Massimo Filippi

bobina

“LaBobo”

Intervista a Massimo Filippi Emergenza Instabile

1) Massimo Filippi si occupa da tempo della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Abbiamo letto con interesse i suoi ultimi due libri. Il primo è Crimini in tempo di pace – la questione animale e l’ideologia del dominio (scritto con Filippo Trasatti), il secondo Penne e pellicole. Gli animali, la letteratura e il cinema (scritto con Emilio Maggio). Alcuni sostengono che l’antispecismo dovrebbe sbarazzarsi della lotta contro lo specismo e tu, al “Secondo Convegno Italiano Antispecista” , hai proposto di cercare un nuovo nome all’antispecismo. Perché?
Perché “antispecismo” è un termine triste e, in qualche modo, ancora antropocentrico. È triste perché si definisce in negativo, in opposizione; veicola passioni tristi appunto, in quanto sembra mancare ciò che dovrebbe innervarlo in profondità: la potenza desiderante e affermativa dell’animalità. Ed è antropocentrico perché continua a far ricorso alla categoria di “specie” che dovrebbe invece iniziare a decostruire – come, ad esempio, ha fatto il femminismo con la nozione di “genere”. Forse dovremmo cominciare a capire che le “specie” non sono tanto un dato di natura, quanto piuttosto una costruzione storica, culturale e politica tutt’altro che neutra e disinteressata. In fondo, i biologi definiscono la specie come quella comunità di individui, maschi e femmine, che accoppiandosi sono in grado di dar vita ad una prole fertile. Anche la specie, allora, ribadisce sottotraccia l’esistenza del Maschio e della Femmina – che, come sottolineava Benveniste, è una questione che può appassionare solo una società di allevatori –, il primato dell’eterosessualità, la necessità di continuare a riprodursi e a riprodurre un certo tipo di struttura sociale. Tutto questo vi ricorda qualcosa? È davvero questo che vogliamo dire quando diciamo “antispecismo”?

2) Il nostro sguardo sugli animali, secondo te, è pornografico. Perché? E quando non lo è?
Il nostro sguardo verso gli animali è spesso pornografico, ma non sempre. È pornografico quando instaura quella che Foucault chiamava una dissociazione tra il vedere e l’essere visti, quando da una parte c’è un occhio concupiscente – il nostro – che può scandagliare ogni millimetro, esterno ed interno, dei corpi animali completamente denudati o squartati. Quando tra loro e noi mettiamo le sbarre di una gabbia, quando li “guardiamo” rinchiusi in un allevamento, in un laboratorio, in uno zoo. Quando neghiamo loro la possibilità di guardarci, distogliendo, come direbbe Adorno, il nostro sguardo dalla loro sofferenza e dalla loro morte. Sbarre e gabbie che possono anche essere immateriali, come accade nelle più comuni rappresentazioni degli animali, ad esempio nell’arte come nature morte, nella letteratura come elementi dello sfondo naturale da cui si stagliano le magnifiche e progressive vicende umane o nella pubblicità quando servono a dare una patina di “vivo” alle merci che altro non sono che il risultato della trasformazione dell’impresa capitalista del vivo in morto. Chiaramente, il nostro sguardo non è pornografico quando si abbassa e abbassa le sue pretese, quando smette di essere sguardo per farsi tattile: abbraccio, carezza, contatto. Lo sguardo sovrano è ciò che definisce la pornografia; il contatto è invece il cuore pulsante dell’amore – erotico o compassionevole che sia.

3) Hai scritto che per superare l’antropocentrismo occorre congedarsi dalla lingua umana (la lingua del dominio e dello sfruttamento) e apprendere una lingua silenziosa. Cosa intendi?
Intendo che non esiste un linguaggio, ma che esistono tanti linguaggi. O, meglio, delle lingue. E che, come direbbe Deleuze, alcune di queste lingue, tra cui il linguaggio umano “classicamente” inteso, sono lingue maggiori – nel senso che dividono i parlanti in parlanti veri e propri (i greci) e in parlanti balbettanti (i barbari), istituendo/confermando in tal modo la logica del dominio e dell’oppressione. Altre lingue, però, sono minori, sono orizzontali, ci dislocano, ci perturbano e ci inseriscono in un piano di immanenza che ci permette di dialogare con gli altri. Di divenire. Lingua silenziosa è sinonimo di lingua minore, di una lingua priva di sentenze (di morte), di una lingua che sente il vivente pulsare nell’altro da sé. Di una lingua animale, appunto. In fondo, gli animali non sono ontologicamente privi di linguaggio, ma politicamente deprivati della possibilità di risponderci. In fondo, l’“Uomo” si è sempre definito come l’animale dotato di linguaggio. Date queste premesse, possiamo davvero pensare alla liberazione animale continuando a far ricorso a una visione logocentrica e a un linguaggio maggiore (ossia propriamente umano)? O, forse, per muoversi in una direzione altra, dovremmo innanzitutto liberarci di un certo tipo di linguaggio per accettarne uno sospeso, infarcito di silenzio? Un linguaggio che non pretenda di sapere tutto e di dire tutto, ma che si impegni a porre agli altri domande interessanti per poi lasciarsi modificare dalle risposte che quelli vorranno darci?

4) A volte “decostruisci” il linguaggio e usi termini inconsueti, uno di questi è “indistinzione”, ovvero liberarsi da ogni forma di classificazione per abbattere tutte le linee di confine e superare la nostra stessa identità. Cosa c’entra questo con la liberazione animale?
Questa domanda si collega alla precedente. Da quanto detto, spero che sia chiaro che la decostruzione del linguaggio non è un capriccio intellettualistico, ma una componente necessaria della liberazione dell’altrimenti-che-umano. Il concetto di indistinzione nasce proprio da questa necessità. Superato l’identitarismo della prima ondata antispecista – riconosco alcuni diritti a chi è quasi umano –, e la politica delle differenze del secondo – ti riconosco come soggetto etico in quanto altro da me –, si sta cercando di affermare una politica del comune, ossia il riconoscimento di quella faglia profonda e sotterranea che sostiene e attraversa tutto il vivente sensuale. Mi pare che il concetto di indistinzione rimandi al fatto che al di là della vita che viviamo – quella che interessa biologi, antropologi, sociologi, allevatori, ecc. –, esiste, non riconosciuta e disprezzata, la vita per cui viviamo: il cosiddetto bene comune – come si dice oggi –, ma spogliato dalle sue caratteristiche fortemente antropocentriche o, come dicevano i presocratici, l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. E il fuoco che brucia incandescente è quello dei corpi che sentono, si sentono sentire, sentono il sentire dell’altro e sentono l’altro sentire il proprio sentire. Il fuoco desiderante e sensuale dei corpi animali, dei corpi che (dunque) siamo. Se la liberazione animale non è più semplicemente la liberazione di alcuni (pochi) animali – qualcosa, come direbbe Sciascia, che cambia tutto per non cambiare niente –, ma è intesa come liberazione del vivente sensuale non può che darsi come superamento di ogni identità e di ogni tassonomia ingabbianti. Classificare, in fondo, è costruire recinti materiali (la proprietà privata) e imporre recinti immateriali (le proprietà che permettono di mettere gli esseri in differenti caselle disposte, guarda caso, verticalmente). L’indistinzione è il movimento oltre il proprio, la proprietà e le proprietà, quel movimento che riconosce ciò che accomuna tutti i corpi: la paradossale potenza di essere impotenti, di poter soffrire, gioire, desiderare e morire. L’indistinzione è lotta di classe. Non vi pare che tutto questo abbia qualcosa a che fare con la liberazione animale?

5) Alcuni neuroscienziati, da un po’ di tempo, stanno dibattendo sul concetto di libero arbitrio. Qualcuno insinua che, addirittura, non esista. Ma in uno scenario di questo tipo che ne è della libertà e della responsabilità? E della liberazione animale?
Il libero arbitrio è una questione che si dibatte da lungo tempo e, temo, che tale questione abbia molto a che fare con quella animale. L’“Uomo” possiede il libero arbitrio, gli animali no, sono preda degli istinti. Ma che cosa è il libero arbitrio? E gli istinti? Dove iniziano questi e dove finisce quello? Chi traccia questa linea di confine? Parafrasando un celebre dialogo di Bateson con la figlia potremmo dire che fino ad ora abbiamo definito il libero arbitrio come l’opposto degli istinti che a loro volta sono definiti come assenza di libero arbitrio. Ci troviamo cioè presi in una sorta di situazione in stile comma 22. Anche per questo, dobbiamo uscire da queste dicotomie oppositive e gerarchizzanti che ci rinchiudono nel momento stesso in cui rinchiudiamo. Capite che, assunta questa prospettiva, il dibattito sull’esistenza del libero arbitrio perde forza e mostra solo l’arroganza di quella che di fatto è una discussione sociobiologica superata: chi nega il libero arbitrio di solito lo nega agli altri; in fondo, lui è addirittura così saturo di libero arbitrio da poter affermare sovranamente che non esiste! Dire che non esiste il libero arbitrio è come dire che il mondo non è modificabile politicamente, che possiamo tornarcene tutti a casa a gestirci i nostri miseri segretucci edipici. Premesso – come ormai dovrebbe essere chiaro – che la questione del libero arbitrio non mi appassiona, mi sembra proprio che la negazione del libero arbitrio sia uno degli infiniti trucchi per spacciare come naturale ciò che invece è una costruzione socio-culturale che nasconde ben precisi interessi economici e di potere. La negazione del libero arbitrio è la lingua maggiore (e oscena) dei potenti. Per scendere sul piano della pratica e per dire tutto questo molto semplicemente, la massima che propongo è la seguente: agisci come se il libero arbitrio esistesse, perché in caso contrario o accetti il mondo orrifico in cui viviamo così com’è o puoi immediatamente restituire il biglietto di entrata.

6) Il transumanismo è quella corrente di pensiero che propone di superare la natura umana grazie alla scienza e alla tecnologia. Mentre il primitivismo propone l’esatto opposto: l’abbandono integrale di entrambe per superare l’ideologia del dominio. Eppure ci sono antispecisti primitivisti e antispecisti transumanisti. Come è possibile?
La nostra tradizione culturale ha sviluppato un interessante concetto di “natura”, molto versatile perché grandemente ambiguo. Ricorrendo alla natura possiamo legittimare qualsiasi fenomeno, dall’ecologia all’omofobia. Perché? Perché per noi la natura è essenzialmente due cose: il selvaggio violento e malvagio da addomesticare oppure lo standard edenico di riferimento a cui tutti dovremmo conformarci, ciò che è e che non può che essere così com’è. La natura è al contempo selva (oscura) e giardino (dell’Eden). La natura è una macchina che permette di dividere chi è considerato naturale (l’Uomo bianco, maschio, adulto, eterosessuale, sano e ricco) e quindi da imitare da ciò che è, appunto, contronatura (le donne, i non bianchi, i vecchi e i bambini, gli omosessuali, le lesbiche, i/le trans, gli intersessuali, i queer, gli anormali, i lavoratori, i proletari, i sottoproletari e i poveri). La natura è il sogno abietto dei potenti, soprattutto quando parlano di natura umana per riprendere quanto detto prima sul libero arbitrio (un giorno, poi, se si prendessero la briga di dirci che cosa sia questa benedetta “natura umana”, ci farebbero un grande favore…). Accettata questa prospettiva, penso allora che le due correnti del pensiero animalista di cui parlate – transumanismo e primitivismo – siano il risultato estremo della nostra teologia politica che non ha mai decostruito la categoria di “natura”, che non si è mai liberata da questa visione della natura: il transumanismo vede la natura come qualcosa da addomesticare a favore del proprio dell’“Uomo” e il primitivismo come qualcosa di autentico e puro, il proprio più autentico dell’“Uomo”. Il primo intende liberarsi dalla natura, il secondo promuove la liberazione della natura e anche se sembrano essere agli antipodi l’uno dell’altro, sono in realtà contigui, parlano entrambi la stessa lingua. Forse, bisognerebbe iniziare a scorgere che cosa si nasconde dietro questa categoria umana, troppo umana, per cominciare a pensare come liberarsi alla natura.

7) Perché sottolinei che la compassione è più importante dell’empatia? Cosa intendi per compassione? Cosa potrebbe insegnarci?
L’empatia prevede un soggetto che empatizza e un oggetto che viene empatizzato. L’empatia è una costruzione ancora verticale, categorizzante e paternalista. Inoltre, essere empatici non basta. Non basta cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri: i torturatori, da questo punto di vista, sono molto empatici, sanno dove colpire, sanno dove possono fare più male. La compassione, invece, come anche l’etimologia del termine dovrebbe immediatamente mettere in luce, è patire (sentire) con, insieme, orizzontalmente; è superamento dei confini tra individui – altra interessante costruzione della nostra teologia politica – a favore dell’indistinzione, dell’intreccio di relazioni da cui talvolta emergiamo assumendo la maschera della persona. “Sentire con” – compassione – è consentire e acconsentire. È amore, inteso nel senso di Hardt e Negri: atto ontologico in grado di produrre nuove soggettività, nuovi mondi, nuove relazioni sociali.

8) Gli animali non pianificano a tavolino una rivoluzione, ma, da sempre, resistono e si ribellano ai soprusi e allo sfruttamento umani. In effetti, siamo riusciti ad addomesticare meno del 10% delle specie che abbiamo cercato di sottomettere. Eppure, ancora oggi, nonostante le documentazioni, i filmati, gli articoli di cronaca, quest’idea, l’animale che scappa, che si ribella, che resiste, viene spesso ridicolizzata e resa spettacolo. Il concetto stesso di “Resistenza Animale” è ancora difficile da riconoscere e da accettare. Quali possono esserne i motivi?
Quello che dite è assolutamente vero, così vero che tra i detrattori della resistenza animale vi sono alcune frange del movimento animalista, o meglio di quello che è stato definito neo-animalismo. Credo che il motivo principale di questa svalutazione – che denigra la ribellione/resistenza degli sfruttati e che irride chi solidarizza con loro e che, quindi, compie un ottimo lavoro a favore dell’oppressione specista – è ancora una volta il persistere pervasivo di una cultura e di prassi profondamente antropocentriche accoppiato, a mio parere, con un’insufficiente riflessione critica. A questo si aggiunga che degli animali non sappiamo (quasi) nulla – se non quello che ci serve per disciplinarli e ucciderli –, motivo per cui non siamo in grado di interpretare i loro gesti di rivolta e di resistenza. Spesso, poi, si confonde la mancata messa in atto di forme di ribellione e il loro frequente insuccesso con un’incapacità ontologica. Detto altrimenti, gli episodi di resistenza animale o non vengono visti o sono mal interpretati: quello che passa per impossibilità ontologica altro non è che il risultato (modificabile) della enorme sproporzione delle forze in campo. Nei lager è difficile ribellarsi o opporre resistenza, tanto più scatenare rivoluzioni che, per essere tali, non devono necessariamente essere pianificate a tavolino. O forse pensiamo che la Rivoluzione francese o quella di Ottobre, per fare solo due esempi, siano semplicemente il risultato di quanto immaginato da Robespierre o da Lenin? Un po’ naif, no?

9) Spesso si parla di “indispensabili alleanze” con altri movimenti che si attivano contro il concetto di dominio. Si parla anche di “sorellanza delle lotte”. Quali sono le lotte sorelle che vedi più vicine, maggiormente proiettate verso il superamento dell’antropocentrismo?
L’idea delle intersezioni, delle alleanze, delle sorellanze tra diverse lotte di liberazione sorge solo nel momento in cui si riconosce che la categoria de l’“Animale” non contiene e rinchiude esclusivamente i non umani, ma anche schiere di umani trasformati in meno-che-umani (animali) e l’animalità che ci costituisce e che ci attraversa da parte a parte, quell’animalità che non smettiamo mai di occultare, di deodorare, di rimuovere. Alcune correnti del movimento antispecista non sembrano in grado di cogliere appieno questo punto, condannandosi in tal modo a uno sterile isolamento. I movimenti di liberazione intraumana continuano invece a trascurare il fatto che non basta decostruire gli attributi che definiscono l’ “Uomo” (bianco, maschio, eterosessuale, ecc.), ma che bisogna decostruire anche l’Uomo”, se si vuole arrestare davvero la macchina che separa per appropriarsi e che si appropria separando. Questo dovrebbe essere il compito di quello che in mancanza di un termine migliore chiamiamo antispecismo: far incontrare il pensiero e le lotte per la liberazione degli altri animali con il pensiero e le lotte contro l’ideologia del dominio che fino a oggi si sono sempre arrestati sul confine di specie. Per completare la risposta alla vostra domanda, direi che le lotte sorelle più vicine sono quella antirazzista – che si oppone alla speciazione di miliardi di umani lasciati morire “a casa loro” o durante l’attraversamento delle nostre frontiere – e quella lgbtiq – che si oppone all’eterocentrismo riproduttivo che abbiamo visto nascondersi anche dietro la categoria di “specie”.

10) Un mondo senza dominio e oppressione riesci a vederlo? Basta la fantasia per immaginarlo? E la sensibilità?
No, non riesco a vederlo. E non voglio vederlo, perché se lo vedessi, starei ripetendo la più tipica delle operazioni del dominio, quella che, come si diceva, disaccoppia il vedente dal visto. Riesco, però, a sentirlo, a sentire il fluire orizzontale del desiderio dei viventi sensuali, il non- senso (che non è insensatezza) del con-sentire. È una fantasia? Forse sì, ma una fantasia che, per parafrasare, oltrepassandolo, uno degli slogan più noti del Maggio francese, rivendica la sua potenza desiderante.
Intervista a cura di Troglodita Tribe

2 Risposte to “Massimo Filippi”

  1. CaVic marzo 1, 2015 a 5:04 pm #

    Ciao, interessante intervista. Concordo molto poco in generale però mi prometto di rileggerla più volte per capire bene.
    Potete spiegarmi questo inciso? “… e quella lgbtiq – che si oppone all’eterocentrismo riproduttivo che abbiamo visto nascondersi anche dietro la categoria di “specie” ”
    Non ho capito, in che senso? La riproduzione umana non avviene maschio + femmina? Le persone lgbtiq hanno la facoltà di adottare i bambini ma non di concepirne. Certo, poi si può pensare ad uteri-in-affitto, fecondazione artificiale oppure (e queste sembrano essere le ultime frontiere-conquiste della scienza in merito) l’EUFI (incubazione del feto extra-utero) e le Xenogravidanze (parto di un feto umano da un’altra specie) ma non vi sembra che tutto ciò possa traghettare la questione sulla tavola ben imbandita del turbo-capitalismo? Dove tutto è in vendita e tutto si può comprare anche se natura ti dice “no”. Sono molto scettica.

    • trogloditatribe marzo 1, 2015 a 6:43 pm #

      Ciao! ecco la risposta di Massimo:

      “Il movimento lgbtiq mette in dubbio la presunta naturalità dell’eterosessualità, mostrando che il genere è una costruzione sociale, culturale e politica. Anche il concetto di “specie”, come discusso nella prima risposta, trova fondamento sulla centralità della divisione maschio/femmina. Quindi, mi pare che il movimento antispecista e quello lgbtiq possano riconoscere un terreno comune su cui potersi “intersecare”. Detto altrimenti, qui non si sta parlando di biologia, ma di politica. E ci si oppone radicalmente al turbocapitalismo — non alle scelte e ai bisogni individuali — che, guarda un po’, ha bisogno continuamente di riprodursi, attingendo ad una presunta naturalità, di cui il “Maschio” e la “Femmina” sono parte integrante. Del resto, siamo una società di allevatori, come diceva Benveniste.”

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