EmilioMaggioCinemologo

Roxy Mieville_n

Roxy Mieville, il cane di Godard, interprete dell’ultimo suo film “Adieu au langage”.

Intervista a Emilio Maggio Cinemologo e Antispecista Visionario

 

Abbiamo seguito Emilio Maggio, qualche anno fa, al Convegno di Teoria e Pratica Antispecista a Bologna. Di recente, inoltre, abbiamo letto “Penne e pellicole. Gli animali, la letteratura e il cinema” (Edizioni Mimesis), il saggio che ha scritto con Massimo Filippi.
Emilio si occupa di cinema e delle istanze espressive dell’industria dello spettacolo.

1) Ami definirti cinemologo. Perché? Quale è stata la molla (o la pellicola!) che ti ha spinto ad indagare sul rapporto cinema/animali?

Con questo neologismo intendevo sottolineare il mio approccio al cinema. Un approccio che intende fare piazza pulita della cosiddetta cinefilia, che in nome dell’amore per il cinema evita qualunque questione etica, come l’uso disinvolto degli animali, il loro sfruttamento e la loro rappresentazione. Personalmente ritengo molto più interessante, e direi necessario, fare riferimento al cinema come macchina reificatrice della realtà, una macchina in grado di ordire un ordine del discorso che assoggetta e addomestica una massa enorme di esseri viventi, intesi sia come spettatori che come soggetti docili. In questo animali e marginalità umana sempre più diffusa possono equivalersi. In altre parole non mi interessa il giudizio estetico sui film che ho la fortuna o la sfortuna di vedere, stabilire cioè, come fa la critica embedded dei quotidiani o quella di gran parte della pubblicistica specializzata, se un film è bello o è brutto.

Ad un certo punto della mia vita mi sono reso conto delle terribili condizioni di vita a cui sono costretti milioni di esseri viventi chiamati animali. Questo grazie a una serie di concause: controinformazione, sensibilità e personale formazione politica ed intellettuale. Il senso di giustizia non può avere gerarchie di valore. Ritenere, per esempio, che la vita di un umano valga più di quella di qualsiasi altro essere vivente. Insomma questo mi ha fatto riflettere molto e quando poi mi sono reso conto che c’era un movimento e una filosofia, come l’antispecismo, che fanno della questione animale una questione centrale e dirimente per decostruire la prospettiva antropocentrica che ci condanna al privilegio della specie e alla sua probabile estinzione, ho subito cercato di occuparmene direttamente. E’ chiaro che la rappresentazione mainstream degli animali, al cinema come in tutte le altre istanze espressive, contribuisce notevolmente al loro sfruttamento. Idealizzare l’animale, e già il termine animale è sinonimo categoriale, significa privarlo del suo corpo che percepisce ed opera. In altre parole significa cancellare i loro mondi straordinari, cancellare la loro vita. Quando poi ho deciso di rileggere la storia del cinema da questa inedita prospettiva il mio percorso è stato dettato da alcuni incontri importanti. Animali reali e immaginari, come scriviamo nel libro, che ci hanno permesso di materializzare la nostra predisposizione all’incontro non pregiudizievole con l’altro assoluto. E’ difficile stabilire quale sia la pellicola che ha innescato questa visione a-prospettica, ma sicuramente un film imprescindibile in tal senso, storicamente e teoricamente, è Au hasard Balthazar di Robert Bresson. Proprio perché a me interessa scandagliare quelle opere che, pur non affrontando direttamente la questione animale e rimanendo defilati rispetto alla partigianeria dell’attivismo animalista, producono visioni inedite e non dettate da quell’antropocentrismo che caratterizza generalmente il cine-spettacolo.

2) Gli animali sono da sempre fortemente presenti nell’immaginario umano. Sono ovunque: nella letteratura, nella pittura, nella pubblicità, nei fumetti… ma, anche da protagonisti, sono usati per raccontare noi umani, i nostri pregi e difetti. Succede anche nel cinema?
Direi che è solo con il cinema che l’antropomorfizzazione diventa fenomeno di massa. Gli animali possono assurgere al ruolo di protagonisti solo negoziando la  dimensione vitale e corporea che ne definisce l’agency, la possibilità cioè di decidere la loro sorte, con una sovra o sotto dimensionalità che li rende, a seconda dei casi, entità speciali o infime. Li espone cioè o ad una concezione super-umana (pensiamo a Rin Tin Tin che compare sulla copertina del nostro libro) o di semplice macchina reattiva e comportamentale. Gli animali cinematografici, ma anche quelli letterari, per non parlare di quelli pubblicitari, appartengono in definitiva ad una ontologia della mancanza. Anche quando sembrano possedere poteri straordinari  e quell’umanità altruista ormai compromessa dalle regole del mercato, sono pur sempre considerati come esseri poveri di mondo. Inoltre non sottovaluterei l’operazione di fidelizzazione del pubblico infantile messa in atto dalla media sfera contemporanea.
Essendo i bambini gli unici soggetti che vanno ancora al cinema- ovviamente accompagnati dai loro genitori, per cui il numero dei biglietti venduti si moltiplica vertiginosamente-, l’industria cinematografica investe molto nella loro formazione di futuri spettatori, ma anche di futuri consumatori e anche, da non sottovalutare, di mangiatori di carne con magari il pupazzo di Peppa Pig sotto il cuscino. L’animale, come dice Carol Adams, è il referente assente assoluto. Sempre presente nei dispositivi della comunicazione a patto di essere smaterializzato e smembrato in dettagli appetibili.

3) Qual è stato l’animale più sfruttato (anche simbolicamente) dall’industria cinematografica? Per quali motivi e in quali film?
L’animale al cinema, e questo aspetto sembra condividerlo perfino con la proto-arte del paleolitico, è addirittura fondante. Il cinema nasce e si struttura sullo sfruttamento dell’animale al lavoro e sul suo investimento estetico. Alla fine dell’ottocento, nell’Occidente della seconda rivoluzione industriale, l’animale fa ancora parte dell’orizzonte visivo dell’uomo, perfino nelle grandi metropoli. Il cavallo è ancora il mezzo di trasporto e la forza-lavoro preferito. Per la sua adattabilità,  la sua forza fisica e la sua incredibile attitudine a stabilire relazioni affettive con l’uomo. Il cavallo soldato, come scrivo nel libro, rappresentava un valore inestimabile per le strategie belliche e la stessa sopravvivenza dei soldati  fino alla prima guerra mondiale.
Da questo si deduce che l’animale su cui il cinema ha sempre investito maggiormente è proprio il cavallo.
Il cavallo rappresenta il cine-animale per eccellenza. Lo stesso effetto ottico delle immagini in movimento è stato testato su alcuni cavalli al galoppo, come dimostrano gli esperimenti di  cronofotografia di E.Muybridge.  Senza il cavallo non sarebbe mai esistito uno dei generi cinematografici più longevi e di maggior successo commerciale dell’intera storia della settima arte: il western.  Il cavallo permette quell’attualizzazione della rappresentazione che il cinema ha in potenza. Pensate alle ricostruzioni storiche che hanno sempre accompagnato la sua storia fino ai giorni nostri. Le grandi narrazioni hanno bisogno di carne viva che conferisca il giusto grado di autenticità all’epica narrativa dei generi cinematografici dell’intrattenimento di massa, quali il peplum, il western, lo stesso genere bellico, il film in costume, fino ad arrivare al fantasy che attualmente sembra dettare le regole egemoniche dell’industria cinematografica.  Scegliere un  film o stabilire una classifica delle nefandezze è arduo, anche se ci sono stati , soprattutto nel passato, quando ancora non c’erano regole che salvaguardassero il benessere degli animali sul set, esempi di abuso conclamato. Pensiamo soltanto ad un film seminale per il cosiddetto cinema del reale come Nanook di Robert Flaherty del 1922, in cui le sequenze della caccia alle foche sono girate dal vero e al particolare accanimento con cui i membri della tribù degli inuit le uccidono. Paradossalmente questo film esprime molto bene il senso del cinema: conferire il giusto grado di verosimiglianza facendo ricorso alla autenticità delle crudeli scene di caccia in una situazione completamente ricostruita. I personaggi del film, pur non essendo degli attori professionisti, sono stati istruiti, hanno dovuto imparare la parte ed interpretare il ruolo loro assegnato. Oggi è difficile che succedano ancora queste cose, soprattutto grazie ad associazioni protezioniste come la Peta, che si occupa direttamente del trattamento degli animali sul set. Ma parliamo sempre di ricche produzioni occidentali. Quindi, senza fare una lista di proscrizione, direi che soprattutto negli anni ’70 c’è stato un vero e proprio boom di certo cinema sensazionalistico, o detto altrimenti di exploitation, in cui scene di abuso e violenza gratuita sugli animali erano diventate quasi indispensabili per allettare il morboso guardonismo del pubblico. Mi riferisco ai cosiddetti mondo movies italiani, falsi documentari che con la scusa della presupposta neutralità del cinema di reportage, non avevano nessuno scrupolo nell’esibire scene di animali uccisi, squartati e torturati. Con gli animali anche un genere leggendario, e probabilmente mai esistito come lo snuff movie – in cui dovrebbero essere contenute sequenze di morte in diretta – diventa realtà.

4) “Au Hasard Balthazar”, un film di Robert Bresson del 1966 (che amiamo particolarmente), ha come protagonista un asino. Il regista conferisce un’assoluta centralità allo sguardo dell’asino riuscendo ad offrire allo spettatore una prospettiva nuova. Come e perché Bresson ha voluto stravolgere le convenzioni cinematografiche?
Sono molto contento che apprezziate questo film. Amare è forse la parola giusta. Purtroppo l’amore è un lusso che pochi si possono permettere e nel film i pochi accenni, i pochi barlumi di amore sono subito repressi, messi al bando. La grande tenerezza che suscita la breve sequenza iniziale – le mani dei bambini che accarezzano dolcemente il manto di Balthazar- fa da controcanto e da monito all’intero svolgimento successivo del film, che diventa il calvario di un asino vessato ed umiliato. Ma non è che gli umani se la passino meglio. In Au hasard Balthazar sembra non esistere nessuna possibilità di fuga, nessuna via d’uscita. Bresson, culturalmente e filosoficamente molto vicino al cristianesimo, dimostra in questo film di essere in crisi profonda di fronte e Dio e agli uomini. E’ per questo che sceglie un asino  -forse gli asini, probabilmente l’asino non era uno solo-  non tanto come protagonista, anche se lo è di fatto, quanto come espressione assoluta di soggettività docile. Bresson  non voleva attori, non voleva un cinema della recitazione, solo un asino (e non vuole esprimere un giudizio di valore) poteva restituire la sua idea di modello preso dalla realtà  senza essere condizionato in qualche modo dalla macchina del cinematografo. Balthazar, e forse questo non trapela sufficientemente nel  saggio a lui dedicato nel libro, rappresenta la totalità della vita alienata, il corpo ridotto a mera funzione, forza lavoro e merce da esibire al massimo grado: un corpo-macchina non desiderante. Il suo battesimo e la sua nominazione configurano il ricatto a cui siamo  soggetti fin dalla nascita nelle moderne società democratiche liberali, dove prevale l’interesse legato al ciclo produttivo del capitale. Il riscatto è il lavoro che aliena l’intero ciclo vitale di milioni di esseri viventi. Bresson è stato però bravissimo nel far coincidere  lo sguardo dello spettatore con il punto di vista di Balthazar, tanto da farcelo percepire come uno di noi, au hasard, a caso, un corpo da sfruttare, uno fra i tanti. Noi spettatori patiamo e peniamo insieme a lui, senza nessuna preclusione di specie.  Questa è indubbiamente la grandezza del film.

5) I film di Walt Disney hanno colonizzato l’intrattenimento cinematografico popolare per l’infanzia, e non solo. Gli animali sono sempre stati antropomorfizzzati per catturare sentimenti prettamente umani, allontanandoci però dalla loro vera essenza. All’orizzonte ci potrebbe essere un approccio che non sia solo intrattenimento e che rispetti gli animali senza dimenticare l’infanzia?
In parte ho già risposto. Il futuro del cinema destinato all’infanzia è lo stesso di quello del cinema per adulti. Non sono un esperto di psicologia infantile, se ci si può esprimere in questi termini, ma personalmente rimango piuttosto perplesso di fronte ai target che suddividono il pubblico in fasce anagrafiche. E’ ovvio che esistono “prodotti” non adatti ai bambini, ma finiremo per stilare delle diagnosi, fare delle previsioni, prescrivere delle cure e eluderemo così il problema fondamentale, in Italia come nei paesi di capitalismo avanzato: non esiste una corretta educazione alla visione. Non ci sono più scuole di cinema pubbliche, le università sono al soldo dei brand più prestigiosi che finanziano la ricerca, non esistono più cineteche, centri sperimentali, insomma mancano i luoghi fisici dove una volta si condivideva il sapere, la passione e anche il coraggio di fare e distribuire film non appartenenti al circuito industriale. E i bambini, una volta ragazzi e poi adulti, rimarranno degli eterni spettatori immaturi. Questa è la vera tragedia, l’attuale cinema di consumo, a differenza di quello del passato, è onnipervasivamente immaturo, è cioè rivolto ai bambini di ogni età.

6) E’ possibile un cinema dalla parte degli animali? E’ possibile diventare spet-attori consapevoli?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Ho già denunciato l’infantilizzazione  e l’omologazione che egemonizza le forme e i contenuti dell’attuale cinema di intrattenimento.  Il cinema riflette in gran parte il penoso stato delle cose contemporaneo. Il cinema potrà avvalersi di spett-attori, come felicemente li avete soprannominati, solo se ci sarà una grande operazione di decostruzione della conoscenza. Serve un grande lavoro archeologico che ricostruisca le radici del male come aveva ben intuito Foucault e infine ne decostruisca l’antropocentrismo di fondo, tanto per citare un altro filosofo che io e Massimo teniamo in considerazione, Derrida. Mi sembra fondamentale, altrimenti avremo tanti piccoli, bellissimi esempi di eresia prospettica. Il mio lavoro attualmente consiste proprio nello scovare questi tesori sommersi.

7) Al nostro accumulo indiscriminato di merci, si è aggiunto un accumulo forsennato di immagini, ma restiamo comunque ciechi di fronte agli orrori nei confronti del vivente. L’abitudine e l’assuefazione stanno prendendo il sopravvento sulla nostra compassione e sul nostro concreto agire?
Certamente. Avete toccato uno dei nodi nevralgici della questione. La reattività è la malattia più pericolosa che affligge l’umanità. Intendo dire che si reagisce solo se stimolati. Una delle possibilità che l’umanità ha di smarcarsi dalle regole che dettano questo gioco al massacro che voi giustamente definite come accumulo e che ha come conseguenza l’orrore e la cecità, è quello di creare le reali condizioni per poter agire veramente e non in senso produttivo e utilitaristico. Il concetto di agency, che riguarda animali umani e non umani, è fondamentale. Dico questo perché ci sono stati nel passato momenti in cui il corso della Storia, progressivo e lineare, si è inceppato (ricordiamoci dei giorni della comune di Parigi per esempio). Un altro esempio recentissimo riguarda la liberazione di Kobane in cui identità politica, sessuale e geografica, oltreché di specie sembrano sovrapporsi dando vita a una questione inedita  e produttiva di un agire finalmente libero e liberato ,  dove tutto il vivente ha le reali possibilità di poter esprimere la sua volontà. Ripeto decostruzione antropocentrica e agency sono le due grossi sfide che attendono, oggi, la futura umanità.

8) Colpire l’immaginario è stato l’obbiettivo principale di alcuni movimenti libertari del passato, ad esempio quello dei Provo in Olanda. Credi che l’immaginario, oggi, sia sufficientemente considerato dagli attivisti?
Altra bellissima domanda. I movimenti contro culturali degli anni ‘60/70, pur se in modo frammentario e come si diceva un tempo spontaneista, sono stati una risposta di massa alla omologazione consumista della generazione precedente, completamente abbagliata dalla brillantezza delle merci dopo i disastri della guerra. In un certo senso avevano già intuito la china che avrebbe preso il nuovo ordine mondiale dettato dagli interessi di alcuni gruppi corporativistici che si sarebbero spartiti il mercato della produzione e distribuzione dei beni e che oggi si è definitivamente costituito nel regime a-democratico e oligarchico del capitalismo finanziario. Le parole d’ordine di allora, come la celebre immaginazione al potere che oggi  suona così ingenua, miravano proprio a scardinare questo nuovo ordine governa mentale che si andava costituendo. Se dobbiamo tenere conto dei limiti dell’insurrezionalismo universale dei movimenti libertari di quegli anni, dobbiamo altresì salvaguardare gli elementi più preziosi e che sono validi tutt’oggi, come , per attenermi al vostro esempio, il tentativo da parte dei provos di Amsterdam di dare vita a situazioni di libertà, zone temporaneamente autonome, dove la vita, con tutto il portato di sogni e bisogni, si affrancava più che emancipava, pur in contesti metropolitani. Il piano delle biciclette bianche congegnato da quattro capelloni e che prevedeva la disponibilità gratuita di migliaia di biciclette è stato in seguito adottato dalle istituzioni cittadine. Voglio dire che a quel difficile lavoro di costruzione di una nuova ontologia dell’essere umano  o addirittura di una sua rimessa in discussione che spetta all’antispecismo, bisogna affiancare il lavoro di sensibilizzazione delle istituzioni prefisse, ”provocarle” sul loro stesso terreno, soprattutto quando, per storia e cultura, dovrebbero rappresentare i tuoi diretti referenti. L’animalismo ,parlo in generale, è animato da grande sensibilità e compassione, un atteggiamento ammirevole che non è  presente in altri contesti di attivismo politico. Questo fondo senza fine, questo abisso indicibile, rappresentato dall’orrore del mattatoio insieme alla rassicurante funzionalità dell’allevamento o della sperimentazione, è difficile declinarlo attraverso l’immaginazione. Gli attivisti israeliani noti come 269 Life, per esempio, ricorrono spesso a tecniche performative proprie del teatro di strada degli anni ’70 (pensiamo al Living Theatre, in cui denuncia politica e performance si fondevano mirabilmente), ma anche loro finiscono per declinare le loro provocazioni sull’orrore assoluto. Forse è inevitabile. Pensate a quale fu la reazione degli intellettuali e artisti più sensibili di fronte all’olocausto: l’impossibilità di dire, l’indicibilità assoluta.

9) Che ruolo riveste, oggi, il cinema nella formazione di un immaginario liberato? Potrebbe essere considerato un potenziale “strumento politico” per la Liberazione Animale?
Bisogna intendersi su cosa significa cinema. Per me il cinema non industriale, quello non appartenente cioè  alla macchina dello spettacolo reificante, quello che è stato variamente etichettato come sperimentale, underground, indipendente, ecc., è già uno strumento politico. Come dice Peter Kubelka, uno dei grandi cine-sperimentatori contemporanei, questo dovrebbe essere il cinema normale, non certo quello narrativo rassicurante e appagante della grande distribuzione. Anche il cinema d’autore rientra in questo circuito di consumo, anche se il tipo di consumo è più raffinato e i consumatori sono diversi. L’animalismo dovrebbe far tesoro di questa scuola e di questa tradizione completamente oscurata dall’infoit-ment e dalle istituzioni pubbliche. Con tutto il rispetto per i film inchiesta e i reportage contro informativi, il cinema politico animalista dovrebbe essere un’altra cosa. Come diceva Fassbinder se il cinema non libera la testa ha scarse possibilità di liberare il mondo.

10) Sei anche un esperto di musica afro-americana e sostieni, in “Penne e Pellicole”, che l’eredità del dissenso nero degli anni ’70, passando dalla street culture metropolitana, è stata inghiottita dal consumismo dell’hip-hop. Anche chi lotta per la Liberazione Animale è una minoranza. Corre gli stessi rischi?
E’ il rischio che corrono tutti i movimenti di liberazione  che lottano per i diritti universali. Se queste sacrosante rivendicazioni  non si coniugano con una reale quanto necessaria lotta per la giustizia sociale sono destinati al fallimento. Così è stato per i movimenti per i diritti civili come per quelli emancipatori. La discriminazione della minoranza maggioritaria afroamericana è rimasta la stessa sulle questioni fondamentali: lavoro, casa e tenore di vita decente. In poche parole il diritto alla felicità espresso dalla carta costituzionale americana per tutti. Gli afro-americani continuano in questo modo ad essere considerati i diretti discendenti dei loro avi schiavizzati. E’ vero, non ci sono più le barriere razziali che in alcuni stati del Sud facevano da emblema allo stigma razziale, ma esistono ancora i ghetti e il tasso di povertà, analfabetismo e mortalità per i “negri” non è affatto diminuito,  anzi. C’è un presidente di colore, eppure i niggers continuano ad essere presi a pistolettate, continuano ad essere repressi e coercizzati nelle prigioni di tutte le federazioni. I Black Panthers sono stati l’unica organizzazione a rendersi conto che la questione andava affrontata politicamente, ma è stata cancellata nel sangue, dalla polizia e dai servizi segreti. L’Antispecismo ha anche questo enorme compito, quello di politicizzare la richiesta universale dei diritti degli animali, altrimenti non ci sarà nessuna liberazione.
Intervista a cura di Troglodita Tribe

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