Barbara X

barbara x

Intervista a Barbara X Scrittrice

Abbiamo conosciuto Barbara X nell’ambito dei vari incontri e festival di microeditoria ed editoria indipendente. E’ una scrittrice indipendente e ha autoprodotto diversi romanzi.

1) Già qualche anno fa, a Milano, durante un festival di editoria creativa, parlammo con te sulla questione animale. Ci dicesti di non riconoscerti più nella parola antispecismo preferendogli antifascismo. Oggi, per diverse ragioni, si sta riflettendo proprio su questo, sulla possibilità di abbandonare questo termine. Che cosa ne pensi? E che cosa significa essere antifascisti oggi?
Allora… Io ho sempre cercato di considerare le parole per il loro significato etimologico: sotto questo profilo il senso del termine antispecismo ha una grande valenza. Peccato che in molti se ne servano come mezzo per aggirare determinati ostacoli, cioè i tabù che, soprattutto oggi, porterebbe con sé un effettivo impegno politico: per molti e molte, purtroppo, antispecismo è sinonimo di “antitutto”, un modo come un altro per eludere (nelle parole e nei fatti) ogni connessione nella battaglia per i diritti. Diciamo che, a mio parere, bisognerebbe scindere la questione: da una parte c’è la filosofia antispecista, dall’altra molte persone che si dicono antispeciste e non muovono un solo passo verso altri fronti della lotta (il che è esattamente ciò che avviene in altri contesti del movimento antagonista, che tanto spesso sembra composto da monadi impossibilitate ad entrare in contatto fra di loro). Uno di quei fronti è l’antifascismo: l’elemento per davvero distintivo in una società che di distinzioni non ne fa e non ne vuole più. È stato il mercato, il capitale, a remare in questa direzione: il mercato, nella sua opera di distruzione delle coscienze, ha bisogno di tutti e tutte, anche dei fascisti, e la massa, purtroppo, si adegua, tollerandoli, contribuendo a dar loro agibilità, mentre loro seguitano ad essere quelli di sempre, quelli delle lame e dei manganelli che uccidono chi non corrisponde ai loro ripugnanti canoni. In altre parole, oggi si tende a non fare distinzioni quando si parla di oppressori, i quali, a loro volta, di distinzioni ne fanno eccome, quando si tratta di discriminare gli oppressi.

2) Da diverso tempo si riflette anche sul concetto di attivismo per la Liberazione Animale. In molti ambiti, spesso, si esaurisce in uno strenuo tentativo di veganizzazione del mondo o di protezionismo o di liberazione. Quali sono i cambiamenti che vedi o vorresti vedere nell’attivismo?
Non mi va di entrare nello specifico, anche perché non credo di essere la persona più indicata per giudicare. Credo tuttavia di aver detto delle cose in merito alla questione in altre risposte.

3) L’intersezione tra le “diverse” lotte (sessismo, specismo, omotransfobia…) è sempre più evidente e chiara. Eppure non è altrettanto ovvio riconoscere l’oppressione animale nei diversi ambiti. Come si sta evolvendo, secondo la tua esperienza, questa situazione?
Rispetto al passato, sotto questo profilo ci sono dei piccoli passi in avanti: quello dell’oppressione animale (anche se ancora in molti non sanno – o non vogliono sapere – di che stiamo parlando) è un tema sempre più difficile da trascurare, perlomeno in certi contesti, se non altro per il numero crescente di compagne e compagni che si rifiutano di cibarsi dei pezzi di corpi di esseri sfruttati e massacrati, magari per delle cene di solidarietà in favore di altri sfruttati. Uno dei passi da compiere è sicuramente quello di comprendere anche la sofferenza di chi non appartiene alla nostra specie, cercando di abbattere i condizionamenti culturali cui vuole assoggettarci il sistema capitalista.

4) Gli animali, spesso, scappano, si ribellano, boicottano la loro oppressione, ma invece di trovare solidarietà e appoggio vengono ridicolizzati in una sorta di organizzazione mediatica che li trasforma in ridicole macchiette. Cosa pensi della Resistenza Animale? Penso, molto semplicemente, che ogni essere vivente si venga a trovare nella disperazione più totale quando si trova costretto in una gabbia, immobilizzato da catene, maltrattato. È ovvio che chiunque, in queste condizioni, tenti di far qualcosa per la propria vita, di fuggire nella speranza di trovare comprensione e solidarietà, di tentare l’impossibile per ritrovare la libertà, soprattutto dopo aver subodorato l’incombente minaccia della morte. Di recente ho letto degli articoli (fra cui uno vostro) che mi hanno fatto provare un immenso dolore: un dolore causato anche dal fatto che certe azioni resistenti, certe fughe dall’allevamento o dal mattatoio, vengono considerate col sorriso sulle labbra da parte di moltissimi appartenenti al genere umano: “Scappa, scappa, tanto devi morire comunque per soddisfare il nostro capriccio, per darci la bistecca…” Ecco, se c’è una cosa che mi fa soffrire è la derisione e l’incomprensione totale di molti miei simili nei confronti di quei disperati.

5) Quando si parla di animali, spesso si parla anche di amore. Da un punto di vista etico e politico, però, teoricamente, l’amore non c’entra. Qual è il posto dell’amore nella lotta per la Liberazione Animale? E nei tuoi romanzi? E nella tua vita?
“L’amor che move il sole e l’altre stelle…” Guardate un po’ cosa mi fate venire in mente. Io credo che l’etica e la politica siano da concepire come atti d’amore; se non si ha amore, dubito che ci si possa preoccupare delle sorti e dei diritti di chi sta peggio o soffre, umano o no che sia. Riguardo alla mia attività di scrittrice, quando mi accingo a lavorare ad un soggetto, la prima cosa che mi chiedo è: “Lo amo? Posso dedicargli il mio impegno per un certo numero di anni?” Se la risposta a questa e ad altre domande è affermativa, inizio a lavorarci. Poi, chiaramente, i libri sono lo specchio della vita reale, e sono fatti da personaggi che, attraverso le loro storie, ci raccontano anche dei loro amori: per l’altro o l’altra, per un ideale, per la vita e via di questo passo. Quanto a me, sono follemente innamorata della letteratura da una vita, ma se talvolta capita qualcuno che abbia delle forme un po’ più comode e meno spigolose di quelle di un libro, lascio ben volentieri che il corpo esulti…

6) Ovunque ci sia potere e dominio, sempre, c’è anche resistenza, ribellione e lotta. Dove vedi, oggi, i fermenti più appassionanti e concreti? Dove stai investendo le tue energie politiche?
Sono sotto gli occhi di tutti (almeno così spero) le manovre repressive di questo sistema al fine di salvaguardare il sudicio tornaconto di pochi privilegiati: la combriccola opulenta, non più la società opulenta, come la definiva Marcuse. Al di fuori di tale ristretta cerchia di soggetti che detengono il potere sulle vite altrui, si muove un insieme di individui che cerca disperatamente, con le unghie e con i denti, di non farsi scivolar via gli ultimi brandelli di diritti; lo stiamo vedendo in questi giorni in Francia con le notizie delle proteste più che legittime contro la Loi Travail, oppure, da un po’ più di tempo, con la drammatica situazione di chi fugge da aree del pianeta martoriate per cercare solidarietà (spesso assai difficile da trovare) in altri paesi, fra cui il nostro. Quest’ultimo era un quadro ampiamente prevedibile da decenni: il saccheggio da parte dei paesi ricchi e occidentali ai danni di altre zone del pianeta ha radici lontanissime, ed era impensabile sperare che non producesse disastri come guerre e carestie, distruzioni e miseria. Personalmente, non c’è un ambito specifico che mi veda maggiormente impegnata rispetto ad altri: diciamo che, quando mi si presenta l’occasione, partecipo ben volentieri a cortei e iniziative di protesta, sempre considerando l’indispensabile connessione fra le lotte di liberazione.

7) Il tuo romanzo “Jeanne 2 Avenue des destins” è ambientato nella Parigi delle lotte degli anni ’80 tra antisessismo e antirazzismo in una sorta di intreccio tra Storia e storie. Come mai hai scelto questo scenario?
“Jeanne 2 avenue des destins” è il seguito del mio primo libro in assoluto, “Jeanne étoile de combat”: l’azione di quest’ultimo (la narrazione di ventidue anni della vita di Jeanne, la protagonista) si spinge fino alla primavera del 1978; dunque, dovendo far ripartire il racconto della vita meravigliosa e affascinante di questa signora francese, non potevo che farlo dal 1979 e dalla sua città: come vedi, tutto è venuto da sé, è Jeanne stessa che si arrangia, e con “Jeanne 2 avenue des destins”, attraverso il suo sguardo, la nostra protagonista ci racconta di altri ventidue anni della sua vita, gli ’80 e i ’90. Anni di fermenti, gli anni in cui, per dirne una, esplode il disagio delle banlieue; ma molti sono gli avvenimenti che hanno segnato quell’epoca in Francia e in quel periodo, ed io me ne sono servita per inserirne alcuni nel romanzo della vita di Jeanne, operando una fusione tra fantasia e realtà. A proposito, nel libro, fra i tanti personaggi, ce n’è uno che si chiama X, è un ragazzetto italiano: hai capito di chi sto parlando, no?… Ebbene, anch’io (cioè quel ragazzetto, adolescente nel 1988) sono un personaggio nel romanzo della vita di Jeanne.

8) Qual’è il ruolo della letteratura nella lotta per la Liberazione Animale? Molti dicono che la narrativa dovrebbe mostrare raccontando senza mai schierarsi platealmente. Eppure scrivere, per noi, significa soprattutto resistere, insistere ad allineare parole che facciano mondi, che scatenino sommosse di senso. E’ davvero possibile e sensata una scrittura neutrale?
La scrittura neutrale è possibile nel senso che esiste, che c’è chi la fa. Ma da me sarà sempre messa al bando; io questa attività non l’ho mai pensata così: non la penso così per un motivo molto semplice, perché la letteratura rispecchia la vita, e se la vita è una vita da battaglia, una vita impegnata, la scrittura non potrà che essere lo stesso. Figuratevi che da anni ormai mi sono imposta di non sprecare nemmeno una riga: ho bisogno di azione, di concetti, di comunicare messaggi. Lo so, questo è un pensiero che fa un po’ a botte con le teorie dei puristi degli impianti e dei tagli narrativi, ma che ci posso fare? Sono quella che sono… Nella lotta per la liberazione animale, come in qualsiasi altro ambito, credo che sia molto importante avere delle voci e delle penne che esprimano pensieri e concetti utili alla causa: è però necessario continuare a darsi da fare per scovare situazioni, contesti dove sia possibile distribuire i materiali e magari anche presentarli pubblicamente, soprattutto laddove determinate tematiche non sono considerate.

9) Sei una scrittrice che ha scelto di essere totalmente indipendente. Scrivi e distribuisci senza intermediari. Cosa ne pensi del panorama odierno delle autoproduzioni editoriali? Quali sono le difficoltà maggiori? Cosa consiglieresti a chi intende cominciare a produrre i propri testi? Dove possiamo trovare i tuoi libri?
Subito una precisazione: io non ho scelto nulla, se consideriamo questa mia attività. Sono indipendente, sì, ma perché mi sono aggrappata a un gancio che mi ha allungato il destino in un periodo della mia vita in cui tutto stava crollando, ho afferrato al volo questa possibilità perché questo sistema assassino, a causa del mio modo di essere donna, mi ha negato ogni opportunità di inserimento sociale. Oggi, almeno nei contesti verso i quali – più o meno direttamente – volgo la mia attenzione, noto con piacere che sempre più persone (con storie e motivazioni diverse dalle mie) scelgono di autoprodurre i propri lavori: questa è una cosa positiva, ma è importante continuare a curare il contenuto del prodotto che si offre, e non solo la sua veste, e questo è, sicuramente, un consiglio che mi sento di dare a chi vorrebbe dedicare le proprie energie all’autoproduzione. Dove si trovano i miei libri? Per strada, sul cestino della mia bici, sul mio tavolino a varie iniziative: insomma, per averli bisogna avere la fortuna (!) di incontrare me, o di riuscire a contattarmi.

10) Troppo spesso si è portati ad una sottovalutazione quasi canzonatoria delle parole. Fatti e non parole! Si continua a ripetere e a chiedere. Ma davvero le parole sono solo parole? E le storie possono davvero cambiare la Storia?
Dipende anche da come le coscienze vengono educate alla ricettività. E da quali parole vengono usate, e in che modo. In questi, come in altri casi, le parole non sono solo parole, e possono servire per tessere delle storie o degli articoli che raccontino finalmente qualcosa di nuovo, qualcosa che non è mai stato raccontato. Usare parole e linguaggi nuovi per raccontare, per conoscere e far conoscere, sperando di far breccia nei cuori di chi legge: è solo così che le parole si tramutano in fatti, cioè quando trasmettono emozioni concrete,

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: