Davide Majocchi

lunacorre

Intervista a Davide Majocchi @utostoppista @ntispecista @ntiautoritario

Abbiamo conosciuto personalmente Davide Majocchi e abbiamo avuto modo di visitare la sua rivoluzionaria Casa famiglia Lunacorre che ospita cani, gatti, capre, galline, conigli, pesci rossi…Un luogo sperimentale, aperto, libero e libertario. Davide, oltre ad essere un attivista antispecista, ha condiviso la sua vita con i cani sviluppando un patrimonio di esperienze e conoscenze fuori dal comune.

 1) Come nasce Lunacorre? Perché hai deciso di chiamarla casa famiglia e non santuario o rifugio come si usa normalmente?
Sono molto felice di conversare con voi su questioni che ho tanto a cuore e nei contesti impegnati e creativi che riuscite sempre a creare. Ricordo quel momento di tanti anni fa in cui mi capitò in mano un vostro ‘libello’: senza conoscervi, ho avvertito subito uno spirito diverso di affrontare la questione animale che mi infuse speranza, forse quello che più serve al cambiamento. Un sentire molto anche mio che aveva a che fare con ciò che mi sostiene nei momenti bui. Lunacorre {NotaBene}, a proposito, nasce da un momentaccio: ‘Luna’ era una cagna di un canile in cui lavoravamo io e Rebecca -ora mia compagna, allora solo collega-; una lupona affetta da una malattia degenerativa che stava subendo accanimento terapeutico. Fra colleghi e volontari, pur senza confrontarci l’uno con l’altro – divisi da un senso di incredulità contagioso e paralizzante – assistevamo alla sofferenza che la attanagliava, pressoché inermi. Chi comandava non avvertiva l’angoscia che procurava un’insistenza tanto vitale quanto mortifera. Noi, invece, che dovevamo curare, drogare, pulire, svuotare la vescica, disinfettare le piaghe, sentire urlare, sorreggevamo in disaccordo un’affermazione della vita fatta di dolore e disperazione ai limiti dell’assurdo. Il ricorso all’eutanasia per gli animali non umani di solito si polarizza tra il ‘troppo prima’ e il ‘troppo tardi’. Non eravamo pronti. Non fummo in grado di contrastare ciò che stava succedendo. Per la prima volta nelle nostre vite di persone impegnate a salvare, si palesava l’impellenza apparentemente contraria: “lasciare che le cose andassero come devono andare”, alla ricerca di un senso profondamente differente di assistenza. Sia io che Rebecca ci sentimmo spaccati in due, un po’ come Luna che versava inconcludente fra la vita e la morte. Ad un certo punto Luna è finalmente morta e Rebecca, dopo esserle stata vicino fino alla fine, si licenziò in tronco per fondare autonomamente Lunacorre. Lunacorre al tempo era lei e la fragile convinzione di una persona rimasta sola, appesa all’origine vertiginosa di un’incomprensione tragica. ‘Luna’ è stata un incontro esistenziale con qualcosa di sopìto, qualcosa che ci portava, ognuno per la propria strada, a soffermarci su nuovi significati di cui sono portatori gli animali. ‘Corre’ perché è morta, perché solo la morte -sì, proprio lei- può diventare una vera e completa liberazione. Anni dopo, la mia testardaggine trovò il limite massimo in quel luogo e anche io me ne andai, distrutto da tante storie di disconnessione emotiva tra uomini e animali. In quel momento Rebecca è ricomparsa nella mia vita: nel momento più nero abbiamo pensato che fosse importante che in un variegato e multiforme movimento animalista ‘per la vita’ occupasse un piccolo posto una sensibilità repressa forse anche in altri ‘salvatori senza patria’ come noi; un qualcosa di indefinito che interpreta la libertà come un sentimento votato non alla conquista, ma alla condivisione e alla perdita. Non so proprio dirvi se lo stiamo facendo. Si tratta in fondo di sensazioni per noi promettenti che riconsidereremo nel tempo. Non un santuario quindi, per evidenti motivi anticlericali; non un rifugio che getta l’intero sguardo all’interno delle proprie mura protettive; più una famiglia – ci siam detti – e una casa, in cui ripartire da zero, anzi da due, per diventare piano piano tutti quelli che siamo (una quarantina!). Casa e famiglia: due parole messe insieme da risignificare, seguendo le impronte lasciate in noi dalle nostre vite complicate. Immersi nella caducità e debolezza che ci rende pari agli altri animali, ci stringiamo a chi riusciamo ad accogliere, per accostarci al comune sentire, per influenzarci a vicenda sul dove andare…sempre di corsa perché il mondo è problematico e scappa via…sotto la luna che sa sparire e non si fa dimenticare mai.
{NB: non esitare a contattarci, https://www.facebook.com/casa.famiglia.Lunacorre

2) Che cosa significa avere un rapporto sano e libero con un cane? E soprattutto, è possibile nelle nostre società, nelle nostre città?
Per rispondere provo a determinare i significati di ‘sanità’ e ‘libertà’ riferendomi ai cani. Sano, qui lo intendo come sinonimo di ‘positivo’, saldo e vigile nel contrapporre ciò che ci allontana dagli incontri autentici tra sé e sé e l’altro. Rapporto umano-cane che si mantiene sano nel tentativo di superare le tipiche proiezioni surrogative, individuando nelle aspettative del padrone del cane elementi di contraffazione relazionale. Libero è estremamente complesso dirlo: lo posso spiegare più che altro riportando alcuni passaggi importanti del mio percorso di individuo che ambisce alla libertà. Questa parola fin da ragazzino esercita su di me un’attrattiva incredibile e mi accorgo che assume una dimensione mutevole a seconda dell’agente dal quale sento di volermi liberare. Parlando di cani l’impatto costrittivo che ci ha uniti – il canile – mi ha fatto capire come un aiutante umano prima di tutto debba riuscire a portarsi sulle spalle il peso delle celle in cui sono confinati i cani. Nel 1985, quando ero un bambino, mia madre mi portò alle soglie di un canile di Milano. Con coperte e pane secco nelle quattro mani ci avvicinammo all’armadio di ferro posto all’entrata per raccogliere le donazioni non in denaro. Mentre infilavo tutto nel rettangolo ricavato dove si può mettere e non ritirare, come avviene per i contenitori della caritas posti sui marciapiedi, il rumore degli abbai mi invase per non uscire più. Sono tanti anni da quel momento che cerco invano di liberarmi dai lamenti lancinanti dei cani, e lo faccio mentre mi ci sottopongo, frequentandoli assiduamente. Libertà che per me passa dall’esperienza della prigionia. Tento quindi di liberare i cani dedicandomi a loro mentre provo a liberarmi dall’idea, bellissima sebbene attualmente impraticabile, che la libertà possa coincidere con la distruzione delle strutture detentive riservate loro. Rimango in questa morsa, preso alla gola nel mezzo di un conflitto individuale e sociale, spingendo in direzione divergente a più non posso con entrambe le mani. Più resisto, più mi adatto e questa condizione di vita fatica a concedermi tempo utile a guardarmi bene intorno, così come lo spazio di azione aumenta molto lentamente. Oggi ascoltare la voce dei cani non equivale più ad essere investito da un’onda devastante di frustrazione non identificata che travolge più i miei bisogni che i loro. Apprendo gradatamente che per stare bene con i cani, e affinché i cani stiano bene con noi, bisogna considerare e via-via affrontare tutte quelle forme di oppressione che incombono sui comuni destini, cercando la liberazione attraverso la costruzione di possibilità, corporee e concettuali. Da una parte si deve trasformare i contesti materiali limitanti e dall’altra affinare la capacità di aprirci l’uno all’altro, potendo essere un po’ umani e un po’ cani. Questa frase può sembrare una banalità, ma risignificare il rapporto umani-cani credo sia allo stesso tempo l’obiettivo e l’esperimento per una buona convivenza. Detto questo, sì: è possibile stringere rapporti positivi ovunque, come è possibile ovunque innamorarsi e perdersi e ritrovarsi in chi impari ad amare. S’impara ad amare quando si diventa un po’ chi si ama.

3) Abbiamo l’impressione che, anche tra le persone più attente ai desideri e ai bisogni dei cani, domini ancora il classico rapporto cane-padrone che prevede dipendenza e assoggettamento, una sorta di dominazione affettiva. Ma non si tratta di un grande equivoco che non ci consente di tenere nella giusta considerazione il concetto di branco, così importante per tutti i cani? Che ne pensi?
Il concetto di padrone di cane che sta a monte della visione sociale massificata del cane e del suo proprietario è assolutamente pervasivo: chi si dichiara amico del ‘pelosetto’ generalmente tiene il ‘proprio’ cane in schiavitù attuando strategie di condizionamento violente, se non dal punto di vista fisico, a livello psicologico. La dominazione del cane va di pari passo alle dominazioni intraumane: il potere permette che si gentilizzi la sua espressione, ma impone che resti – se non inalterato -indiscusso il rapporto di forza fra dominatore e dominato. Come le guerre oggi vengono chiamate missioni di pace e le crociate religiose conflitti di civiltà, come le costituzioni puniscono i più deboli in nome del garantismo verso i più forti, come le progressioni economiche e culturali stabiliscono principi di convivenza basati sul consolidamento dello Stato degli identici, le modifiche apportate al rapporto cane-padrone che viviamo contengono contraddizioni difficili da cogliere e da spiegare. In sintesi, cresce lentissimamente lo ‘status’ del cane mentre si depotenzia fortissimamente il ‘ruolo’. Se infatti diminuisce nelle società industrializzate il ricorso ai cani per mansioni di utilità, i diritti dei cani timidamente si affacciano nel dibattito pubblico. Per ora hanno portato solo qualche spiaggia aperta ai ‘nostri’ pet al guinzaglio e la possibilità di salire sul treno col biglietto e il sacchettino raccogli feci. Sottraendo loro il lavoro invece, sono stati esclusi da ogni forma di attività. Se il cane era uno strumento, il problema consisteva nel deterioramento dello strumento. Se il cane è una proprietà, il rischio è l’abbandono. Se fossimo veramente concordi nel ritenere il cane un compagno di vita, dovremmo occuparci di cosa possiamo continuare a fare insieme. Non li mangiamo per tradizione, eppure quando ci servono come cavie da esperimento nessuno li salva. Di certo la definizione ‘dominazione affettiva’ che coniate, diventerà parte del mio vocabolario alla voce padrone del cane. Avere un cane nella nostra società corrisponde al predisporsi al conseguimento della prerogativa totalitaria dell’obbedienza: le indicazioni in questa direzione sono insistenti e disseminate ovunque. Voler bene ad un cane corrisponde a renderlo incline a comportarsi per come noi lo concepiamo. Se ciò avviene con metodi coercitivi o buonisti non è questo il punto. Non importa cosa vuole o vorrebbe un cane libero: i branchi di cani contestano le nostre regole e perciò sono considerati un dramma. Il randagismo è identificato addirittura alla stregua della piaga dei cani. Siamo una specie capace di tutto e il contrario di tutto: amare finisce sovente con il richiedere l’imprigionamento. Se il randagismo rimane l’obiettivo da sconfiggere, per le istituzioni e gli amanti dei cani e gli animalisti stessi, è assai facile capire come l’umanesimo imperante sia sempre l’unica soluzione prevista, difesa e proposta. Tuttavia la legge quadro nazionale 281 è considerata la miglior legge di tutela possibile e, avvolta in un alone di sacralità per quante vite ha preservato dalla soppressione, consegna all’oblio le milioni e milioni di vite deportate nei canili con ‘fine pena mai’. Ciò non mi rende favorevole alle soluzioni di sterminio modello anglosassone o americano per esempio (nazioni a capo del sistema occidentale, rammento…); desidero solo permettermi di far notare che prescrivere un ergastolo non è un bel salvare: ergastolo è tortura e morte abbruttita, dilazionata nel venir posticipata, ipocritamente decretata come tutto sommato giusta. Se trovate parallelismi con l’accanimento terapeutico sono del tutto non casuali. Alcuni detenuti rinunciano, altri lottano, altri si conformano, altri rivendicano la libertà al suicidio. Cani, cagne, uomini e donne, ciascuno a loro modo, fanno esattamente le stesse cose. E’ una bugia colossale che i cani sono devoti al nostro supremo volere. Ogni morso è una prova di quello che dico, è una sfida allo status quo. Siamo noi ‘gestori’ che, assoggettandoli, li dividiamo in cani ‘buoni’ e ‘cattivi’. E per farlo è necessario isolarli. “Niente branchi, siete cani padronali!” I padroni siano responsabili dei mali che possono commettere… e non c’è niente di peggio che essere consegnato a qualcuno reso responsabile di te, non c’è destino peggiore che essere trasformato in uno schiavo.

 4) In questo periodo siamo in Sicilia e notiamo tantissimi cani liberi. Hanno sguardi, movenze e approcci completamente diversi rispetto ai cani adottati, a quelli dei canili, a quelli da guardia… Sono prudenti, attenti e curiosi. Spesso sono cani molto fieri e sicuri e, pur avendo contatti con gli umani, riescono a mantenere una sorta di selvaticità che è data proprio dalla libertà di muoversi come vogliono. Notiamo che non sono sempre affamati né che sono pericolosi. Come fare per incentivare una diversa visione dei cani liberi? Come promuovere una mentalità che non li contrasti, ma li favorisca?
I cani randagi sono semplicemente meravigliosi. Per trasmettere quello che ho visto io nel mio pellegrinaggio a Siracusa finalizzato alla visione di ‘cani stra-vaganti’, sono come i bambini quando d’estate giocano per ore e ore e giorno dopo giorno, senza pressioni scolastiche e genitoriali. Nei problemi che non nego, mantengono viva la loro essenza. Quando stavo in campeggio per tre mesi l’anno camminavo a piedi nudi anche sui sassi e mi capivo con i bambini stranieri. Non c’era impedimento insormontabile, perché eravamo immersi nelle circostanze e ciò ci modificava rendendocene parte. Mia madre mi racconta sorridente che non venivo mai alla roulotte del campeggio a mangiare e non capiva come mi sostentavo. Poi ha scoperto che avevo un giro di aperitivi da gente che non conoscevo, perché una signora mi chiese davanti a lei come mai non fossi passato per il panino. I randagi sono così: poliglotti e scrocconi. Aderiscono a quella situazione della vita che confida nella scoperta e non disdegna l’appuntamento. Ho portato nella casa-famiglia una cagna siciliana che ha vissuto 8-9-10 anni, nessuno del paese sapeva, nelle zone del cimitero con il suo compagno Sky. Lui è rimasto lì. L’avevano catturata quelli del canile privato che aveva la convenzione per l’area. La responsabilità di questo è stata mia, perché nel progetto di monitoraggio dei randagi pattuito col Comune che mi aveva contattato avevo previsto la sterilizzazione per fini di contenimento demografico. Mi aveva convinto la visita al canile di 700 anime randagie stipate in pochi metri quadri di recinti l’uno a fianco all’altro, per un chilometro. Volevo farle asportare le goadi per tenerla in giro, libera. La libertà si nasconde in delicati e terribili compromessi. L’avevo avvicinata una prima volta per metterle un collirio nell’occhio infettato e ormai si fidava di me. Sapevo di tradirla portandola dal veterinario, ma volevo al contempo sottrarre la sua prole dal destino infausto del canile. Gli accalappiacani le rubavano i piccoli da anni e anni. Nina era una delle matrigne della popolazione reclusa. Una concatenazione agghiacciante che volevo in qualsiasi modo spezzare. Quando seppero che era nella mia lista, la presero, sbatterono nel box più piccolo bell’in vista all’entrata e la dichiararono per l’ultima volta incinta. Il dilemma etico in cui a quel punto ‘i padroni dei randagi’ si trovarono fu irrisolvibile, pur rasentando l’incredibile: il dirigente sanitario veterinario dell’Asp si dichiarò obiettore di coscienza e non osò infrangere i suoi valori asportando un utero che cullava teneri figliuoli allo stato di minuscoli embrioni. Volevano farla partorire in canile per darmi un segnale molto preciso, della serie “qui facciamo quello che ci pare”. Allora dissi che avrei bruciato con ogni mezzo tutto quello che in paese portava il suo cognome, a partire dalla sua reputazione, se non mi avesse consegnato Nina. In cambio sarei sparito, come tutti quanti loro volevano dall’inizio. E così è andata. E’ fatto anche di questi tiri e molla con la popolazione avversa il rapporto coi randagi. Nina il primo giorno nella casa-famiglia stette zitta, curiosa, accorta. Pacifica con tutti ma con la testa da un’altra parte. Il secondo giorno ci illuse sull’inserimento, procurandosi qualche distrazione. Il terzo, saltò in un balzo un cancelletto, camminando sul cornicione di una scalinata raggiunse un tetto dal quale scese – indenne – con un salto di tre metri. Un’altra volta sparita, in un soffio di vento che soffiava dall’altra parte della penisola sconosciuta. La cercammo, sperando che con tutta la sua esperienza capisse come tornare. La portarono il giorno dopo, al canile dove lavoro, gli accalappiacani della mia zona: era finita in autostrada a correre, camminare e correre lungo la corsia d’emergenza. Leggenda metropolitana narra che allo scoccare dell’ennesima cattura, riconsegnò al vento il biglietto del casello che doveva timbrare a Salerno per continuare meno disturbata dove le strade non sono così invadenti, uniche e diritte. Perché, a differenza di quello che immaginiamo, i randagi sanno pagare il prezzo della loro libertà. Ora Nina ci accetta, ma guarda verso il mare con quella faccia da calzino bucato che vi consegno come immagine per l’intervista. La randagia che era…così resta… E’ in programma un video per raccontare questo e molto altro: sto organizzando con complici amici un docu-film sulla vita segreta dei randagi. Vi farò sapere appena sarà possibile condividerlo per proseguire questa interessante discussione.

 5) Spesso, sono gli stessi animalisti che non riescono ad “incrociare” questo sguardo libero. Pare che la preoccupazione principale sia quella di prelevarli e rinchiuderli in un canile in attesa dell’adozione. Ma l’adozione é davvero l’unica opportunità?
L’adozione è l’unica possibilità che ci concediamo, presi come siamo dalla mentalità protezionista che ritengo costituisca il più evidente freno all’emancipazione dell’intero movimento di liberazione animale. Io adotto cani e faccio adottare cani di continuo: non mi si può certo dire che svaluti l’opera di reinserimento sociale! La stessa denominazione di casa-famiglia abbiamo valutato identificasse la nostra azione protettiva, occupandoci di non renderla al contempo statica e fine a sé stessa. La differenza fra me, Rebecca e l’idea maggioritaria in fatto di cani è che la dimora e la famiglia valgono come approdi di partenza: sono passaggi che non ostacolano il perseguimento di quell’autonomia esperienziale che fa sì che le esistenze di ognuno acquistino significato proprio. Se veniamo generati in una famiglia, dobbiamo potercene andare. Se finiamo malauguratamente in un canile o qualsiasi altra situazione ‘scomoda’, è bene che questo luogo risulti un transito e non una sosta permanente. Ma chi ci libera – mi chiedete – dalle adozioni ‘preconfezionate’ che consegnano il cane all’appartamento, all’area cani, alla funzione di animale ‘da compagnia’, da accudire, da impersonificare a rappresentanza di sé? La gente è solita pensare…”gli do da mangiare, ho una bella casa, calda, magari anche un giardino, lo coccolo, lo tratto come un figlio”; così ci dicono quando sono particolarmente ben intenzionati. Io ascolto tutto e tutti e mi compiaccio pure per ogni benevola premura. Poi esploro il limite, bramoso di varcarlo, e chiedo: ”Siete disposti a farvi sconvolgere la vita? Perché i cani lo fanno, fino a mettervi nelle difficoltà che più evitate.” I cani, che prendiamo per confermarci, ci contraddicono alla grande! Tendono a raggiungere il lontano bosco, comunicano attraverso le marcature quindi pisciano ben volentieri al bisogno, gustano feci come fossero per noi frugivori irresistibili fragoline tonde e rosse che spuntano da un cespuglio, segnalano vocalmente novità, gioie e pericoli, scavano tunnel verticali sognando che sotto ci sia un fantomatico altro mondo, agitano la coda per tenerla bella lunga e in forma buttando a terra vasi e porcellane che si mettono di mezzo, fanno grandi feste e non disdegnano allo stesso tempo il piacere del conflitto. Ci dicono chiaramente in faccia tutto quello che ci stiamo perdendo. Accorgersene non è poi cosa da tutti, perché esserne in grado equivarrebbe al saper ammettere che dovremmo abbandonare tanti di quegli umanoidi motivi che spesso ci tengono – paradossalmente – a galla. Se fossero nella possibilità di aprire le nostre porte blindate, cosa farebbero? Uscirebbero e resterebbero a girarci comunque intorno, perché gli uomini e le donne piacciono ai cani, a dispetto di tutto. La zampa ce la tendono sempre. All’incorreggibile punto che io sospetto sia questo il reale motivo per cui li adottiamo. Ci fanno sentire importanti, interessanti e ci divertono. Ci frequentiamo da sempre e ritengo che il futuro di questa coevoluzione millenaria influirà parecchio il destino dell’intero ecosistema mondo. I cani non aprono a chiave le porte, questo è vero, ma sono essi stessi la finestra spalancata nella casa dell’uomo, l’orizzonte sul quale la società umana rifiuta cocciutamente di affacciarsi per riconoscere l’animalità che abita dappertutto, dentro ed intorno.

6) Che cosa ne pensi dei progetti sui cani di quartiere? E dell’inarrestabile trasferimento dei cani del sud Italia che vengono adottati al nord? E’ davvero l’unica soluzione? In fondo anche al nord i canili sono pieni!
Cani di quartiere progetto rivoluzionario, lo dico in maniera chiara e netta. Per rivoluzionario intendo che inforca la direzione opposta a quella suggerita dai dettami dei modi e tempi correnti. Un cane di quartiere, se non osteggiato, si rimette giusto-giusto al suo posto. Ecco. Sembra anche questo facile, ma non lo è. Progetto C.l.a.: cane libero accudito. M’interessa. Sintomatico che il primo libro che ho letto sulla liberazione animale (Il salto{nota -1}) l’ho preso al vecchio C.l.a. (Comitato liberazione animale). Premetto che posso sembrare banale quando tiro fuori – per attaccarmici, lo so – concetti basilari quali ‘cani liberi’/‘canili prigioni’/‘cane di strada’/‘padrone umano e cane schiavo’ e così via. Non so se basta a scagionarmi intellettualmente, ma confesso che questo approccio al pensiero è una scelta. Considero sia uno dei maggiori fraintendimenti moderni il dover partire da ciò che nelle costrizioni ‘è’ e non da ciò che si ritiene ‘ci piacerebbe essere’. Ci insegnano che il dovere viene prima del piacere, così come il bene è diviso dal male. Per avvicinarmi roccambolescamente alla risposta…siamo portati a pensare – da molto prima di Bossi, Maroni e Salvini {nota 0}- che il nord è una cosa e il sud è un’altra, quasi fosse tracciato l’ennesimo confine. Siamo alimentati di false distinzioni, funzionali al perseguire l’ordine sociale prestabilito. Per ragionare proficuamente sugli stati di difficoltà dei cani eviterei le frammentazioni, perché ci confondono: ci sono cani che vivono in ambienti favorevoli alla loro permanenza in libertà e ci sono cani che non possono permetterselo. Aiutiamoli, ponendoci come ponti verso i nostri conspecifici aperti alla convivenza quando lo dimostrano; poniamoci come sbarramenti verso coloro che non sono pronti al cambiamento che i cani liberi comportano. Ugualmente supportiamo i cani diventando comunicativi con loro. Immagino una nuova figura di amante dei cani: soggetti di specie indefinita che svolgono una transizione umano/cane. Un volontario che gira per le strade bramoso di conoscenza indifferentemente dalla specie di appartenenza con cui viene a contatto; un apprendista che deve imparare almeno le due lingue di riferimento. Persone più serie di me potrebbero azzardare ad identificare questi nuovi soggetti transpecier come intermediatori culturali, se non fosse che più che mediatori fra due culture già esistenti, trattasi di pionieri di una cultura comune che punta all’indistinzione e all’essenziale predisporsi in sensi congiuntivi l’uno con altro. I cani ci studiano molto più di quanto facciamo noi, perché – portati alla collaborazione – sanno quanto le relazioni siano il motivo della vita. Incide anche il fatto che, in quanto sudditi, devono stare all’allerta per i noiosi capricci del re. Improbabile a mio avviso fare una stima di quanti cani possa reggere il nord, come m’infastidisce sorbirmi tribune politiche in cui i governanti determinano il numero degli immigrati da includere in base alla forza lavoro richiesta dall’imprenditoria. Il nord e il sud, d’Italia e del mondo, seguono stili di organizzazione sociale che hanno portato disuguaglianza e disarmonia ai limiti della disparità: i cani spingono per una diminuzione della pressione urbana e per un’equa distribuzione delle risorse. Soffrono la tecnologia e inventano senza sperperare e stravolgere. Sono i nostri partner evolutivi, questo per noi significa ancora qualcosa? Ci interessa interrogarci a vicenda per allearci nelle trasformazioni reciproche che abbiamo realizzato in infinite altre circostanze?

{Nota -1: Il salto, Budini A.R. -ed. Arkiviu, Biblioteca T.Serra

{Nota 0: Un gattino seppellirà Salvini e la Lega, http://www.wired.it/attualita/politica/2015/05/08/gattino-seppellira-salvini-lega/

7) Come funziona il tuo canile ideale…o, per meglio dire, il tuo “non-canile ideale”? Un ostello senza reti né porte? Aree verdi dove scavare buche profonde? Distributori urbani di cibo e acqua? I canili di oggi (in attesa della loro scomparsa) sono strutture da demolire e riprogettare oppure possono essere recuperate e ripensate a misura di cane anziché a misura d’umano?
Insisto nel riprendere i termini della questione, nella tensione costante di problematizzare per spostare il focus del mio ragionamento. Canili: luoghi di concentramento di cani. Distinguo per esigenza sommaria tre tipologie: discariche/strutture protezioniste/luoghi d’incontro inter e intraspecifici. Non canile: spazi di dispersione di cani, dipendenti per le risorse dal territorio e indipendenti in quanto capaci di auto-organizzazione e scelte. Ideale: aspirazione tesa al raggiungimento della felicità. Le discariche di cani sono da demolire. Le strutture protezioniste sono da modificare a partire dal pensiero che le concepisce. I luoghi d’incontro sono da vivere, agevolando gli scambi empatici tra individui in contesti da considerare etologicamente. Gli interventi richiesti sono da valutare su piani in cui l’emergenza non impedisce il divenire degli incontri. La dimensione sociale che si raggiunge ci dirà se funziona o non funziona il nostro angolo di universo. C’è da sfatare un mito: l’idea del parco-canile che spesso sentiamo nominare è una barzelletta, per vari motivi. Il primo è che sono sorte file di box identiche a quelle dei canili periferici suburbani in aree verdi che hanno come scopi principali il nascondere la realtà reclusiva dei cani e l’assolvere il compito di allietare la permanenza degli operatori cinotecnici, gli animalisti, i cinofili, i frequentatori vari (lasciando a disposizione degli animali i prati all’inglese giustappunto in occasione dell’open day annuale…). La seconda è che i cani non qualificano se stessi e il loro benessere in relazione all’ampiezza e alla bellezza naturale del loro habitat. Siamo animali sociali che traggono soddisfazioni e felicità dalla qualità e pienezza delle relazioni, per quanto l’ambiente in cui esse si espletano costituisca un fattore propulsivo di fascino e prosperità. Essere concentrati in un ammasso di cemento o in un parco per i cani si ascrive a due tipologie diverse di disagio. Avulsi da predisposizioni di specie che tendono al controllo gerarchico di tipo totalitario dell’altro, i cani stabiliscono legami familiari in cui i ruoli si assegnano e scambiano per meccanismi autoregolatori interni. Queste osservazioni mi fanno affermare che si preserva un nucleo comunitario aperto, atto a consentire revisioni, fuoriuscite e rientri. Come alcuni sono capaci lodevolmente di condannare il concetto -cardine sociale- di prigione per colpevoli di non adesione ai dettami della legge, altri o gli stessi sanno scandalizzarsi per la disposizione di migranti in centri di permanenza temporanea per ‘clandestini’, altri hanno protestato per il destinare in manicomi i supposti deviati mentali, io auspico che la forma mentis ‘canile’ divenga oggetto di critica sociale antispecista e libertaria. Resta il fatto che la situazione generale in cui ci troviamo, differentemente che per gli umani, non assegna esclusivamente ai corpi istituzionalizzati la gestione del dramma dato dall’emarginazione e dalla colpevolizzazione dei cani: siamo indotti, e responsabilizzati, ad adoperarci in un regime di contingenza carceraria che non permette di incrociare le braccia di fronte all’eradicazione dei cani dal mondo. Poter determinare l’andamento materiale e il posizionamento concettuale dei canili, rispetto a tutte queste ed altre 1000 ancora considerazioni, è una possibilità che va coltivata e non assolutamente consegnata ai gestori del dissenso e dell’ordine. Ogni struttura risulta diversa a partire dalle condizioni di partenza. A parte piccole realtà, come quella nostra di Lunacorre dove la pressione concentrativa è minore, l’unico posto che ho toccato con mano che mi ha in parte soddisfatto è un rifugio in Spagna dove ha lavorato un’amica (Francesca, che avete intervistato mesi fa sempre a proposito di cani {nota 1}), la quale ha saputo concedere ai cani uscite prima assistite e poi in solitaria. Con il risultato che molti potevano andare e tornare in canile quando semplicemente lo volevano. La collina quasi disabitata in cui sorgeva il rifugio è stata l’opportunità colta da una persona libera e appassionata che si cura di capire come sostenere, avvertire, reindirizzare e rischiare per la libertà intesa come risorsa primaria alla stregua dei beni di sopravvivenza. Se non ci mettiamo in testa che oltre alla ciotola, al tetto sulla testa e alla tranquillità che viene dalla sicurezza di non provare nulla di nuovo…ci sono i cani, possiamo fare poco. Nel mio canile invece, l’opportunità è allontanarsi un po’ per andare a camminare dentro al centro commerciale e imparare a distinguere, nella massa indaffarata negli acquisti, qualche ragione di svago sopportabile; così come lo è imparare insieme a non aver paura delle auto nel parcheggio dove si fanno conoscere e digerire perché vanno più piano. Preferisco anche io la collina, ma se sono in città io e il mio compagno cane ci sforziamo di cavarcela comunque. Si tratta di libertà che nascono dalla resistenza. In merito ai canili mi sento di dire, in ogni caso, questo: entrate in punta di piedi, dimostrate che siete lì per i cani, individuate cosa potete cambiare in base a ciò che ritenete manchi, valutate su quali leve agire, conquistatevi la fiducia con l’impegno rimanendo lontani dalle polemiche inutili, non mollate l’osso nelle dispute utili, a quel punto osate e fatelo in coscienza, dedicando la vostra vita a quello che fate perché è molto quello che potrete cambiare. Quando vi perderete d’animo, potreste entrare in un box, mettervi a terra per riposare insieme a chi è lì con voi. Fategli tante promesse e non dimenticatele, perché lui/lei confida nel vostro apporto.

{Nota 1: https://troglovegan.wordpress.com/intervistiamo/francescaeducatricecinofilaantispecista/

8) Il rapporto umano-cane è un rapporto particolare e profondo. Tanto che spesso li si considera amici, compagni e fratelli mentre, con l’altra mano, si sfruttano e imprigionano altri animali. Che cosa pensi del mondo della cinofilia? Potrebbe rivelarsi ancora un terreno interessante per un futuro movimento di Liberazione Animale?
Toccate un tasto molto complicato che mi vede nel bel mezzo del cammin. Ho cominciato in un canile lager, per proseguire in canili protezionisti dei quali uno neo-animalista (di quelli che interpretano la veganizzazione di umani e cani come l’imprescindibile traguardo liberazionista odierno); da oltre sei anni lavoro in un canile di estrazione cinofila. Ho verificato che il ramo cognitivista-zooantropologico della cinofilia avesse molto da dirmi. Tuttavia permangono in me delle grosse resistenze, perché sento incidere molto una provenienza irrisolta di questo ambito da una pregressa storia espositiva e sportiva. L’aspetto performativo informa non poco le attività umano-cane e continua a creare fascinazioni frutto di una passione feticistica del cane. A volte stare fra i cinofili è come andare ad una riunione di maschi a cui piacciono le bionde mentre tentano di convincermi che loro sanno cosa voglia dire essere femministi: una bestemmia sociale. Secondo me i cinofili, senza volerne fare una categoria, nutrono un sentimento per i cani inflazionato di aspetti di ritorno. L’elaborazione teorica è più avanti, come è logico che sia, della pratica che sottintende (avviene così anche nell’antispecismo…). Eppure l’inganno che si sta manifestando ai miei occhi tutt’ora inesperti, non riguarda la vana speranza che la pratica cresca nel ridefinirsi. Assisto ad una forte complicanza nell’incrocio fra teoria e pratica: sovente mi sembra che vengano fornite letture del cane improntate ad una comprensione finalizzata più alla risoluzione del problema che alla reciproca conoscenza, con il risultato che ci si concentra in modo sbilanciato sul cane e lo si trasforma in un paziente affetto da patologia. Scorgo un collegamento da spezzare nella transposizione dei dettami della medicina che si dedica alla mente umana, al campo cinofilo operativo. E’ in corso una spasmodica catalogazione del soggetto cane che procede per analisi psichiatrica sullo stile della comunità scientifica ufficiale. Pare a volte impossibile per i tecnici cinofili non far rientrare i cani in categorie definite che assegnano etichette di iperattività, ipersensibilità, iperpossessività, iperattaccamento, etc… Un iperuranio del troppo che serve per non ammettere il troppo poco che capisce l’istruttore, l’educatore, il veterinario comportamentalista, il formatore, insomma tutte queste figure che spesso stanno volgendo lo sguardo più al superamento dell’approccio addestrativo da cui derivano, che all’individuo cane nella sua diversità. Mi piacerebbe sentir dire qualche ‘non lo so’ e qualche ‘proviamo’ in più. La figura dell’esperto mi suscita sempre delle perplessità e la cinofilia è fondata su un tipo di conoscenza molto verticale. Non è mia intenzione pronunciarmi in critiche in tal senso, bensì mettere in luce una tendenza che merita ben altra più approfondita analisi. Ho l’impressione che l’individualità del cane sfugga, sebbene recuperata nelle intenzioni, poiché mal posta. La mia tesi è che ciò che sta cambiando è che magari non si chiede ad un cane di eseguire un ordine, ma ci si aspetta che scelga di fare ciò che – noi – si ritiene renda felice lui. Da esplorare è conseguentemente la dimensione sociale di cui difetta certa buona cinofilia: piani d’intervento che non potranno essere sviluppati senza l’aiuto di persone che riconoscono ai cani l’aspirazione ad una vita libera. Torniamo lì, a domandarci di chi è il mondo. Da sola pronostico che la cinofilia non possa compiere il salto completo. Interessato a sperimentare intersezioni con ambiti attivi e in radicale mutamento, mi diletto a confrontarmi con ‘i cinofili’ a cui riconosco passione genuina e ‘sconfinata’. Scoprendo che non sono tutti cinofili fino in fondo, come io posso non chiamarmi e farmi chiamare animalista.

 9) Sono state tante le campagne contro gli abbandoni e, certamente, hanno avuto degli effetti positivi. Ma non sarebbe il caso di realizzarne anche contro gli allevamenti di cani? Non sono forse una parte essenziale del problema?
Gli allevamenti di cani sono una parte centrale del problema. Ne ho iniziato a discutere in modo un pochino più approfondito con l’amica, nonché poliedrica professionista del settore, Elena Garoni al Veganchio di quest’anno {nota 2}. Sto notando ultimamente un interesse al tema sul quale mi sollecitate che mi entusiasma; da parte mia lo scenario ‘allevamenti di cani’ mi cattura da anni nello sdegno, senza concedermi ancora abbastanza (dal luogo sofferente in cui tutti i giorni fra le gabbie mi trovo) la lucidità necessaria per sganciarmi e avanzare in una riflessione ampia. E’ uno dei miei impegni per il futuro quello di delineare un critica mirata all’attività dei cinoriproduttori; lo stesso discorso che cerco di fare sui randagi va esattamente nella direzione contraria alla capitalizzazione dei cani. Non solo per la tremenda realtà lucrativa che sottintende, ma ancora prima per l’idea stessa di cane che sostiene. A proposito suggerisco un bellissimo libro del quale avvalersi -Storia sociale dei cani- scritto da Susan Mc Hugh {nota 3}, una studiosa di animal studies che egregiamente riprende dalle origini l’annosa questione, riuscendo a conferire alle sue ricerche la profondità necessaria per capire cosa di veramente grande a proposito sia in ballo. I cani creano nell’uomo, e l’uomo crea nei cani, immaginari compressi fra il doppio specchio in cui ci sentiamo inseriti e dal quale non riusciamo a distogliere sguardi impauriti. Stretti tra ‘natura’ e ‘cultura’ fatichiamo a posizionarci come animali umani che si riconosco in pace con sé e gli altri diversi da sé. Quando il futuro è preda di un passato incompreso, il presente finisce fuori controllo. Quando l’uomo si accorge di aver perso il controllo, decide che il controllo va affidato al più forte. Decidere di non usare i cani per processo identificativo forzato potrà aiutare ad uscire dal complesso di superiorità antropocentrico, così affetto da contrapposto senso d’inferiorità che ha ormai del paranoico. Mia opinione è che per capire come vivere coi cani e con gli altri animali sia imprescindibile incamminarci sulla via della perdita del controllo diametralmente opposta. Fintanto che l’umanità non cesserà di affermare il bisogno di controllare gli altri, non intenterà processi di decentramento atti a liberare e liberarsi. La tremenda resistenza degli animali non umani e umani resterà inascoltata e impedita. La pressione selettiva che da secoli esercitiamo sui cani rappresenta l’attuazione del paradigma nazista che considera l’ariano alla stregua dell’allevatore artefice del cane perfetto (che cani usavano i gendarmi di Hitler: i pastori tedeschi?!). Il fatto che si chiacchiera tanto di cani non deve illuderci di essere riusciti a renderli membri delle società umane. Senza individuare le ragioni delle aberrazioni che li affliggono – già a partire dall’intromissione nel loro genoma perpetrata dagli inseminatori seriali e ferali – ci manterremo lontani da porre rimedi ai disastri fatti e perpetrati ai loro danni. Quando capiremo che il patrimonio delle razze canine non è un tesoro da conservare, ma un nodo da sciogliere in modo che il meticciato riprenda a scorrere libero e sconvolgente, forse non sarà troppo tardi.

{Nota 2: Umani e cani: una questione sociale? Oltrelaspecievideo, Veganchio 2015; https://www.youtube.com/watch?v=NN8DJCZVhHI

{Nota 3: McHugh Susan, Storia sociale dei cani, Ed. Bollati Boringhieri – A caccia con i re, in trincea, nel boudoir, sul tavolo di un laboratorio: da millenni, i cani – levrieri, pastori tedeschi, barboncini o umili bastardi -accompagnano l’uomo nelle sue imprese quotidiane. E da millenni questi muti compagni vedono proiettate sul proprio corpo categorie fin troppo umane, come razza e nobiltà, coraggio e codardia, sacrificio ed egoismo. Attraverso una ricca selezione di esempi tratti dalla letteratura, dalla storia dell’arte, dal cinema e dalla pubblicità, “Storia sociale dei cani” ripercorre l’avventura condivisa di uomo e cane, per mostrare come, fatalmente, la sovrapposizione con modelli culturali umani sia sempre finalizzata all’esclusione e alla denigrazione dell'”altro”, del diverso, dalla donna-cagna al bastardo-meticcio. Susan McHugh affronta un tema complesso, dalle mille sfaccettature, e per farlo adotta una prospettiva che non è mai puramente storica né descrittiva ma ci fa capire che, nonostante i tentativi umani di sfruttarlo per perpetuare meccanismi di oppressione sociale, il cane conserva sempre un potenziale eversivo capace di renderlo un formidabile strumento di critica e trasformazione

10) Avete nuovi progetti per la Casafamiglia Lunacorre? Avete particolari necessità o richieste per chi ci sta leggendo? E chi è Otto, il maialino speciale?
E’ in corso una raccolta fondi alla pagina web https://www.produzionidalbasso.com/project/otto/ che l’amica Feminoska ha ideato per noi. Otto è un maiale speciale, perché è come tutti gli altri. Non vi anticipo la storia altrimenti non contribuite…Posso dire che il libro, che potete ricevere o visualizzare in formato web, è bellissimo nel racconto rimato e nelle illustrazioni tanto fantasiose quanto reali. Mio figlio dice che è adatto ai bambini di ogni età, quindi non avete scuse. Con l’autrice e curatrice l’altro giorno ad una serata a Torino dedicata ad Otto, concordavamo su quanto piacciono ad entrambi i bambini. Io dicevo che avrei voluto averne tantissimi, almeno quanti i cani che vivono con me, e che ero dispiaciuto di non poterlo fare. Lei, da brava femminista, rivendicava che le piacciono senza doverli generare…come darle torto! Anche io i ‘miei’ li avrei presi al ‘bambinile’, ma nel mio quartiere non c’è e ne son contento. A parte le battute finali, vi spiego che attraverso i fondi raccolti potremo continuare a pagare le spese veterinarie, che avanzano inesorabili, e proseguire coi lavori di ristrutturazione della cascinetta. E’ ormai pronta una sala dove effettuare incontri, presentazioni, dibattiti, cene benefit, musiche e tutto quello che ci verrà in mente. Siamo dei raccattatori di aiuti spirituali e materiali riciclabili, mendicanti con una casa che non ci teniamo tutta per noi.
Non godiamo di alcuna forma di sovvenzione pubblica, quindi viviamo di iniziative estemporanee.
In ultimissima diciamo che vogliamo iniziare ad autoprodurre libretti belli anche noi, come quelli dei Troglodita tribe, con le storie che abbiamo da raccontare. Rebecca ha una bella mano artigianale e io scribacchio per divertimento. Li chiameremo ‘libelluli’ perché ci sono anche loro a sfiorare leggere le acque correnti sotto la luna… Si è capito più o meno che mondi abitiamo e siamo stati molto felici di avervi ispirato una così bella introduzione. Quando dite di noi “Un luogo sperimentale, aperto, libero e libertario”, vi rispondiamo che non potevamo augurarci di essere avvertiti meglio. Sono parole importanti che, per animali di piccola grandezza come noi, di solito mica si usano… …Ciao.

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