Veronica BastaDelfinari

basta delfinariIntervista a Veronica di Basta Delfinari

1) Apprezziamo tanto il tuo impegno contro il delfinario di Rimini e ci conosciamo da tempo. In seguito ad una serie di denunce, mobilitazioni, indagini, esposti, finalmente la magistratura ha ordinato il sequestro dei delfini rilevando e rivelando i gravi maltrattamenti a cui erano sottoposti per il divertimento del pubblico pagante. Ora dove si trovano? Come si chiamano e quanti sono? Potranno essere rimessi in libertà?
I delfini sequestrati a Rimini nel settembre 2013 sono stati spostati all’ acquario di Genova. Si tratta di una famiglia composta da mamma Alfa e dai figli Luna, Sole e Lapo, ultimo nato che al momento del sequestro era quello in condizioni di salute più precarie. Gli animali sono di fatto passati da una prigione a un’ altra, perchè non sono previsti progetti di riabilitazione e reinserimento in libertà o in un santuario in mare dedicato alle vittime dei delfinari. Purtroppo i cetacei rendono finchè sono prigionieri, non c’è interesse a liberarli per il loro altissimo valore economico. Infatti la legge italiana proibisce la cattura dei delfini in mare e l’acquisto di animali catturati in altri paesi, quindi il loro valore economico, come spiegatoci dal presidente di Fondazione Cetacea Sauro Pari, è di circa 400.000 euro per ogni delfino. L’ aspetto positivo della chiusura della struttura va letto nel fatto che era il secondo delfinario a chiudere in due anni (nel 2012 aveva chiuso il Palablù di Gardaland, anche se per motivi diversi).

2) Quali sono i gruppi, le associazioni, le figure professionali che si sono mobilitate al vostro fianco per contrastare il delfinario di Rimini? Gli abitanti vi hanno sostenuto?
Le vicende legate al delfinario di Rimini ci hanno permesso di conoscere persone e realtà che si sono unite per contrastarne la riapertura. Essere Animali ha organizzato una manifestazione davanti alla struttura, Animal Liberation si è mossa a livello istituzionale e ha condiviso con noi le informazioni ricevute, associazioni come WWF Rimini e altre si sono espresse pubblicamente contro una riapertura che di fatto hanno voluto solo i pochi con un interesse economico al riguardo. Sauro Pari, presidente di Fondazione Cetacea, ci ha concesso due interviste (una sulla cattività e una sul delfinario di Rimini e Oltremare) in cui ha espresso una posizione netta e contraria alla cattività, suffragata da nozioni da “addetto ai lavori” che si sono aggiunte alle motivazioni etiche.
Oltre alle associazioni hanno avuto un ruolo fondamentale le Persone: vecchi amici e sconosciuti che si sono avvicinati e hanno messo a disposizione il loro tempo, le loro capacità e le loro competenze. Alcune di loro già attiviste in associazioni, altre che si affacciavano per la prima volta a questo mondo. E ognuna di loro con entusiasmo, volontà e impegno stanno portando avanti e sviluppando le idee che mano a mano vengono in mente.

3) Il delfinario di Rimini ha chiuso o ha individuato stratagemmi ai danni di altri animali per poter continuare a guadagnare sul loro sfruttamento?
Sin dai primi mesi dopo la chiusura del delfinario, Monica Fornari, proprietaria della struttura, ha dichiarato ai giornali che avrebbe voluto riaprire utilizzando animali meno tutelati dalla legge rispetto ai delfini. E così ha fatto: essendole stata negata la licenza da giardino zoologico necessaria per detenere i cetacei (il delfinario ha esercitato per anni abusivamente) ha tirato fuori dal cassetto una licenza da “spettacolo itinerante”, quella dei circhi, che le ha permesso di riaprire noleggiando per la stagione estiva tre leoni marini provenienti dallo zoo safari di Fasano. A metà estate il Ministero dell’ Ambiente ha intimato allo zoo safari di recuperare le otarie perchè destinate alla preservazione della specie in uno zoo (ancora queste assurde convinzioni) e non a spettacoli da circo, ma sia Fasano che Rimini hanno fatto orecchie da mercante e l’ex delfinario ha proseguito la stagione estiva fino alla fine.
Monica Fornari si è rivelata abile e furba, riuscendo a giocare con normative e licenze, riuscendo a fare quel che aveva in progetto di fare. Del resto, da chi solo un anno prima del sequestro dei delfini, aveva fondato Save The Dolphins, una onlus di facciata che non ha mai svolto alcun tipo di attività, non ci si poteva aspettare del pentimento per aver fatto soffrire decine e decine di delfini negli anni.

4) Come mai secondo te è così difficile riuscire a far chiudere per sempre tutti i delfinari e tutti gli acquari? La difficoltà principale è di tipo economico-politico, o c’è qualcos’altro?
Dietro le strutture che imprigionano gli animali allo scopo di esibirli c’è una motivazione meramente economica mascherata da motivazioni “positive” e grandi bugie raccontate al pubblico che, se realmente conoscesse la sofferenza degli animali in cattività, non pagherebbe il biglietto. Questi posti parlano spesso di “conservazione delle specie” e soprattutto di didattica, asso nella manica per delfinari e soci che cercano con ogni mezzo di imbonire genitori e insegnanti affinchè organizzino gite in zoo e acquari. Vedere delfini che fanno piroette e salti in acqua maschera la loro reale sofferenza, così come aver tolto le gabbie agli zoo a favore dei recinti non permette ai più di vedere che quello che gli addetti ai lavori chiamano “ambiente controllato” è soltanto una condizione di prigionia.
L’ Italia è molto indietro quando si parla di rispetto degli animali e dei delfini in particolare, basti pensare che mentre molti paesi (Grecia, Gran Bretagna, India e molti altri) hanno bandito i delfinari, a Palermo stanno progettando di costruire un nuovo, enorme acquario.

5) Perchè non fai parte di un’associazione e preferisci, invece, un gruppo informale di attivisti?
La mia è una scelta personale, non ho niente contro le associazioni che lavorano bene e portano avanti contenuti e iniziative stupende, che solo con un’ organizzazione forte è possibile realizzare. Per quel che mi riguarda, dopo essere stata in qualche associazione, ho preferito distaccarmi e scegliere le iniziative alle quali partecipare senza rappresentare nomi o bandiere. Le associazioni servono, a livello istituzionale hanno possibilità che dei privati non avranno mai, ma le realtà sono tante, la cosa che conta sono gli obiettivi che perseguono.

6) Di recente centoventi paesi hanno ratificato una risoluzione (ONU) che vieta la cattura e il commercio di diverse specie migratorie, tra cui anche i cetacei destinati alla cattività. E’ un piccolo passo (molti diranno meglio che niente), ma significa che potranno continuare a cacciarli a scopo alimentare? Quanti e quali paesi, oggi, continuano a cacciarli per trasformarli in carne, olio e altri prodotti?
Il film “The Cove” ha fatto luce sul dramma della caccia ai delfini, mostrando come a Taiji questi animali vengano ogni anno sistematicamente massacrati per la loro carne (che in gran parte rimane invenduta) o catturati per l’ industria della cattività di tutto il mondo. Ma il Giappone non è l’ unico paese in cui questa pratica è ancora in atto.
Quando si parla di cetacei è d’ obbligo parlare anche di balene e orche (queste ultime da noi non sono presenti in cattività, ma in paesi come Stati Uniti e Russia, ad esempio, è normale che gli acquari imprigionino questi “giganti del mare”) e il cerchio si allarga a dismisura, basti pensare all’ Islanda, la Norvegia, il Perù (benchè il governo si sia espresso sfavorevolmente) il Brasile (in cui si sta cercando di regolamentare la caccia ai delfini rosa d’ acqua dolce usati come esca per la pesca) o le isole Faroer, in cui migliaia di cetacei vengono brutalmente massacrati ogni anno per puro divertimento in una sorta di rito d’ iniziazione in cui i ragazzi passano allo status di “uomo”.
Stigmatizzare il Giappone per la caccia ai delfini è fuorviante e sbagliato, anche per il fatto che altre realtà altrettanto orrende rischiano di passare sotto silenzio.

7) Mentre l’ONU si preoccupa solo della loro estinzione considerandoli quindi degli “elementi che arredano il pianeta”, in India i cetacei sono stati riconosciuti ufficialmente come persone non umane con il diritto alla libertà e alla vita, e di conseguenza si è disposta la chiusura definitiva di tutti i delfinari e parchi acquatici che li sfruttavano. E in Italia? Quante e dove si trovano queste prigioni acquatiche? Ce ne sono in progetto di nuove? Esiste un coordinamento a cui fare riferimento contro i delfinari, gli acquari ecc?
Al momento in Italia a detenere delfini sono l’ acquario di Genova (di proprietà del Gruppo Costa, che possiede buona parte degli acquari in Italia) , Oltremare di Riccione (anch’ esso del Gruppo Costa) e Zoo Marine a Torvajanica (Roma).
E’ importante considerare che il Gruppo Costa sta andando verso il monopolio della cattività dei cetacei, avendo al momento nelle sue vasche i delfini sequestrati a Rimini, quelli che erano detenuti a Gardaland e quelli che erano stati dati in prestito per qualche tempo allo zoo safari di Fasano, oltre a partecipare in questi giorni a una gara per l’ acquisizione dell’ oceanario di Valencia.
Mentre molti paesi bandiscono la cattività dei delfini e fanno chiudere i delfinari, in Italia siamo ancora molto indietro, basti pensare che a Palermo è in progetto la costruzione di un nuovo delfinario.
Le realtà che cercano di seguire da vicino la situazione dei cetacei in cattività sono diverse, da Sea Shepherd alle associazioni locali ai gruppi informali ed è giusto per mantenere una quantità e una qualità di informazioni il più possibile complete.

8) La boccia di vetro con il pesce rosso e i piccoli acquari nelle case e nei ristoranti ci abituano a trattare gli animali marini come dei soprammobili abituandoci alla loro prigionia, per poi farci accettare gli orrori e la violenza (psicofarmaci, scosse elettriche, punizioni e cibo negato a scopo di addestramento…), nei delfinari, nei grandi acquari e nelle riserve acquatiche. Come fare per contrastare questo immaginario domato sin da quando siamo piccoli?
Insegnare ai bambini il rispetto per gli animali umani e non umani è fondamentale, attraverso di loro passa tutto quello che sarà il futuro
Purtroppo, una vasca piena d’ acqua non ha lo stesso impatto emotivo di una gabbia con le sbarre, si arriva più lentamente a capire che si tratta di una condizione di prigionia e sofferenza.
Attraverso un progetto creato appositamente per i bambini delle scuole primarie stiamo entrando proprio in questi giorni in varie classi, con una favola didattica e attività ludiche che facciano comprendere ai più piccoli che non c’è niente di divertente nell’ essere privati della libertà. Il progetto è portato avanti grazie all’ aiuto di Animal Liberation e la sua diffusione è libera, chi ne volesse una copia può richiederla a bastadelfinari@gmail.com.
Quando si parla di adulti, paradossalmente, aprire gli occhi può essere più difficile. Molte persone hanno perso (o nascosto) l’ empatia e il messaggio mediatico che passano i delfinari, che vogliono far credere che gli animali siano sempre felici e si esibiscano per la gioia di farlo, è potentissimo. Avere la possibilità di mostrare documenti, portare esempi e spiegare alle persone che la cattività non può che significare sofferenza è fondamentale, qui sta il potere di una corretta informazione.

9) Il mare e i suoi abitanti sono quasi sempre considerati delle risorse da sfruttare. Eppure tutti decantano la loro bellezza e meraviglia anche attraverso la fotografia, la pittura, la poesia, l’arte, il cinema… Come mai, secondo te, questa stridente contraddizione?
Probabilmente, per alcune persone, il mare e chi lo abita non è considerato vivente e di conseguenza degno di rispetto. Spesso si tende a provare affinità solo verso chi ci somiglia, molte persone fanno fatica a provare empatia per i mammiferi più simili a noi, il mondo marino è visto come una realtà tanto diversa quanto lontana.
Lo stesso tipo di incoerenza che si può trovare in chi ama il suo cane e magari mangia altri animali, o in chi si indigna per un maltrattamento visto in tv e indossa una pelliccia.
Gli animali del mare sono probabilmente ancora più svantaggiati perchè non sono in grado di gridare e di lanciare quei messaggi di aiuto che aiutano a muovere le coscienze.

10) E per finire torniamo intorno al 2005, quando abbiamo conosciuto te e Paolo alla fiera “Eco&Equo” di Ancona. Ci siamo trovati da soli, insieme a voi, ad informare sulla questione animale, mentre tutt’intorno ci si preoccupava esclusivamente di sostenibilità, ambiente, commercio equo… Rispetto ad allora è cambiato qualcosa? Se ne parla di più? E in che termini? Abbiamo fatto poca o tanta strada?
Secondo il mio punto di vista di strada ne è stata fatta tanta, a volte nella via giusta e a volte no. Rispetto a 10 anni fa ora puoi dire con tranquillità di essere vegan e avere quasi sempre la certezza di essere compreso!
L’ alimentazione vegan si è diffusa tantissimo, prendendo a volte anche la strada della corrente di moda e talvolta il termine è stato strumentalizzato da logiche di mercato che rischiano di portare un messaggio sbagliato. Ma vegan non è solo cibo e non è una dieta. Chi è vegan non ha solo un tipo di alimentazione di un certo tipo, ma approccia in maniera empatica a tutti gli esseri viventi, modificando di conseguenza le sue scelte, non soltanto alimentari. Si parte dal rispetto per gli altri per arrivare a un punto. La connessione avviene quando la consapevolezza permette di mettere in pratica delle scelte.
L’ antispecismo vero e proprio è un concetto sempre più noto, che corre in parallelo a quello della corrente vegan e la cosa più bella sarebbe che i due concetti potessero fondersi insieme,e andare avanti di pari passo.
(Intervista a cura di Troglodita Tribe)

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