Sull’odio si potrebbe discutere, ma l’assassinio ci starebbe abbondantemente comunque. Eppure il vocabolario parla chiaro: la vittima deve essere umana, altrimenti non c’è assassinio.

Gli antispecisti sono quelle persone che si attivano per abbattere la barriera di specie. Per loro, quindi, non ha importanza la specie di appartenenza della vittima. Se siamo in presenza di un’uccisione di un cinghiale che avviene per rubare la sua carne,  che avviene a tradimento, l’antispecista non dovrebbe aver dubbi nel definire quell’avvenimento un assassinio e, di conseguenza, il suo autore un assassino.

In effetti sono tanti gli animalisti che, di fronte ad un cacciatore, gridano la parola assassino. È talmente ovvio che viene naturale, è talmente logico che, quasi, è difficile non pronunciare quella parola. Si presenta alla mente in un lampo. È il modo più rapido e spontaneo per affermare il nostro sdegno, per sfogare il nostro dolore provocato da quella morte ingiusta, inutile, spietata.

Ma a cosa serve?
È evidente che il cacciatore non si sente un assassino e, dal canto suo, ha perfettamente ragione. Il vocabolario gli dà ragione. La coscienza collettiva della nostra società che traspare dal vocabolario gli dà ragione. Alle sue orecchie, e alle orecchie della popolazione umana, la parola assassino non è rappresentativa di ciò che sta facendo.

E qui il problema si fa serio perché il cacciatore, in effetti, se vogliamo rimanere all’interno di un sistema che usa dei codici ben precisi per comunicare, non è affatto un assassino. Mentre noi antispecisti, invece, sappiamo molto bene che è vero il contrario.
Allora, prima di continuare ad urlare al vento, prima di continuare a sbattere la testa contro il muro nella speranza che si rompa, l’antispecismo stesso ci viene in aiuto e ci dice che l’obbiettivo non è tanto quello di urlare assassino al cacciatore (anche se ovviamente è un assassino), quanto quello di cambiare il significato di quella parola che troviamo sul vocabolario.

Vale a dire che il primo passo è quello di superare la classica e limitata critica che viene posta ai singoli individui ritenuti colpevoli di sfruttare e uccidere animali, per portarla finalmente ad un intero sistema di valori, di miti, di simboli, di credenze che permette al cacciatore di non sentirsi assassino, che permette l’esistenza degli allevamenti, dei macelli, dei circhi, dei laboratori.
Questo significa considerare la liberazione animale un obbiettivo politico.
Gridando assassino al cacciatore riusciamo a dare sfogo al nostro personale disagio e magari ci prendiamo una soddisfazione. Urlare al mondo la verità può essere molto appagante, può farci sentire eroici, ma non è un obbiettivo politico, non serve a superare un’ingiustizia.
Un obbiettivo politico come la liberazione animale può essere raggiunto solo da un grande movimento, da un lungo lavoro collettivo che è il risultato di studi, approfondimenti, azioni, strategie e alleanze.
Più che dare dell’assassino  al cacciatore, quindi, occorre fare in modo che quello stesso cacciatore si senta un assassino, che senta il peso culturale e sociale di una verità condivisa.

CURIAMO LORO O CURIAMO NOI?

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Chi vive con un animale farebbe di tutto per vederlo star bene. L’animale che vive con noi è un membro della famiglia, del gruppo, del branco, vogliamo per lui tutte le cure possibili, tutto ciò che la scienza ci offre per cercare di salvarlo. La medicina veterinaria è ormai molto avanti. A volte però resta addosso una sorta di perplessità, soprattutto quando è molto vecchio o quando ormai si tratta solo di farlo vivere ancora per poco. Ricoverarlo in clinica? Fargli la tac, il prelievo, la schermografia, la radiografia decidere se e come intervenire chirurgicamente, somministrargli quotidianamente medicinali sciogliendoli nel cibo? E quando non mangiano: flebo e siringate… Lo facciamo per il loro bene, ovvio.

In un vortice d’amore un po’ antropocentrico, noi umani, abbiamo creato una medicina per gli animali che è la traduzione letterale di quella umana. Infatti usiamo gli stessi termini: clinica, ricovero, day-hospital…

Ma a noi ce lo spiegano che resteremo in ospedale, che sentiremo male per il nostro bene, ma noi possiamo decidere vagliando le possibilità offerte. Noi possiamo scegliere di tenerci la febbre perché non vogliamo l’aspirina, possiamo scegliere di tenerci l’artrosi perché non vogliamo l’antiinfiammatorio. Loro non possono, loro prendono tutto ciò che noi decidiamo che debbano prendere. E poi punture, intubamenti, biopsie, eutanasie…

Che cosa percepisce un cane, un gatto, un coniglio ecc.. quando viene costretto alle pratiche mediche, quando già sta soffrendo e gli viene inflitta altra sofferenza? Forse dovremmo domandarcelo più spesso. Forse dovremmo ascoltare un po’ di più il loro terrore per qualunque manipolazione, costrizione, intervento effettuato da mani sconosciute in luoghi estranei, e un po’ di meno il nostro desiderio di intervenire sempre e comunque. Forse dovremmo lavorare su una medicina veterinaria che non sia una semplice traduzione di quella umana applicata ad un corpo differente. Forse, quando stiamo così male perché loro stanno male, dovremmo chiederci di più che cosa vogliono loro per la loro salute, e un po’ di meno che cosa vogliamo noi per smettere di star male.

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