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PENGUIN BLOOM L’uccellino che salvò la nostra famiglia

6 Ago

di Cameron Bloom e Breddy Trevor Greive
Fabbri Editori pagine 207 Euro 20

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Un libro fotografico bellissimo che emoziona fortemente.
Una famiglia normale e felice, all’improvviso, si trova a dover affrontare una dolorosa tragedia: un incidente costringe Sam, la madre di tre ragazzini, sulla sedia a rotelle. Una disgrazia che la catapulta in una profonda depressione, ma l’improvviso arrivo di Penguin, un pulcino di gazza ferito e solo, riporterà allegria e speranza.
Lacrime, rabbia e tormenti lasciano il posto all’amore che riesce a curare e dona forza per rinascere. Sam e Penguin sono nella stessa situazione, condividono una tragica difficoltà e si aiutano a vicenda. Il piccolo pennuto viene accolto amorevolmente fino a diventare indipendente, spiccando il suo primo volo nel soggiorno. Vive a stretto contatto con la famiglia, senza gabbie, voliere o finestre chiuse che lo imprigionino.
Ma anche Sam migliora giorno dopo giorno e affronta con determinazione e coraggio la sua condizione di paraplegica trasformandosi in un’atleta paracanoista, gareggiando anche in molte competizioni internazionali.
Il libro racconta di un magico incontro tra due anime fragili e ferite che si sorreggono a vicenda, ma ci indica fortemente come la differenza di specie non è certo un ostacolo che può impedire di volare insieme verso un futuro senza barriere. Ma non solo, perché questa bellissima storia, raccontata anche con il garbo e la delicatezza di splendide e commoventi foto, arriva a ridefinire il concetto stesso di famiglia che, allargandosi anche a chi non è umano, si arricchisce notevolmente fino a divenire spazio di cura, condivisione e crescita.
Da leggere e regalare anche a chi sta vivendo un periodo difficile.

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LA VITA SEGRETA DEI RAGNI

5 Ago

di Mirella Delfini
Edizioni Muzzio Pagine 171 Euro 7
RAGNI
Un libro che si legge come un romanzo, pieno  di bellismi disegni che incuriosiscono piacevolmente spingendo a terminarlo in breve tempo.
Pagine emozionanti e istruttive che aiutano a conoscere i ragni, creature antichissime e misteriose. Scopriremo allora che esistono ragni volanti capaci di fabbricare una matassa fioccosa a cui attaccano una cordicella che stringono tra le zampe e usano come una liana aspettando che il vento li porti via; ragni capaci di tessere magnifiche tele variopinte i cui fili sono rosa, gialli e azzurri; ragni minatori che, invece di tessere tele aeree,  scavano gallerie orizzontali o verticali foderate di seta, fabbricando una botola rotonda che funzionerà da porta a prova di ladri. Incontreremo anche ragni che, nel deserto, hanno imparato a raccogliere l’acqua assorbendo l’umidità, ragni che, nell’acqua, vanno a pescare le loro prede, e poi ragni sornioni, ragni che amano la musica ecc…
Senza contare che, ancora oggi, gli scienziati, non sono riusciti a ricreare il meccanismo perfetto della produzione dei filamenti che i ragni usano per le loro tele. Il libro, indagando tra realtà e fantasia, tra certezze e supposizioni, ci offre il modo di conoscere e di riflettere sui prodigi di cui sono capaci, ma soprattutto ci invita caldamente ed esplicitamente a non ucciderli. Qualche ragnatela in casa non potrà che renderci persone migliori, mentre l’ossessiva pulizia non potrà mai compensare la tristezza e l’ingiutizia della loro sparizione.

CONFESSIONI DI UNA MANGIATRICE DI CARNE

5 Ago

di Marcella Iacub
Edizioni medusa Collana La Zattera
Pagine 115 Euo 10
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L’autrice, che fin da giovanissima ha mangiato carne di animali senza rimorsi, anzi, desiderandola e gustandola in maniera vorace ed “erotica”, ci racconta il cambiamento che l’ha allontanata definitivamente dal suo consumo.
Una confessione che prende spunto dalle sue ricerche in merito ad una sentenza  giudiziaria riguardante un uomo e un pony, ma anche dalla lettura di “Del mangiare carne” di Plutarco.
La Iacub ci invita a riflettere: sappiamo chiaramente che per mangiare un animale occorre ucciderlo, ma per accettare questo atto occorre far sparire la consapevolezza della sua singolarità, e della sua voglia di vivere. Bisogna fare come se non si sapesse nulla. Questa azione deve diventare senza alcuna importanza e deve essere convalidata dalla collettività.
Il libro indaga e critica l’umanesimo carnivoro e, una delle ragioni, è proprio l’aver tracciato il netto confine tra animalità e umanità confermando che uccidere un animale è un male necessario per soddisfare necessità primarie e simboliche.
Nel suo percorso di riscoperta, inoltre, è stato molto importante il caso giudiziario del “Pony Junior” perché l’autrice, dopo averlo seguito con attenzione, si domanda: come mai la legislazione penalizza sempre e sempre di più il fatto di far soffrire un animale (in questo caso un piccolo cavallo), ma non c’è nessuna condanna se lo si uccide per godere del gusto della sua carne?
Un piccolo libro che smonta moltissimi pregiudizi di comodo dei “mangiatori di carne”.

IL TOPO SOGNATORE E ALTRI ANIMALI DI PAESE

5 Ago

di Franco Arminio disegni di Simone Massi
Edizioni Rrose Selavy pag 40 euro 13

il topo sognatoreUn libro grande ed elegante, in bianco e nero con qualche tocchetto di rosso, dove gli animali, disegnati con pastelli ad olio, pensano, parlano, ragionano, si emozionano usando il loro linguaggio e le loro voci.
Sono animali che conosciamo, che quasi mai rispettiamo, animali che incontriamo spesso nellle nostre città e nelle nostre campagne. Sono grandi, piccoli e piccolissimi. Tutti: “dall’elefante che non c’entra niente” alla “formica svogliata”, non sono dei cartoni, non sono dei peluche infiocchettati o travestiti da umani come nelle fiabe.
Sono animali veri, vivi, ci mostrano senza tanti complimenti i nostri gesti crudeli, la loro allegria, pigrizia e delusione, la loro rabbia e ironia, ma soprattutto la loro presenza, senza la quale noi nemmeno esisteremmo.
L’autore, Franco Arminio, è un “poeta paesologo”, molto amato per la sua attenzione particolare ai paesi e ai luoghi abbandonati e dimenticati del nostro territorio.
Simone Massi, che ha illustrato l’opera, è un “animatore resistente” conosciuto e premiato in tutto il mondo per la sua fantasia che corre veloce e instancabile.
Un’intesa perfetta dove il poeta delle parole e il poeta delle immagini si fondono regalandoci una meravigliosa chicca editoriale. Per tutti, piccoli e grandi.

DENTRO FARMACOLOGIA

25 Giu

green hillOggi verrà pronunciata la sentenza del processo agli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che occuparono lo stabulario della facoltà di farmacologia dell’Università di Milano dove erano detenuti animali utilizzati per la vivisezione. Animali trovati in gravissime condizioni che presentavano amputazioni di arti e coda, infezioni auricolari, infezioni oculari, tumori, dermatiti, piodermiti, micosi e perfino rogna.
Stiamo scrivendo di un’occupazione, con conseguente liberazione di 400 topi e un coniglio, che avvenne il 20 aprile 2013, quando gli attivisti si incantenerano alla porta dell’edificio rendendo impossibile l’irruzione della polizia. Un momento storicamente importante per il movimento di Liberazione Animale.
A quei tempi si credeva e si sperava che queste azioni si sarebbero moltiplicate generando un clima di apertura ad un sentire antispecista che cominciava a diffondersi soprattutto dal basso. Vennero infatti documentate, fotografate e filmate le condizioni allucinanti di centinaia di animali. Venne abbattuto uno dei tanti muri di silenzio che circondavano e circondano i luoghi dello sfruttamento e dell’ingiustizia.

Avvenuto subito dopo la famosa marcia per la Liberazione dei cani di Green Hill, l’occupazione dello stabulario a farmacologia ha rappresentato un momento bellissimo e ricco. Anche se sembra passata una vita, è  impossibile dimenticare ciò che quegli attivisti e quelle attiviste ci hanno regalato. I primi volti scoperti che segnavano un nuovo modo di interpretare la Liberazione Animale. Il concetto stesso di Liberazione che si espandeva diventando finalmente una vera e propria disobbedienza civile. Quel loro messaggio così esplicito che chiedeva di non rimandare più perché QUELLO era il momento.
Come dimenticare che, nei giorni successivi, nelle piazze, durante le animate discussioni, durante i volantinaggi, gli incontri e le conferenze, tutti e tutte ci sentivamo davvero dentro quella facoltà, ci sentivamo, forse per la prima e unica volta, parte di un vero e grande Movimento di Liberazione Animale.

Mentre scriviamo queste note ancora non si conosce l’esito della sentenza.
Qualunque esso sia vogliamo ringraziare e sostenere questi ragazzi e queste ragazze. Hanno aperto una porta pemettendo alla luce d’infiltrarsi in un buio di rassegnazione e indifferenza.
Sono fatti che non si possono e non si devono dimenticare, soprattutto in questi giorni bui e tristi in cui la banalità dell’oppressione ci mostra i suoi aspetti più tragici.

No Pet è un’occasione da non perdere

28 Mag

no petE’ stato proiettato anche a Catania il bellissimo documentario No Pet di Davide Majocchi. Una serata davvero speciale e anche una grande occasione perché si tratta di un film che per la prima volta esplora con attenzione, professionalità e sensibilità il mondo dei cani liberi, da sempre considerati e definiti randagi, da sempre considerati soltanto una sorta di piaga sociale che deve essere estirpata. Nel documentario di Davide questi cani diventano individui che, attraverso le immagini e le spiegazioni di Michele Minunno (figura oramai divenuta basilare nel mondo della cinofilia moderna) ci danno un segnale forte che è impossibile continuare ad ignorare.
Il documentario è girato con graffiante creatività e, forte della grande esperienza di Davide, ci induce a ribaltare il nostro modo di osservare i cani, ma apre conseguentemente, in modo traslato ma efficace, anche molte altre questioni (dall’antispecismo al femminismo, dell’antipsichatria alla resistenza animale) perché in gioco ci sono le grandi tematiche legate alla Liberazione. In gioco c’è la nostra perduta capacità di osservare l’altro da sé, il diverso, la bestia come opportunità, con nuovi occhi e atteggiamenti che finalmente rifiutino la superiorità, ma anche il pietismo, il protezionismo, il moralismo e quella colonizzazione dei bisogni e degli immaginari che ci opprimono in modo sempre più stringente.
No pet è un’occasione da non perdere perché sta circolando in sempre più piazze d’Italia coinvolgendo dal basso, scatenando dibattiti, producendo quel disturbo indispensabile a riprendere la strada di un movimento che aspira a cambiamenti forti.

BESTIE FUORI POSTO

8 Mag

COPERTINA BESTIE

BESTIE FUORI POSTO rientra in un progetto più ampio: una serie di pubblicazioni autoprodotte che cercano di scardinare l’immaginario specista. Per il momento, oltre a questo, abbiamo realizzato
MUSI DI PIETRA (il posto degli animali nei monumenti)
GRAFFI(TI) CREATIVI (gli animali e la street art)
CARI CANI DI SICILIA (la nostra esperienza diretta con cani liberi in Sicilia).


PER RICHIESTE POTETE CONTATTARCI SU TROGLOTRIBE@LIBERO.IT

 

LA PAROLA BESTIA

La parola bestia è insultante per antonomasia.
Nel linguaggio comune serve a sottolineare la profonda differenza tra l’essere civile e l’essere che ne sta al di sotto. Le bestie  sono brutte e brutali, volgari e sporche, violente e irrazionali. E poi le bestie sono irrecuperabili, hanno varcato una porta dalla quale non si può più rientrare. E’ per questo che non contano più nulla. Le bestie sono anche l’esempio da rifuggire, il metro di paragone, lo spauracchio che ci permette di definire e argomentare la nostra superiorità. Le bestie quindi ci servono, alimentano continuamente quella vuota illusione che ci fa sentire eletti, coloro che possono giudicare, coloro che, da sempre, sanno come si deve vivere.

In questo libello che intitoliamo “Bestie fuori posto” la parola bestia è usata per provocare, per pungolare, per creare una dissonanza, un cortocircuito linguistico rispetto al significato discriminante e cinico che ha acquisito.
Le bestie fuori posto di questo libello sono uomini e donne, ma anche cani. Altra provocazione dissonante. Le bestie, sì, le bestie fuori posto che si riuniscono in un unico branco abbandonando anche l’ultimo illusorio tabù: la differenza di specie. Sono individui che, improvvisamente, per i motivi più disparati, non hanno più il loro posto, quello assegnato a tutti dalla nostra civiltà. Una casa, un divano, una cuccia, un lavoro, un guinzaglio, uno status sociale, un senso che giustifichi l’esistenza, che permetta di incasellarla e definirla. Alcuni, fuori posto, ci sono caduti a causa della povertà, della malattia, del disagio, altri lo hanno semplicemente rifiutato non riuscendo più a sopportarne il peso. Fuori posto ci puoi finire in milioni di modi differenti, basta un abbandono, un licenziamento, un trauma, una violenza subita, basta poco e perdi i classici punti di riferimento essenziali che ti qualificavano come individuo inserito in questo mondo. E può capitare a tutti, in qualsiasi momento, basta poco, basta inciampare e si scende di un gradino della scala gerarchica globale diventando una bestia fuori posto.

Sarebbe semplice affermare che in realtà siamo tutti bestie, e che quella superiorità di cui ci vantiamo, in cui sguazziamo, non solo è illusoria, ma è anche la base delle peggiori ingiustizie e delle peggiori discriminazioni. Semplice perché suonerebbe come vuota teoria che cambia poco o nulla rispetto ai drammi e alle difficoltà di chi vive sulla strada condannato all’esilio quotidiano. Perché le bestie fuori posto ci sono, sono tantissime, ma non sono solo un numero e non sono neppure un fenomeno, un problema sociale, un aspetto buio, il rovescio della medaglia della nostra civiltà. Sono, molto più semplicemente, individui  che attendono un riscatto, a cui dobbiamo restituire qualcosa.

E questo qualcosa non possono semplicemente chiedercelo, venire a prenderselo, pretenderlo, e neppure conquistarlo. Questo qualcosa può scaturire solo da un incontro, un incontro di sguardi che possa finalmente giocarsi sullo stesso piano, sullo stesso livello.

Questo libello è quindi il tentativo di osservare le bestie fuori posto, i loro oggetti, i loro rifugi, le loro panchine, il loro eterno vagare alla ricerca di calore e cibo da un altro punto di vista. E’ come sedersi sul marciapiede e scoprire che il panorama è completamente diverso da come l’avevamo sempre dato per scontato. Non l’epica dei randagi quindi e neppure l’aspetto poetico della libertà estrema che solo sulla strada puoi conoscere davvero. E neppure un sottolineare pietistico il destino crudele che li colpisce duramente. Ma un  tentativo di avvicinamento che spezzi le categorie a cui l’immaginario ci lega, che ribalti il senso acquisito dalla parola bestia, che permetta finalmente questo incontro bestiale tra bestie libere e diverse. Preludio indispensabile a che nessuno sia mai più fuori posto.