LorenzoGuadagnucciGiornalista

 LorenzoIntervista a Lorenzo Guadagnucci gionalista

1) Abbiamo avuto il piacere di conoscerti, di vivere per un breve periodo con le “tue meravigliose codine” e di gustare gli squisiti pomodori (e non solo) del tuo orto. Gattofilo-contadino-giornalista? In che ordine?
La mia preferenza corrisponde all’ordine che avete indicato voi, anche se il lavoro di giornalista alla fine è quello che concretamente prevale, sia per il tempo che impegna sia perché è la mia fonte di reddito. Certo non saprei più stare senza i miei gatti, che sono per me un esempio e un punto di riferimento. Anche la cura dell’orto, che ho scoperto solo pochi anni fa, è diventata fondamentale.

2) Che cosa cambia nella vita di un giornalista quando diventa vegan, quando si accorge in modo così profondo che l’oppressione animale è un’ingiustizia scontata, accettata e condivisa?
Per me è stata una riflessione – sfociata nella scelta vegan – che ha approfondito i miei pensieri e allargato la mia visione del mondo. Nel lavoro di giornalista, e mi riferisco alla vita in redazione, cambia qualcosa nel senso che sei considerato un possibile esperto della materia, nei limitati casi in cui tale competenza venga considerata utile. Mi è così capitato di scrivere qualcosa sull’argomento.

3) Di solito gli articoli e i dossier giornalistici si occupano di animali in caso di eclatanti eventi come il morbo della mucca pazza, l’influenza aviaria, la salmonella… e, pochissimo, dal punto di vista dell’ingiustizia che subiscono quotidianamente ben settanta miliardi di loro. E’ solo per vendere più copie?
Credo che l’idea vendere più copie in questo caso non c’entri. Gli allarmi per la salute sono per forza di cose un tema di grande interesse per i media. L’ingiustizia quotidiana invece non fa notizia. È la normalità e come tale è vissuta. In questo senso i media sono semplicemente allineati con l’opinione corrente.

4) Durante il G8 di Genova nel 2001 hai subito pestaggi e violenze, sei stato ferito e arrestato. Questa devastante e drammatica esperienza ha in qualche modo incrinato e scoraggiato il tuo atteggiamento non-violento?
Possiamo dire che quell’esperienza ha messo alla prova la mia scelta nonviolenta (che io scrivo tutto attaccato, come voleva Aldo Capitini, perché non mi riferisco a una semplice assenza di violenza ma a una filosofia e a un progetto di cambiamento sociale). Ripensandoci ad anni di distanza, credo di avere reagito in modo nonviolento. Ho lottato, secondo le mie possibilità, per ottenere giustizia e il riconoscimento sociale della verità. Ho cercato il dialogo con la mia controparte del momento – le forze di polizia – ad esempio invitando sindacalisti di polizia a convegni e presentazioni del mio libro. Ho cercato di avviare progetti di trasformazione. Alla fine le mie convinzioni nonviolente si sono rafforzate. Continuo a pensare che la nonviolenza sia un progetto rivoluzionario, che oltretutto è da sempre aperto alla questione animale: a partire dal giainismo, cui si deve il concetto di ahimsa, fino a Gandhi e Capitini.

5) Nel movimento animalista spesso si nota, soprattutto sui social network, un uso abnorme della violenza verbale (assassino! A morte!) contro cacciatori, vivisettori, allevatori… Secondo te è da considerarsi al pari di quella fisica, oppure è da comprendere e, in un certo senso, accettare?
La nonviolenza non sopporta d’essere confinata entro certi ambiti ed essere esclusa in altri. Comprende eccome le forme della comunicazione. Un progetto rivoluzionario nonviolento – cioè un progetto rivoluzionario con possibilità di riuscita duratura nel tempo – non può essere realizzato se non con strumenti nonviolenti. I quali, come sappiamo, non coincidono affatto con l’acquiescenza. Sono strumenti di lotta, ma certo non includono forme di violenza, nemmeno a parole.

6) Sei tra i fondatori del gruppo “Giornalisti contro il razzismo”. In che considerazione tenete la questione animale? Nell’arcipelago animalista, invece, esistono gruppi dichiaratamente razzisti, e molti altri che sono del tutto indifferenti al problema. Che ne pensi?
Il nostro gruppo ha avuto quattro fondatori. Due sono vegan, uno è vegetariano, solo uno è carnivoro, ma forse lui si definirebbe “vegetariano non praticante”. Qualcosa vorrà dire. Ma la questione animale, a dire la verità, non è entrata nel nostro lavoro di pressione sui media e di autoformazione. È un limite che abbiamo avuto. Del razzismo fra gli animalisti penso quello che penso del razzismo: è uno strumento di potere legato a un’eredità storica, anch’essa legata a ragioni di potere. Un gruppo animalista che sia razzista o indifferente al tema dimostra di avere capito ben poco della questione animale e di avere una lettura assai minimalista e poco perspicace della società presente e dell’ingiustizia che la caratterizza.

7) Sappiamo che sei impegnato anche nell’economia solidale. E la finanza “etica” che si occupa di sostenere, finanziare e favorire piccoli progetti di allevamento (di capre, galline con produzione di uova, formaggi… magari anche bio) che comportano sfruttamento?
Più che di finanza etica parlerei di finanza critica. Credo che l’economia solidale sia un ambiente nel quale portare il punto di vista antispecista. L’economia solidale, per quanto in Italia sia ancora un movimento molto piccolo rispetto a quel che accade altrove (ma esistono reti internazionali molto interessanti), è un ambiente nel quale sperimentare forme di altra società. La si può guardare dall’esterno e giudicarla: si arriverà facilmente alla conclusione che l’orizzonte massimo lì dentro è la prospettiva, per noi inaccettabile, della “carne felice”. Se invece la si guarda come attivisti antispecisti impegnati nel cambiamento, allora l’economia solidale è un movimento interessante, un buon luogo in cui portare la nostra lotta, perché è un ambiente proteso al cambiamento, dove si parla di economia di giustizia, di futuro del pianeta, di rigetto del sistema neoliberista e consumista. Certo ci saranno ostilità e incomprensioni ma queste fanno parte di una lotta difficile come la nostra. L’economia solidale è uno di quei luoghi in cui misurare la forza e le prospettive della nostra proposta di società.

8) In merito alla questione animale si usa spesso la parola “diritti” e, molto meno, la parola “libertà”. Forse siamo partiti con il piede sbagliato, forse in assenza di libertà (di espressione, di movimento, di scelta…) i diritti restano una concessione da parte del “più forte”. Meglio di niente?
Credo che siamo ancora in una fase interlocutoria nella stessa definizione delle strategie. E siamo parte di un movimento composito, con molte sfaccettature. È così in ogni movimento, specie se portatore, nel suo messaggio generale, di una sorta di rivoluzione. Non direi che parlare di diritti è “meglio di niente”, perché è un’espressione che sembra liquidare in modo un po’ sbrigativo l’impegno di tanti. Direi piuttosto che è una delle prospettive di cambiamento adottate dal movimento animalista. Non è l’unica e probabilmente nemmeno quella centrale, ma è inevitabile che in un movimento come quello animalista/antispecista convivano filoni che perseguono obiettivi diversi, pur condividendo la prospettiva generale.

9) Viviamo in una società fondata sul dominio, un dominio che ci comprende e ci coinvolge. Molti sentono l’importanza e la necessità di ribellarsi a tutto questo. Che cosa significa, seconde te, ribellarsi? E’ davvero sensato e possibile cambiare se stessi senza un cambiamento che ci coinvolga collettivamente?
La ribellione può assumere molte forme: individuale, di gruppo, estesa a un movimento. Credo che un cambiamento autentico, nel nostro caso si tratterebbe niente meno che di una rifondazione spirituale e materiale della società, non possa che avvenire per via collettiva. Ma un cambiamento così radicale, ha bisogno di tempo per affermarsi, e deve passare anche attraverso la sperimentazione. È in questo ambito – la sperimentazione – che forse può esercitarsi la ribellione più utile, perché si mettono in campo energie che possono individuare proposte e soluzioni che con il tempo possono essere estese. Credo che l’antispecismo abbia ancora molta strada da percorrere, sia sul piano della sua proposta d’insieme, a livello teorico, sia sul piano della sperimentazione. Qui torna utile ancora Capitini, che parlava di pensiero-azione. E non dobbiamo mai dimenticare che il cambiamento sociale cui aspiriamo, dovrà avere consenso, dovrà essere desiderabile.

10) Il veganismo si diffonde sempre di più, però gli animali macellati aumentano, i diritti civili si contraggono, i partiti che raccolgono voti puntando su razzismo e intolleranza di sicuro non arretrano. Che cosa sta succedendo? Questo “veganismo che avanza” ha forse dimenticato il suo lato etico e antispecista, il suo stesso porsi contro un’ingiustizia?
Non credo che ci sia un nesso di questo tipo. Il veganismo magari avanza – almeno in una parte d’Europa – ma in nicchie sociali ed economiche il cui spessore, e la cui “capacità di futuro”, andrà misurata col tempo. Credo che un ambiente sociale e culturale aperto al vegan sia utile alla nostra lotta, perché apre delle porte, ma dobbiamo anche sapere che può essere un’apertura effimera. Razzismo, intolleranza, limitazioni dei diritti si rafforzano perché stiamo vivendo una fase di grave declino economico e le oligarchie che governano l’economia globale stanno accrescendo lo strumento repressivo autoritativo per compensare la perdita di consenso dovuta alla recessione Nella società dei consumi siamo per definizione prima consumatori e poi cittadini, quindi il consenso si ottiene normalmente garantendo buoni standard di consumi al cosiddetto ceto medio Se questo consenso consumistico cede, occorre intervenire con altri mezzi. Credo che stiamo vivendo una fase di ulteriore impoverimento dei sistemi democratici. È un declino generale, anche ideologico, molto pericoloso sotto il profilo dei diritti e delle libertà.
(Intervista a cura di Troglodita Tribe)

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