LaCompagniaDellaPolenta

VITADACANI

Intervista a La Compagnia della Polenta per le persone senza dimora

Durante il MiVeg 2015 abbiamo conosciuto, collaborando in cucina, alcune attiviste vegan della Compagni della Polenta che, settimanalmente, preparano e portano cibo vegan ai senza dimora. Un’iniziativa indipendente, autogestita e totalmente svincolata da istituzioni o associazioni. Ed è stato soprattutto questo ad attirare la nostra attenzione!

1) Come e quando è nato il progetto? Come si chiama? In quanti siete? Vi siete ispirati a Food No Bombs?
Il progetto è nato all’inizio del 2015 dopo aver letto la notizia sui quotidiani di un homeless morto per strada a causa del freddo. Stavamo raccogliendo coperte per i cani nei rifugi e abbiamo realizzato che oggi ci sono ancora umani che muoiono assiderati. Da lì abbiamo pensato di ampliare il nostro impegno anche agli animali umani, visto che degli altri ce ne stavamo già occupando. Il progetto si chiama scherzosamente La Compagnia della Polenta poiché il primo pasto servito era polenta con sugo di legumi che è stato particolarmente apprezzato. Gli homeless gustano più volentieri le nostre pietanze rispetto a semplici sandwich o altri piatti veloci tradizionali della cucina onnivora e di questo siamo immensamente felici. Il numero dei partecipanti cambia di volta in volta, da un minimo di cinque persone a un massimo di dieci. Altri amici e volontari, qualche anno prima, avevano pensato di fare una cosa simile ispirandosi a Food No Bombs e noi, a nostra volta, ci siamo ispirati a loro.

2) Qualcuno potrebbe dire che siete fuori dalla vostra “giurisdizione”. Un gruppo di attivisti vegan di solito si occupa di animali. Perché cibo vegan per le persone senza dimora?
Partendo dal fatto che siamo tutti animali e anche gli umani lo sono, non pensiamo che sia qualcosa di così al di fuori di quello di cui ci occupiamo di solito. L’essere vegan, secondo noi, comprende tutti gli esseri viventi e, in quanto antispecisti, non facciamo differenze di alcun tipo.

3) Come vi finanziate? Come vi organizzate per cucinare e trasportare il cibo? Il gruppo è aperto? Tutti e tutte possono unirsi a voi?
Il più delle volte paghiamo di tasca nostra il cibo che poi portiamo ai senzatetto. Fortunatamente durante il MiVeg si è raccolta una cifra destinata al nostro progetto e in questo momento stiamo utilizzando questi fondi. Cuciniamo nella sede di Vitadacani Onlus. Il cibo viene messo in contenitori professionali chiamati Gastronorm che in parte abbiamo acquistato facendo un vero e proprio investimento perché per noi era fondamentale che il cibo arrivasse caldo a destinazione. I gastronorm vengono a loro volta trasportati in grandi contenitori termici a rotelle. Tutti possono unirsi a noi. Ciò che conta è che abbiano una veduta della vita molto simile alla nostra e che apprezzino il concetto di sfamare altri individui senza sacrificarne altri.

4) Quanti pasti riuscite a preparare e dove operate? Avete avuto problemi burocratici con le autorità? Sapete di altri gruppi simili al vostro in Italia e all’estero?
Riusciamo a preparare tra le sessanta e le settanta porzioni di cibo caldo che varia di volta in volta e lo distribuiamo soprattutto nel centro di Milano, dove ci sono parecchi senzatetto. Per ora non abbiamo ancora avuto nessun problema con le autorità. In Italia sappiamo che ci sono altri gruppi vegan in altre regioni che si sono organizzati per fare la stessa cosa.

5) Nel vostro immaginario di attivisti chi sono i senza dimora?
I senza dimora possono essere persone sfortunate o coloro che si sono ribellati a un certo tipo di società imposta della quale non hanno seguito le regole. In qualche modo, ribellandoci anche noi a certi schemi, riusciamo a sentirci vicini agli uni e agli altri. Sicuramente questa esperienza non aiuta solo loro, ma ci insegna moltissimo su un’umanità che viene tenuta ingiustamente ai margini della società, ma che invece ha molto da insegnarci.

6) Riuscite a portare un messaggio antispecista in un ambiente così travagliato come quello in cui operate?
Sembra strano, ma sicuramente sì e questa è una grande soddisfazione. I senzatetto apprezzano molto il nostro cibo gustoso senza derivati animali e, molto spesso, desiderano approfondire il discorso animalista e antispecista. Addirittura ci siamo ritrovati coinvolti in una discussione con uno dei senzatetto che ci ha mostrato la sua preoccupazione per l’inquinamento procurato dagli allevamenti intensivi che, oltre ad essere quindi un male per gli animali, nuoce anche al pianeta.

7) Sappiamo come il mondo della cucina sia generalmente caratterizzato da una marcata gerarchia maschilista. Da attivisti come vi ponete su questa questione?
Nell’immaginario collettivo, la cucina è stata sempre un dovere della donna di casa. Quando è l’uomo ad occuparsene, la preparazione di cibi diventa addirittura arte culinaria, senza il peso del dovere. E’ un modo di vedere molto sessista che non possiamo condividere.

8) Che cosa pensate degli chef e delle aziende che abbinano la loro immagine al sostegno alimentare per i bisognosi? Si tratta di una nuova tendenza?
Se fatto in buona fede, indubbiamente possiamo tutti guadagnarci e giovarne. Diversamente, se viene fatto solo per un ritorno di immagine, allora è a tutti gli effetti un vero e proprio sfruttamento dei bisognosi che noi contestiamo come i meccanismi sociali di cui sopra.

9) Il vostro approccio alla questione animale è cambiato nel corso di queste esperienza? Avete approfondito, visto e compreso aspetti che prima vi sfuggivano?
Il nostro approccio non è cambiato, ma è stato certamente approfondito. Finalmente si è realizzato quello che si è sempre detto: parlando di antispecismo dobbiamo occuparci di tutti, veramente di tutti senza differenze. Abbiamo toccato con mano quella che da tempo consideravamo una società malata e che non considera chi non corrisponde a certi standard e che prende in considerazione solo coloro che hanno raggiunto uno status quo vero o presunto.

10) Riusciremo a trasformare l’odierna onda vegan in un movimento per la Liberazione Animale?
Questo è per noi un punto molto sensibile e che ci preme moltissimo. Ultimamente è stata fatta molta confusione, banalizzando certi ideali, riducendo questa ondata vegan alla stregua di una moda, una tendenza o qualcosa che ha a che fare solo con il benessere fisico. Gli ideali fondamentali della scelta vegan sono stati persi di vista. Ci auguriamo che dopo questa prima ondata che ha travolto un po’ tutti, le persone si soffermino realmente su una visione di insieme e su un movimento di Liberazione che in questo momento è stato lasciato un po’ in ombra e che invece è il perno di tutto.

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