Tolu-ManettiOperatoriTeatrali

_MG_8350(1)Intervista a Davide Tolu e Mattteo Manetti Operatori Teatrali e Spiriti in Ricerca

1) Abbiamo conosciuto Davide e Matteo in Liguria.
Con voi e il rifugio La Belle Verte abbiamo organizzato un piccolo incontro (Perchè Vegan in 5 parole: Vita, Empatia, Giustizia, Antispecismo e No!) molto partecipato sulla questione animale a cui erano presenti anche famiglie con ragazzi e ragazze; gli stessi che partecipano ai vostri corsi di teatro e gruppi di consapevolezza. Riuscite, in queste diverse occasioni, ad introdurre la questione animale?
Cerchiamo di farlo ogni volta che è possibile. Negli incontri di consapevolezza condotti da Matteo è un argomento costante. Ma anche i nostri laboratori teatrali sono momenti di formazione, di consapevolezza, quindi. Mettere in scena è una grande possibilità di fare palestra per la vita quotidiana, avviene allora naturalmente che si parli di giustizia, di ciò che ci fa star bene e ci fa star male, di contraddizioni e di soluzioni. Quando creiamo una storia teatrale capiamo che il problema è sempre il fulcro della narrazione, senza problema non c’è storia; perciò ci esercitiamo a trovare diverse possibili soluzioni. Nascono più storie e anche l’abilità di trovare più punti di vista, di mettersi “nei panni di”; quindi, certo, anche nei panni degli animali. I più sensibili sono i bambini, o meglio: i bambini sono più disponibili a lasciarsi coinvolgere. La maggior parte degli adulti ha reagito alla naturale empatia erigendo difese. Certo che si è sensibili, però… ma… ed ecco che si cerca di dare legittimità a tutta la violenza che abbiamo subito e a cui abbiamo assistito da quando siamo al mondo, per non farcene travolgere, perché siamo adulti e si sa che “la vita è dura”. Agli adulti cerchiamo di parlare soprattutto portando il nostro esempio: a chi ha voglia di cambiare mostriamo che è possibile. Siamo allo stesso tempo coscienti dei nostri limiti e comprendiamo le difficoltà di tutti.

2) Nei vostri spettacoli teatrali, di cui siete attori, autori di musiche, testi e regia, trattate temi scomodi (ad esempio anche il bullismo) con delicatezza e ironia, senza volgarità, che tipo di reazioni suscitano?
La nostra strategia è far riflettere divertendo, i nostri spettacoli sono sempre (anche) molto ironici. Mentre si ride non ci si sente accusati, si è complici e quindi disposti ad ascoltare, a condividere il pensiero che viene proposto. L’accoglienza è per questa ragione sempre molto positiva, anche perché non presentiamo delle verità assolute ma invitiamo alla riflessione.

3) Una delle vostre esibizioni si intitola One New Man Show, si tratta del primo e finora unico spettacolo italiano a trattare il tema del transessualismo al maschile. Dal 2004 è andato in scena a Milano, Firenze, Piacenza, Padova, Torino, Roma, Genova, Imperia, Bologna, Magenta, Casalmaggiore, Pomarance. Ci potete spiegare di che si tratta?
E’ la storia di Pietro, e delle reazioni maldestre e a volte violente di un paesino di provincia nei confronti di una persona che esce fuori dagli schemi rompendo un tabù fortissimo: quello del binomio uomo/donna. Pietro ha un’identità maschile e vive come un uomo, ma è nato femmina. Volevamo raccontare la storia di una persona transgender all’epoca in cui non era possibile modificare il proprio corpo e tantomeno i propri documenti. Siamo entrambi transgender, perciò questo è anche uno spettacolo realizzato da persone transgender, con l’aiuto di professionisti che hanno abbracciato la causa, come il nostro regista Marco Pasquinucci: lui da subito ha creduto nel progetto. Lo spettacolo è inoltre un omaggio agli attivisti che ci hanno preceduto, quelli che ci hanno spianato la strada, spesso semplicemente vivendo la loro vita nonostante tutto.

4) Nasce prima One New Man Show o il vostro essere vegan?
Nasce prima lo spettacolo. Siamo stati vegetariani per 20 anni prima di comprendere che anche latte e uova derivano da sfruttamento animale.

5) Potreste spiegarci esattamente il significato di transgender, un termine poco conosciuto. Ha delle attinenze con la Liberazione Animale?
Transgender significa letteralmente “attraverso i generi”; oggi viene utilizzato al posto della parola transessuale per indicare che si sta parlando di genere, quindi di identità, del sesso a cui si sente di appartenere e che non sempre sembra andare nella stessa direzione del sesso biologico. Chi sperimenta la realtà transgender scopre che anche biologicamente maschio e femmina non sono due rette parallele ma un continuum, e che esistono infinite sfumature; anche in natura, tra gli animali per esempio. Se alla particolare sfumatura biologica di ognuno aggiungiamo l’imprinting culturale e sociale, l’identità di genere assume un aspetto davvero complesso, impossibile da far rientrare in uno schema statico.
Scoprendo di far parte di un sistema che incasella e reprime tutto ciò che non è controllabile, non a caso molte persone transgender sviluppano una visione non specista, anche se la condizione transgender è stata spesso contestata dagli ambienti antispecisti per l’uso di ormoni e/o di chirurgia a cui le persone T possono sottoporsi. E’ un tema molto delicato ma si tratta in definitiva di un compromesso messo in atto per mere esigenze di sopravvivenza. Evolvere in senso etico d’altronde non può significare cancellare il progresso ma cercare alternative consone a un pensiero non antropocentrico. Ci sono molte attinenze tra la liberazione animale e la liberazione di tutte quelle espressioni umane che non rientrano in ciò che è previsto da un sistema sociale repressivo. Questo sistema, il nostro, è basato sullo sfruttamento. Viene considerato accettabile quando si tratta di animali, perché si crede che sia l’unico modo per garantire la sopravvivenza umana; ma analizzandone i meccanismi si scopre che lo sfruttamento è alla base di tutte le relazioni. Per lo stato hai valore se sei produttivo e vieni allevato con la convinzione di essere in debito, di non avere diritti, di dover lottare per conquistare il tuo posto nel mondo; allo stesso tempo però vali in quanto consumatore, in quanto facente parte di una catena di persone che producono e consumano. Nel nostro caso è più realistica la metafora della piramide, perché la ricchezza prodotta da molti si concentra in mani di pochi. E quindi cosa siamo noi, se non animali da batteria? Il meccanismo che sta alla base è lo stesso.
Ci fermiamo qui nell’analisi perché è giusto che ognuno faccia le proprie. Succede che per difendere strenuamente quel poco che si crede di avere, si nega l’evidenza, ci si abbarbica su vecchie nozioni. Ma l’evidenza avanza, e noi abbiamo molta fiducia nell’intelligenza di un’umanità che desidera star bene. Abbiamo già avuto secoli di guerre e oppressione. E’ il momento di aprirsi di nuovo all’empatia, con coraggio, e riscoprire una verità lapalissiana: siamo tutti collegati, noi, gli animali, il pianeta che ci ospita.

6) Conoscete uno spettacolo teatrale, anche del passato, che tratta la questione animale con un approccio non antropocentrico? L’avete mai realizzato? E’ nei vostri progetti?
Non ne conosciamo ma non dubitiamo che esistano già lavori del genere. A noi è venuta voglia di creare uno spettacolo dopo aver partecipato all’evento “Liberazione Generale” di Firenze nel 2012 in cui si trattavano le interrelazioni tra lo specismo e i vari -ismi riguardanti le oppressioni di e su la comunità umana. Ci stiamo ancora lavorando.

7) Cosa ne pensate degli spettacoli in cui vengono usati animali vivi sul palcoscenico? E’ arte?
Per quanto buoni possano essere gli intenti, nemmeno l’arte può giustificare l’utilizzo di chi non può esprimere in maniera del tutto esplicita la propria volontà; se davvero il fine giustificasse i mezzi, sarebbe lecito utilizzare e violare altri esseri umani per portare un messaggio magari di denuncia, ma nessuno pensa che questo sia lecito. Perché allora dovrebbe esserlo per gli animali? Per il fatto che sono diversi da noi? Perché non possono parlare? Se si cade in questa logica, esisteranno sempre persone che rientreranno nella categoria “diverso da me”. Questo è un meccanismo di pensiero fortemente miope e dalle conseguenze disastrose. Il fine non giustifica affatto i mezzi, anzi i mezzi influenzano e determinano il fine.

8) Uno spettacolo teatrale può essere considerato anche un atto politico?
Certamente, se è nell’intento dei suoi realizzatori.

9) L’oppressione animale, l’oppressione di genere, l’oppressione di chiunque sia o si senta diverso dai canoni dominanti è una vecchia storia. Pensate che l’aumento della consapevolezza animalista possa portare, automaticamente, a riconoscere l’ingiustizia di un’intera società fondata sul dominio?
Lo speriamo e agiamo nel quotidiano per questo.

10) La Liberazione Animale (in tutte le sue complesse e affascinanti sfumature) è un’utopia irrealizzabile alla quale possiamo solo tendere e ispirarci o è un obbiettivo concreto che presto raggiungeremo?
Pensiamo sia un obiettivo molto concreto, necessario per la nostra stessa sopravvivenza. Non sappiamo fare pronostici ma ci accorgiamo che sempre più persone intorno a noi hanno fame di nuovi modelli di vita, più armonici, più rispettosi, più sostenibili, per dirla con una parola oggi di moda. Soprattutto guardiamo a un’evoluzione che passi dal singolo, da una pace che bisogna cercare prima di tutto dentro di noi, trovando la nostra autenticità senza aspettare che altri ci impongano ruoli o etichette, o che un’intera società ci trasmetta la sua verità. Se non ci piace, bisogna trovare il coraggio di cambiare. Noi questo coraggio l’abbiamo trovato nel nostro essere transgender: quando anche i nostri corpi sembravano imporci una direzione che non volevamo seguire, abbiamo scelto la nostra strada, in mezzo a tutti i dubbi e ai necessari compromessi. Abbiamo imparato molto, in questo percorso, modi di essere e di fare e di pensare che non avremmo mai sperimentato se ci fossimo fermati. Grazie a questa scelta, e ogni volta che facciamo una scelta, ci sentiamo più vicini a noi stessi.
(Intervista a cura di Troglodita Tribe)

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